Magistratura

  • In attesa di Giustizia: i coinvolti

    Qualche mese dopo la  vicenda del Giudice Scroccone che non pagava i conti dei ristoranti abitualmente frequentati, storia  dal retrogusto acre del “regolamento di conti” a mezzo stampa dopo una soffiata (come si dice in gergo poliziesco), eccone un’altra con protagonista una toga buongustaia che – però – ha ottenuto rarefatta mediatica, tranne che dalla stampa piemontese: forse perché ci sono altri problemi di cui occuparsi, oppure per non infierire sulle spoglie di una magistratura ormai destituita di autorevolezza e credibilità con grave pregiudizio dei molti che lavorano alacremente e con onestà non solo intellettuale.

    Insomma, i motivi possono essere molti non ultimo quello che il Dottor Andrea Padalino, oggi giudice a Vercelli, ha dei trascorsi come GIP di Mani Pulite e proprio la Procura di Milano ha appena chiesto tre anni di reclusione per lui, accusato di corruzione in cambio di pranzi, cene e pernottamenti nella amena location gestita da Antonino Cannavacciuolo.

    E’ l’ennesimo sintomo  del malessere – che non sembra destinato ad esaurirsi – da cui è affetto l’Ordine Giudiziario riflettendosi inesorabilmente sulla fiducia che l’opinione pubblica ripone nell’amministrazione della Giustizia; i cittadini, tra l’altro, non hanno potuto assistere al giudizio poiché questo processo si sta celebrando con rito abbreviato e perciò senza udienza pubblica; allora, forse, sarebbe stato più corretto (in questo come in altri casi) dare l’informazione dopo una sentenza.

    Ma noi siamo fatti così, inguaribili garantisti e, fatta la premessa che il giudice Padalino ha vivacemente contestato le accuse, siamo molto lontani dal pensiero della buon’anima del Procuratore di Milano Francesco Borrelli che, in un carteggio del 1993 con l’allora Guardasigilli Flick, scriveva che quando vi è una confessione appare persino un po’ farisaico che per prendere atto della realtà si debbano attendere le sentenze: quasi che nel nostro ordinamento non sia previsto che anche la confessione vada verificata per scongiurare il rischio che sia commesso il reato di auto calunnia che – a sua volta – può avere infinite motivazioni. Basti come esempio quello dello “Zio Michele” nel famoso processo per l’uccisione di una adolescente ad Avetrana.

    Esigenze di “cassetta”, prossimità politiche e vere e proprie forme si sottocultura fanno invece sì che la gogna mediatica costituisca regola di base della cronaca giudiziaria sino al punto da creare un nuovo soggetto processuale sconosciuto ai codici: il coinvolto.

    Non può sorprendere che tutto ciò sia opera della creativa redazione de Il Fatto Quotidiano che, commentando la formazione della nuova Giunta Comunale romana, ha stigmatizzato la circostanza che il Gualtieri abbia chiamato ad assisterlo nientemeno che tre persone “sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo” e cioè quella cosiddetta “Mafia Capitale”. Ma cosa vorrà mai significare “sfiorato”? Si tratta di coloro che non sono mai stati neppure interrogati e le relative posizioni sono state rapidamente archiviate per radicale mancanza di elementi di prova che potessero giustificare anche solo il rinvio a giudizio.

    Eccoli: i coinvolti, quelli di cui nessuno probabilmente aveva mai saputo nulla ma che vengono serenamente sputtanati con nome, cognome ed incarico assegnato dal Sindaco, in un articolo a cinque colonne, accomunati ad un quarto personaggio, nominato City Manager, tutt’ora indagato per un presunto abuso di ufficio (reato già modificato e parzialmente abrogato per legge) basato su elementi così fragili che in oltre quattro anni non hanno portato nemmeno alla chiusura delle indagini.

    Nulla, invece, si troverà tra quelle pagine a proposito della decina di condanne per diffamazione – sia in sede penale che civile – divenute definitive a carico di Marco Travaglio, vedovo Conte. Forse sarà una banale dimenticanza o – chissà – magari si tacciono per non intaccare il dogma della infallibilità dei giudici reclamando il diritto di cronaca e la funzione di super eroe del Direttore chiamato alla missione di punire i malvagi e redimere una Nazione.

  • In attesa di Giustizia: presunti innocenti

    Se ne è già accennato in questa rubrica: è in fase (finalmente) di recepimento la Direttiva Europea sulla presunzione di innocenza, volta a meglio assicurare un giusto processo ad ogni accusato di un crimine: qualcosa che appare superfluo, poiché è un principio già recepito dalla nostra Costituzione, ma che sembra ugualmente necessitare di rinforzo in considerazione della deriva giustizialista che affligge il nostro Paese.

    Si tratta di un canone di civiltà giuridico noto e riconosciuto da tutte le democrazie occidentali, recepito nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: l’attuale intervento ha come finalità quella di descrivere ancor meglio il perimetro ed i contenuti di questa garanzia ponendo – tra l’altro – delle limitazioni alle modalità di informazione circa le indagini in corso, l’attività delle Procure, gli arresti.

    Per esempio, viene fatto divieto di presentare un soggetto solamente sospettato – ed ancorché arrestato – in termini che ne suggeriscano  già la colpevolezza; ciò vale per le testate giornalistiche non meno che per i Pubblici Ministeri che tanto sono affezionati alle conferenze stampa, possibilmente a reti unificate, ogniqualvolta arriva al culmine (cioè a dire al fatidico momento in cui scattano le manette): solo i capi degli uffici potranno farle e solo laddove l’inchiesta abbia caratteristiche e contenuti tali da risultare meritevole di particolare attenzione dell’opinione pubblica.

    Altrettanto vietate le gogne mediatiche, cui ci siamo assuefatti, che oggi si valgono anche dei filmati che le Forze dell’Ordine realizzano in occasione delle catture: e li devono fare! ma per documentare che le modalità della cattura sono state realizzate senza impiego di violenza o forza fisica superflua e non certo per arricchire i palinsesti dei telegiornali e delle trasmissioni dedicate al culto dell’indagine parallela e del processo “in studio”.

    Insomma, sembrerebbe che siamo di fronte ad un approdo di civiltà e invece c’è chi se ne lamenta.

    Si lamentano i Pubblici Ministeri, così privati della loro migliore ribalta, sostenendo che già adesso le conferenze stampa sono riservate ai casi più eclatanti, che si tratterebbe di una limitazione della libertà di informazione e persino che la regola così scritta li discriminerebbe rispetto ai giudici perché per questi ultimi non vale.

    Ovviamente, non vale: anche perché i giudici parlano attraverso le sentenze ed è – anzi – loro vietato anticipare giudizi, fare valutazioni e meno che mai commenti postumi alle decisioni assunte. Tutte cose che i magistrati inquirenti dovrebbero sapere.

    La buona notizia è che la “banda Travagliotti” potrebbe essere costretta a trovarsi un lavoro, magari aspettando il primo bando di reclutamento per agenti della Polizia Penitenziaria.

    Fu proprio l’ineffabile Direttore de Il Fatto Quotidiano che, in un recente passato, ebbe a formulare alcuni suggerimenti che giustificano il rafforzamento della presunzione di innocenza e che, solo a ricordarli, fanno venire la pelle d’oca illustrando chiaramente la linea editoriale: per esempio imporre l’obbligo a chi partecipi ad un appalto di autorizzare previamente di essere intercettato oppure l’infiltrazione di agenti provocatori nella Pubblica Amministrazione per stanare i possibili corrotti mediante l’istigazione a delinquere. A corollario di queste illuminate riflessioni ebbe anche a dire che l’articolo 27 della Costituzione è una barzelletta quando ci si trova di fronte a talune intercettazioni che rendono superfluo persino la celebrazione del processo. Una bella ordalia sarebbe più che adeguata alla bisogna.

    Il dibattito, invece, langue su temi estremamente sensibili: come periodicamente accade si rinnova l’allarme per gli infortuni e le morti sul lavoro: una piaga cui non sembra che si riesca a trovare una soluzione sia pure considerando che il rischio – ogni rischio – può solo essere marginalizzato e non escluso del tutto, anche seguendo il suggerimento di Landini a proposito di una intensificazione dei controlli implementando con nuove assunzioni i ruoli degli ispettori del lavoro e, quindi, facendo leva sulla prevenzione.

    Si torna, invece, a parlare di aumento delle pene dimenticando che il diritto penale svolge una funzione solo sussidiaria di controllo sociale e che – tanto per fare un esempio sulla inutilità dell’inasprimento delle sanzioni – negli Stati Uniti, anche in quelli in cui è ancora prevista la pena capitale, il tasso di crimini violenti non si è ridotto.

    Ma tant’è, duole rimarcarlo per l’ennesima volta ma nel nostro Paese, nella Repubblica delle Procura, la parola Giustizia fa rima solo con carcere e persino un articolo della Costituzione abbisogna di essere meglio spiegato e sostenuto.

  • In attesa di Giustizia: rigore è quando arbitro fischia

    Con un anno di ritardo dovuto alla pandemia, sono iniziati i campionati europei di calcio e la Nazionale – almeno fino ad ora – vince, diverte e convince: prendiamo spunto da queste vicende sportive e azzardiamo la parodia in chiave calcistica per rievocare con una telecronaca quelle che sono state di maggiore impatto negli ultimi tempi per l’Ordine Giudiziario.

    Immaginiamo, allora, che in campo vi siano la Nazionale Magistrati (che realmente esiste) ed una squadra dell’Unione delle Camere Penali in rappresentanza dei cittadini italiani: quelli che da sempre sono in attesa di Giustizia ed oggi assistono sgomenti alla caduta verticale di credibilità della Magistratura.

    Partita sonnolenta, senza grandi spunti né da una parte né dall’altra; ma ecco che all’improvviso vi è un intervento scomposto di Raffaele Cantone che impatta sul suo compagno di reparto  Luca Palamara il quale, a sua volta, cadendo finisce con il falciare come birilli, determinando un “effetto domino”, numerosi atleti del suo team, imponendo il fermo del gioco: entrano sul terreno i massaggiatori e il medico ma nonostante le cure prestate non tutti sono in grado di riprendere la partita; vengono fatte alzare dalla panchina le riserve che, tuttavia, non sono in numero sufficiente per ripristinare la formazione ad undici elementi.

    Gli atleti della compagine avversaria assistono stupefatti all’accaduto e si aspettano che l’arbitro assuma una qualche decisione perché la Nazionale Magistrati è stata decimata e, secondo le regole, una partita non può iniziare o proseguire senza il numero minimo di sette elementi.

    Il fischietto tace e l’incontro prosegue con una delle squadre in netta superiorità ma senza che riesca ad andare a rete per la strenua difesa allestita dai tecnici dell’ANM Poniz e Santalucia: tutti i giocatori vengono dislocati in area di rigore a presidio della propria porta.

    Fraseggio stretto tra gli incursori dell’Unione, Spigarelli e Caiazza, interrotto da Riccardo Fuzio con un brutto fallo da rosso diretto al limite dei sedici metri, ma l’arbitro non lo espelle né concede la punizione.

    Continua l’assedio al bunker allestito dai magistrati e la giovane speranza delle toghe Paolo Storari tenta di alleggerire la pressione duettando con Davigo, leader storico della squadra ed idolo assoluto dei tifosi e dei capi ultràs Travaglio e Grillo: nel palleggio, peraltro, entrambi si aiutano con le mani ma ancora una volta l’arbitro chiude un occhio e lascia proseguire.

    Dagli spalti il pubblico rumoreggia all’indirizzo di una direzione del gioco che lascia perplessi e la partita non offre spunti tecnici apprezzabili con un manipolo di uomini asserragliati a pochi metri dalla linea di porta dove le azioni fallose si susseguono incessanti: Bossi, Capristo, De Pasquale e Spadaro pestano come dei fabbri ma, alla fine, solo a De Benedictis viene finalmente mostrato il cartellino rosso per doppia ammonizione: tra l’altro il suo sarebbe un fallo da rigore ma l’arbitro si limita all’inevitabile espulsione senza indicare il dischetto degli undici metri.

    Rigore è quando arbitro fischia, ricordava Vujadin Boskov da allenatore della Sampdoria…ed allora, che abbia ragione l’arbitro Mattarella il cui fischietto, tranne qualche raro e sommesso sibilo, rimane rigorosamente muto durante questa interminabile partita che sembra destinata ai supplementari?

    Forse, di certo è un silenzio imbarazzato ed imbarazzante, o entrambe le cose, mentre il quarto uomo, Salvini, segnala il tempo di un interminabile recupero.

  • In attesa di Giustizia: voce dal sen fuggita

    All’inizio degli anni ’90 e poco dopo la entrata in vigore del codice di procedura penale un grande penalista milanese, Corso Bovio, uomo di intelligenza fuori dal comune e dotato di uno straordinario senso dell’ironia, soleva conferire un “riconoscimento”: il Sogliolone d’Oro, di cui risultava meritevole – di volta in volta – il G.I.P. più appiattito sulle richieste del P.M..

    Il G.I.P., il Giudice della Udienza Preliminare, il Tribunale, non devono e non possono essere una sorta di notaio che certifica e valida pedissequamente le richieste del P.M.: lo dice il buon senso prima ancora che la Costituzione. Tuttavia, quando accade che un giudicante si pronunci diversamente il malcontento è assicurato e in qualche caso assai evidente.

    Il Procuratore Capo di Verbania, per esempio, ha commentato l’ordinanza con cui il GIP, dott.ssa Banci Buonamici, non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia e due li ha scarcerati per mancanza di gravi indizi, disponendo gli arresti domiciliari, invece che il carcere, per il terzo.

    La P.M., pur a denti stretti, ha valorizzato l’indipendenza del giudice e dunque la superfluità della separazione delle carriere che ultimamente si è tornata a reclamare a gran voce anche mediante consultazione referendaria. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più condividere il caffè con la Collega Gip, come era solita fare.

    Non può sfuggire il significato di questo moto spontaneo di risentimento: l’indipendenza del GIP, tanto magnificata poco prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che implicitamente significa agli occhi di quel magistrato: un atto quasi di inimicizia e comunque tale da rendere inevitabile, almeno “per un po’”, una consuetudine amicale, con buona pace di una condivisa pratica della indipendenza del giudice. Un giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente l’ipotesi di accusa, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che si confida essere rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che – ci si aspettava in questo caso — per tutelare, così dichiara la P.M. Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri”.

    Dobbiamo esserle grati per la sua sincerità. Non poteva esserci, al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e giustamente, un sentimento profondo di solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale del Collega, ben oltre Verbania, sono – nella quotidianità della esperienza giudiziaria – eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono – in forza di tale eccezionalità – una portata così impattante devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento.

    Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, chi la contrasta ha sempre tacciato di qualunquismo lo stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen fuggita al Procuratore della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella allegoria. Anche gli avvocati prendono il caffè (più raramente) o frequentano (ancora più raramente), P.M. o Giudici; ma lo fanno, possono reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. L’auspicio è che così prima o poi accada anche tra Giudici e PM, appartenendo ad ordini diversi e separati.

    Ci sarebbero meno assembramenti alla macchinetta del caffè (che, di questi tempi, costituirebbe un ulteriore vantaggio), e tanti processi giusti in più.

  • In attesa di Giustizia: il segreto di Pulcinella

    L’accesso ai fondi del Recovery Plan prevede che si dia luogo a riforme in settori cruciali e tra questi vi è quello della Giustizia: la Ministra Cartabia ci sta provando ed in settimana dovrebbe essere presentato il progetto relativo al processo civile e si sta lavorando all’ambito di quello penale.

    Qualcosa delle linee guida di queste riforme già traspare, senza il crisma della definitività anche per i problemi legati alla ostinata resistenza della compagine pentastellata alla revisione di alcuni settori del diritto recentemente modificati proprio su impulso e voto plebiscitario di quella maggioranza.

    Tuttavia, il vero ed attuale problema per i cittadini, che sono più in difficoltà ad orientarsi tra complicate regole tecniche ma sono soprattutto gli utenti del servizio giustizia è chi la amministra: la caduta verticale della fiducia nella magistratura ne è l’implacabile indicatore.

    Come vi era da immaginarsi, tiene banco (e lo terrà ancora a lungo) la vicenda dei verbali di interrogatorio dell’Avv. Amara che sta generando scompiglio nelle Procure, soprattutto in quella di Milano:  si dice che il  Procuratore Francesco Greco, imbarazzato da quanto emerso, sia intenzionato a fare richiesta di pensionamento anticipato mentre il suo sostituto “ribelle” Storari è indagato per violazione del segreto istruttorio avendo dato il via alla diffusione di quei verbali con destinatario Piercamillo Davigo dal quale si attendeva soccorso e consigli sul da farsi perché – a suo dire – il Capo dell’Ufficio nicchiava sulla apertura formale di un procedimento basato sulle dichiarazioni accusatorie di Amara che coinvolgono uomini delle istituzioni.

    L’esistenza di quelle carte è diventata di dominio pubblico solo perché Nino Di Matteo (destinatario a sua volta di un plico con mittente anonimo che le conteneva una copia) ha scoperchiato il vaso di Pandora ed ora si scopre che, nel frattempo, altri – e tra questi, forse, nessuno legittimato a conoscerne il contenuto – ne avevano avuto notizia e preso visione. Tra smentite e mezze ammissioni risultano coinvolti il Vice Presidente del C.S.M., il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, i Direttori di un paio di giornali, la ex segretaria di Davigo e chi più ne ha più ne metta.

    Nei programmi di approfondimento si è scatenata la bagarre e volano gli stracci: ha ragione uno, no l’altro, si doveva fare in un certo modo anzi diversamente…e secondo Nicola Morra Davigo gli avrebbe parlato e mostrato i verbali ricevuti nella tromba delle scale della sede del C.S.M. a maggiore reciproca tutela rispetto al rischio di essere intercettati: e perché mai temere qualcosa del genere? Forse perché nel Paese è ormai dilagante la cultura della intolleranza e del sospetto, forse perché la coda di paglia non è patrimonio esclusivo di alcuni, forse perché non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca ed ambiscono a mantenere l’impunità? Tutto molto opaco, tanto per usare un eufemismo. E, poi, Morra che c’entra?

    Si scopre allora, verrebbe da dire: “finalmente”, che esiste il segreto istruttorio, che costituisce un reato la prassi quotidiana di far filtrare verbali di interrogatorio, provvedimenti di arresto e intercettazioni prima ancora che ne abbiano disponibilità lecita i diretti interessati ed i rispettivi difensori.

    Si scopre che la riservatezza non è solo una virtù ma un valore aggiunto ed una garanzia da coltivare nel corso delle indagini penali.

    Si scopre che, al di là dei problemi legati alla spartizione correntizia degli incarichi di vertice la magistratura – non tutta, per fortuna – sembra avere scatenato, si passi l’espressione, una vera e propria guerra tra bande che ne sta determinando una sorta di implosione.

    Si scopre che – magari – a questa implosione non è estraneo il venir meno della figura di un avversario da battere come Silvio Berlusconi se si vuol dare credito proprio a Luca Palamara che ha parlato di una “funzione supplente” della magistratura rispetto ad una opposizione parlamentare ritenuta imbelle.

    Si scopre che il segreto istruttorio è il segreto di Pulcinella e si ha la conferma che l’attesa di Giustizia sarà ancora molto lunga.

  • In attesa di Giustizia: errare è umano, perseverare è diabolico

    Gli errori giudiziari continuano ad essere senza responsabili e responsabilità.

    Sul sito www.errorigiudiziari.com si trovano anticipati i dati relativi agli errori giudiziari e ingiuste detenzioni aggiornati al 31 dicembre 2020, sulla base dei quali è possibile fare un punto della situazione ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione e cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario: vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione, di regola dopo avere scontato molti anni di carcere.

    Per avere una prima idea, di quanti cittadini sono stati privati ingiustamente della libertà è significativo mettere insieme sia le vittime di ingiusta detenzione sia quelle di errori giudiziari in senso stretto. Ebbene, dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi sono stati 29.659: in media, un migliaio all’anno. Il tutto per una spesa complessiva per lo Stato (che è tenuto a riparare ai propri errori) che raggiunge la soglia di 869.754.850 euro, per una media di poco inferiore ai 30 milioni di euro l’anno.

    Attenzione, perché nel 2020 si è registrata una inversione di tendenza delle ingiuste detenzioni che sono in leggero calo rispetto al 2019: i casi sono stati 750, per una spesa in indennizzi liquidati pari a circa trentasette milioni di euro il che, rispetto all’anno precedente, denota effettivamente un netto calo sia nel numero di casi (- 250) sia nella spesa.

    Buon segno? Giammai…perseverare nell’errore è diabolico: la flessione non è il segnale di un cambio di passo virtuoso bensì la conseguenza di un rallentamento dell’attività giudiziaria, causa covid19, delle corti di appello chiamate a decidere sulle domande di riparazione che, sia detto per inciso, nel tempo hanno elaborato le più stravaganti giustificazioni per non concederle o ridurne l’entità. Qualche esempio? L’avere frequentato cattive compagnie, avere dei precedenti penali o – persino – essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio da arrestato (quest’ultimo è un diritto assicurato dalla Costituzione…).

    A fronte di questa situazione sorge spontanea una domanda: come mai gli strumenti della giustizia disciplinare e la normativa sulla responsabilità civile dello Stato-giustizia non frenano gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni?

    I dati sulle azioni disciplinari sono semplicemente impietosi basti dire che nel passato era stato persino mandato indenne da conseguenze un magistrato che aveva abusato di un ragazzino nelle toilettes di un cinema porno perché – poco tempo prima, in casa – gli era caduto in testa un infisso che, secondo la sezione disciplinare del C.S.M., ne aveva temporaneamente compromesso la capacità di intendere e di volere.

    E’ vero, l’esempio non c’entra con il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari…ma rende sicuramente l’idea di come funzioni la “giustizia domestica” dei magistrati che, nel triennio 2017/2019 su circa tremila tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni ha avviato la miseria di 53 accertamenti di cui solo 4 conclusi con una blanda censura.

    Quanto alla responsabilità civile, basti dire che la legge che ne regola l’accertamento è burlescamente costruita in modo da renderlo sostanzialmente impossibile.

    Certo è che un migliaio di cittadini all’anno privati ingiustamente della libertà sono un numero che più che suscitare l’attesa della Giustizia provocano il fondato timore che la sua amministrazione sia troppo spesso nelle mani di pericolosi emuli di Piercamillo Davigo.

  • In attesa di Giustizia: quousque tandem abutere, Palamara, patientia nostra?

    Così si rivolgeva Cicerone a Catilina, non certo a Palamara, all’inizio della prima delle sue orazioni pronunciate  – dette, appunto, Catilinarie – denunciando la congiura che stava ordendo per rovesciare la Repubblica e che avrebbe dovuto avere inizio proprio con l’assassinio di Cicerone il quale, avvisato per tempo, sfuggì all’agguato e  denunciò subito il complotto in Senato.

    Tradotto, significa. “fino a quando abuserai della nostra pazienza?”: ed è quello che, forse, è stato detto e chiesto a Luca Palamara, riconvocato di urgenza nei giorni scorsi per un’audizione alla Prima Commissione del C.S.M..

    Tutte le ipotesi circa il contenuto di questa audizione (come si vedrà, inopportunamente secretata) sono buone e le fughe di notizie, le ipotesi, i possibili retroscena  fluiscono già copiosi.

    La Prima Commissione del C.S.M., è bene chiarirlo, è quella che si occupa delle inchieste riguardanti i Magistrati e siccome Palamara è già stato sottoposto ad un procedimento disciplinare davanti al Consiglio vi è da pensare che sia stato convocato come testimone riguardo ad altre posizioni, probabilmente a causa delle rivelazioni fatte nel libro intervista pubblicato con Alessandro Sallusti.

    In quel testo, chi lo ha letto sopportando il voltastomaco che procura lo avrà intuito, molto si dice dell’autentico malaffare che ha governato il sistema della nomine a capo degli Uffici Giudiziari e le opzioni giudiziarie condivise per condizionare la politica ma molto anche si allude senza approfondire scenari più ampi che potrebbero riguardare tanto Magistrati e nomine, quanto lo stesso Quirinale: è dunque probabile, questo sì, che il C.S.M. abbia inteso sollecitare Palamara a “vuotare il sacco” del tutto.

    Tutto ciò va bene, benissimo, in nome della indispensabile opera di “pulizia” di un Ordine Giudiziario che ha raggiunto i minimi assoluti della credibilità e della autorevolezza; ma è proprio in nome di ciò che sarebbe risultata preferibile una scelta di maggiore trasparenza invece che far trafilare la notizia della audizione senza poi illustrarne – almeno in termini generici e senza scendere nella indicazione specifica di nomi, fatti e circostanze – l’oggetto.

    Secretazione, quindi, accettabile ma fino a un certo punto e non per sempre: si doveva offrire un servizio di informazione assai più corretto ad un Paese il cui rapporto con la Giustizia e chi la amministra è in forte crisi, evitando lo scatenarsi di dietrologi e spacciatori di “veline”:  in due parole era ed è indispensabile dare il segnale di una Magistratura che vuole uscire dal guado lasciando che l’opinione pubblica possa valutare fatti e persone sulla base di una informazione puntuale.

    Tutto ciò, tra l’altro, avrebbe reso effettivo il canone costituzionale secondo il quale la Giustizia è amministrata in nome del Popolo Italiano…ammesso e non concesso che sia messo in condizione di esprimere opinioni ragionate.

    Un’occasione persa, l’ultima tra tante e che questo permanente mistero tra i vari retropensieri che genera vi è quello circa la effettiva latitudine delle malefatte di cui Palamara è responsabile testimone. Cose taciute o solo accennate e perché? Paura, intenzioni estorsive, minore o indiretta conoscenza, pudore?

    Resta il fatto che così il nostro non è un Paese in attesa di Giustizia ma decisamente senza.

  • In attesa di Giustizia: scusi, lei è un assassino?

    Da quasi dieci anni la cronaca giudiziaria si è occupata della sparizione della signora Marinella Cimò, allontanatasi da casa nel 2011 senza lasciar alcuna traccia; il marito, Salvatore Di Grazia, ne aveva denunciato la scomparsa solo dopo dieci giorni inducendo gli inquirenti a concentrare su di lui i sospetti ed a procedere per l’ipotesi di omicidio nonostante il mancato rinvenimento del corpo della donna.  Salvatore Di Grazia è stato processato e condannato quale autore del delitto.

    Nei giorni scorsi, i tempi sono sempre quelli che sappiamo, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato e reso esecutiva una condanna a 25 anni di reclusione.

    La cronaca giudiziaria, quasi interamente di tendenza colpevolista, è soddisfatta perché è stato individuato un responsabile ed inflitta una pena superando l’ostacolo dell’assenza di una prova diretta del fatto. Recentemente, tra l’altro, proprio la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza di grande spessore che affronta proprio il tema della inutilizzabilità dei meri sospetti per addivenire a una condanna essendo richiesta la sussistenza, perlomeno, di indizi (che sono cosa ben diversa) plurimi e concordanti e come tali idonei a superare la soglia del ragionevole dubbio. E’ la cosiddetta “regola B.A.R.D.” , acronimo derivato dal diritto anglosassone che sta, appunto, per Beyond Any Reasonable Doubt.

    Concetti difficili da digerire per un’opinione pubblica intrisa di davighismo, che si abbevera alla fonte di Marco Travaglio, celebrando – quali che siano – i fasti manettari. Altro che controllo sulla giurisdizione da parte del popolo: tale compito è ormai terziarizzato come dimostra (tra i tanti esempi) un servizio andato in onda a Quarto Grado – con la partecipazione del condannato Di Grazia – che restituisce un quadro preoccupante della nostra epoca e consente di riflettere sul “grado di salute” del nostro sistema giudiziario.

    L’intervista a Di Grazia, nell’imminenza dell’arresto per espiare la pena, lascia sgomenti per modalità ed intenti: l’uomo  viene, infatti, sottoposto ad un giudizio demolitorio, reo non solo del delitto per cui è stato processato, ma anche (forse soprattutto) di aver osato sostenere fermamente la sua innocenza.

    A questo uomo anziano – dalla personalità  particolare, ma non per questo immeritevole di rispetto – sono stati rivolti pressanti interrogativi, quasi a voler ottenere in diretta una confessione mai resa o un’informazione mai concessa.

    “Dov’è il corpo di sua moglie? ”E ancora: “Di Grazia ha ucciso o no sua moglie? Sa io la domanda gliela dovevo fare”… “Ma Di Grazia lei ha 83 anni ed è stato condannato a 25 anni: lei sa cosa vuol dire questo? Cosa ha messo nella valigia (per il carcere), un libro o un pensiero di sua moglie? Ed ancora “Glielo avevo detto Di Grazia di far meno lo strafottente, l’arrogante il burlone perché era palese che c’erano gli indizi contro di lei: ora può fare tutto quello che vuole, ricorrere a procedure e cavilli, ma la sostanza è tutta qua”.

    Domande che non abbisognano di commenti ulteriori circa  la loro gratuità e  sottesa pretesa moralista. Il processo, concluso nelle aule, prosegue e persiste nella sua forza inquisitoria nelle sedi dei talk show o su web, quasi che una sentenza non sia  adeguata a placare la sete di giustizia.

    Una giustizia responsabile di non aver fornito tutte le risposte si pretenderebbe di avere. Insomma un “limite” del sistema processuale. Un limite che – se ci pensiamo – forse è connesso ad una prassi sempre più consueta di accesso (od abuso) al processo indiziario in cui difetta la prova diretta o storica del fatto illecito da accertare e nel quale il Giudice – seppur nel rispetto delle norme e all’esito di una ragionata analisi di quegli elementi – sceglie tra un ventaglio di ipotesi “probabili” quella che egli soggettivamente ritiene “più ragionevole, più credibile”, addivenendo ad una decisione che seppur corrisponde all’accertamento di una verità processuale lascia contorni irrisolti e domande inevase. Un percorso logico giudico in cui l’errore diviene una variabile assai concreta.

    Su tali premesse si erge l’uomo comune nelle vesti del censore, proseguendo in quel compito che la Giustizia ha solo parzialmente assolto; un uomo che sente ancora l’esigenza di chiedere, nonostante una sentenza di condanna definitiva, “Scusi, lei è un assassino”? E meno male che, se nel nostro sistema l’attesa di giustizia è sempre lunga, perlomeno non abbiamo il processo con giuria.

  • In attesa di Giustizia: perseverare è diabolico

    Questa rubrica si è già occupata di quello che, sia pure tormentato, sembrava essere il convinto passo di addio alla Toga di Piercamillo Davigo.

    Mai dire mai: nonostante alcune considerazioni a caldo che esprimevano amarezza coerente con un sofferto ma definitivo congedo dalla Magistratura e dal suo Consiglio Superiore, il Dottor Sottile di Mani Pulite si è attivato immediatamente (il giorno dopo la delibera del Consiglio) per far valere le proprie ragioni impugnando al T.A.R. una decisione che egli ritiene sbagliata. Il che fa ritenere con certezza che il passo fosse già stato meditato e preorganizzato con buona pace di quanto affermato poche ore prima.

    Tale opzione sorprende, ma forse non dovrebbe: Davigo aveva illustrato i motivi della sua resistenza non tanto al pensionamento quanto alla derivata esclusione dal C.S.M. puntualizzando che non voleva certamente apparire come “attaccato alla poltrona”; considerando l’orientamento stabile e negativo della Giustizia amministrativa sul punto si direbbe proprio il contrario ma – del resto – questa vicenda nel suo insieme è caratterizzata da quella opacità che è risultata essere abituale nel funzionamento degli organi rappresentativi della magistratura non meno che nei comportamenti di numerosi appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Proprio Davigo, sostenitore della infallibilità dei giudici che ha sempre considerato la finalità delle impugnazioni unicamente dilatoria, si è dovuto rivolgere ad un avvocato (cioè ad un rappresentante di una categoria apertamente disprezzata) per farsi assistere contro la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che ha negato la sua permanenza nell’organo di autogoverno per raggiunti limiti di età: epilogo che, a regola, si sarebbe dovuto raggiungere senza discussioni e traumi ed, altresì, evitando il commento finale del Vice Presidente del C.S.M. modulato su equilibrismi dialettici da orfano della Prima Repubblica.

    Tutto ciò non fa bene all’immagine già compromessa di un Potere dello Stato, travolto nella melma di squallide intercettazioni con pregiudizio anche quella porzione di magistrati che lavora sodo, seriamente e nel rispetto di quella Costituzione su cui hanno giurato.

    Perseverare è diabolico, ed un C.S.M. dall’equilibrio già instabile rischia di trarne ulteriore pregiudizio ma…

    …non sarà che, invece, Davigo ha ragione, anzi che sarebbe meglio avere un Consiglio Superiore di tutti pensionati?

    Certo! E con innegabili vantaggi:  non dovendo tornare in servizio i componenti  togati potrebbero dedicarsi al loro ministero liberi da ogni condizionamento, senza timore di risultare per qualche ragione sgraditi ad un futuro collega o preoccupandosi di essere graditi ad altri; sarebbero tutti saggi almeno per anagrafica presunzione e le loro decisioni, non dovendo più aspirare a nulla in carriera, sottratte a mercanteggiamenti correntizi; l’età avanzata, inoltre, porta con sé una ridotta esigenza di ore di sonno e, di conserva, un tempo maggiore da dedicarsi proficuamente al lavoro.

    Quanto ai criteri sia per selezionare i componenti del C.S.M. che – da parte di costoro – per determinare i progressi in carriera degli ormai ex colleghi si potrebbe fare ricorso alla Regola di San Benedetto per la elezione degli abati: senza scomodare leggi, regolamenti e Costituzione, soprattutto evitando di stravolgerle o piegarle alle utilità del momento.

    E per noi adesso l’attesa di Giustizia è per una decisione del T.A.R. Lazio e poi, forse, del Consiglio di Stato sollecitata proprio da chi si è sempre battuto per la eliminazione del giudizio di appello. Definiamo tutto ciò una eterogenesi dei fini per chiudere (si spera definitivamente) il discorso e – più che mai –  evitare querele.

  • In attesa di Giustizia: il lungo addio

    Questo era il titolo di un romanzo di Raymond Chandler che può ben attagliarsi alla vicenda del pensionamento di Piercamillo Davigo intervenuto per raggiunti limiti di età mentre sedeva come Consigliere a Palazzo dei Marescialli. L’ex P.M. di Mani Pulite le ha provate tutte pur di rimanere al C.S.M., sebbene vi fossero – tra l’altro – precedenti regolati dal Consiglio di Stato in senso contrario alle sue aspettative. Ospite di Piazza Pulita su LA 7, l’ormai ex magistrato ha detto che se solo avesse avuto un cenno (dal Presidente Mattarella, si intende) circa l’orientamento del Comitato di Presidenza in senso opposto alla sua permanenza, si sarebbe immediatamente dimesso.

    Ma, vien da dire, ce ne sarebbe stato veramente bisogno? Un uomo che conosce la legge e la sua interpretazione non avrebbe dovuto avere dubbi circa le proprie prospettive e l’accanimento con cui ha perseguito il tentativo di restare al Consiglio non trova giustificazione.

    Tuttavia, in questa vicenda, vi è forse qualche affiorante retroscena che potrebbe spiegare le ragioni per cui nessun cenno gli è stato fatto, facendogli anzi coltivare l’illusione che l’epilogo potesse avere un lieto fine: non è da escludere che fino all’ultimo sia cercato di salvare, più che il soldato Davigo, l’assetto politico del C.S.M. che aveva appena giudicato e rimosso dalla magistratura, con molta fretta (ne abbiamo trattato di recente), Luca Palamara.

    Se e fino a qual punto il dott. Davigo (che faceva parte della sezione disciplinare del CSM) avesse fatto affidamento proprio su questa inerzia, lo sa solo lui; ma la partita  è probabile che si sia giocata su questo tavolo, non certo su quello della controversia tecnico-giuridica.

    Ma quando poi, con malcelata amarezza, egli lamenta che quel silenzio ingannevole dei vertici del C.S.M. lo abbia ingenerosamente esposto ad un danno di immagine, come di un magistrato “attaccato alla poltrona”, scivola nella retorica populistica un po’ troppo facile, ancorché a lui assai congeniale.

    Il dott. Davigo (che per non farsi mancare nulla, pare, abbia avviato altra controversia per veder retroattivamente rivalutata la sua sconfitta nella corsa a Primo Presidente della Corte di Cassazione) deve prendersela solo con sé stesso. Il quadro dei principi era ed è chiarissimo, il Consiglio di Stato si era già pronunciato esattamente sul punto quando egli ha deciso di ingaggiare questa battaglia. Ed anzi, egli aveva avuto altre due eccellenti occasioni per buttare dignitosamente la spugna: il giudizio negativo della Commissione che di norma lui stesso presiedeva ed il parere drasticamente negativo della Avvocatura dello Stato, incredibilmente secretato: il che la dice lunga su quanto il Consiglio o gran parte di esso stesse cercando di sostenerlo. Imputet sibi avrebbero detto i latini.

    Una vicenda un po’ squallida, detto senza infingimenti e dai contorni resi ancor più opachi dal voto finale espresso dal CSM, che conferma una volta di più l’attuale crisi di autorevolezza e credibilità della magistratura italiana e del suo vertice istituzionale. Ancora una volta, su una questione del tutto tecnica, si è votato per schieramenti e per dosimetrie correntizie. Il tema era se un magistrato in pensione possa rimanere in carica: cosa c’entra la corrente di appartenenza? Ogni commento è superfluo e si ponga attenzione alla critica che è stata rivolta al voto libero ed “imprevisto” del dott. Nino di Matteo che per il solito Travaglio – che incarna l’idea platonica della faziosità più incontinente – sarebbe un voto “inspiegabile”; per molti, anche all’interno della stessa magistratura, sarebbe stata addirittura una ritorsione contro il silenzio di Davigo sulla nota vicenda della mancata nomina di di Matteo a capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. Insomma saremmo al cospetto di una guerra tra bande. Piace, invece, presumere, almeno presumere, un gesto di onestà intellettuale e di libertà morale da parte di un magistrato in un momento in cui la crisi della giurisdizione rende sempre più vana l’attesa di Giustizia.

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