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In attesa di Giustizia: addio alle armi

Rispetto alla trama del capolavoro di Hemingway non c’è nulla di romantico né di eroico nella vicenda personale e nell’addio anticipato alla toga da parte di Fabio De Pasquale protagonista di alcune delle pagine più buie di storia della magistratura milanese: dalla illusione data a Gabriele Cagliari di una imminente liberazione quando in realtà era alla vigilia di partire per le ferie strafottendosene del detenuto, dell’indagine in corso e della parola spesa (che bene, anzi meglio, avrebbe comunque fatto a tenere per sé) al flop del processo ENI – NIGERIA nonostante il tentativo di portare a casa una sentenza di condanna degli imputati barando con le prove. Sappiamo come è andata a finire in entrambi i casi ma in quello di Cagliari non ci furono conseguenze neppure sotto il profilo di un giudizio etico del comportamento di un magistrato che proseguì indisturbato la sua ascesa da stella nascente della Procura di Milano fino a diventarne uno dei Procuratori Aggiunti: sicuramente quello che era più frequente incontrare in uscita a qualsiasi ora dal Palazzo di Giustizia con la borsa brandizzata di una nota palestra che onusto di fascicoli da portare nel suo ufficio per esaminarli con furore intellettuale e diuturna applicazione allo studio.

Con ENI – NIGERIA è andata diversamente: indagato e giudicato colpevole nei due gradi di merito per rifiuto di atti di ufficio consistente nell’occultamento volontario di prove a favore degli indagati, De Pasquale si è visto annullare la condanna dalla Cassazione nonostante che l’accoglimento di un ricorso in seguito alla cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di primo grado confermata in appello, sia evento più raro della esplosione di una supernova nella Nube di Magellano.

De Pasquale, dimettendosi con un anno di anticipo rispetto all’età pensionabile, ha dichiarato che la sua scelta è stata determinata dal fatto di non riconoscersi più nella giustizia attuale: bontà sua, dopo essere stato graziato almeno due volte (quelle note…) potrebbe tentare di spiegare meglio cosa disgusta un siffatto campione di equilibrio e correttezza.

A pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia: rinunciando a qualche decina di euro di una pensione (al minimo) di circa 7.000 netti al mese per 13 e almeno 200.000 di tfr, queste dimissioni anticipate garantiscono la chiusura tombale del procedimento disciplinare  – i cui presupposti sono diversi e non direttamente conseguenti da quelli della imputazione penale –  pendente davanti al CSM che, con giudizio severo, per gli stessi fatti aveva già bocciato la sua conferma quale Procuratore Aggiunto “retrocedendolo” a semplice sostituto. Non sappiamo se nel futuro di De Pasquale ci sia l’aspettativa di qualche altro incarico al di fuori dell’Ordine Giudiziario per conseguire il quale sia preferibile evitare il bagaglio di una sanzione regolamentare dalla motivazione men che lusinghiera. Certo è che – da sempre – il disciplinare rappresenta il più temibile spauracchio per un magistrato e il ricordo va alle dimissioni ancor più misteriose di Antonio Di Pietro quando era all’apice della fama e dell’apprezzamento popolare; sono troppe insidie, anche sul piano delle future relazioni personali e politiche, che si sono – almeno in parte – già compromesse perché dare addio anticipato alla toga può essere considerata una ottima scelta.

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