Magistratura

  • In attesa di Giustizia: all’armi, all’armi!

    La riforma della Giustizia “a firma” della Ministra Cartabia, oggettivamente, non è entusiasmante e Carlo Nordio, non uno qualunque, l’ha definita “il minimo sindacale per conseguire i fondi europei del PNRR”.

    Marta Cartabia ed il suo staff, d’altro canto, hanno un limite insuperabile che è quello della necessaria approvazione delle iniziative di legge di origine governativa da parte del Parlamento: e qui iniziano i guai perché ciò significa raggiungere equilibri anche improbabili nella prospettiva di vedersela con i voti, ahinoi ancora numerosi, delle truppe cammellate del giullare che l’ha preceduta nel ruolo di Guardasigilli offrendo, quando ha tentato di parlare di diritto, involontari momenti di ilarità.

    Un giullare, dunque, assai diverso da quelli di shakespeariana memoria che nell’”Enrico IV”, piuttosto che in “Re Lear” incarnano una sensibilità diversa che li porta ad esprimere con inattesa saggezza la propria verità di fronte alle vicende umane e che – oltretutto – non si valgono del consenso di comici veri prestati alla politica o del sostegno dottrinale dell’avvocato Conte. Non Paolo, il jazzista: quello lo si ascolta sempre volentieri.

    Frutto, quindi, di implacabili esigenze di compromesso, la riforma nasce criticata da più parti e ferocemente contrastata dall’Associazione Nazionale Magistrati che ha persino acquistato pagine di quotidiani per gridare il proprio dissenso ai cittadini: non bastando la qual cosa, l’Assemblea Generale del sindacato delle toghe ha proclamato uno sciopero (in data da destinarsi) non per protestare ma per essere ascoltati.

    Ma, cos’è che turba tanto l’Ordine Giudiziario? Forse l’insufficienza di garanzie o che non si siano adottati strumenti per contrastare l’eccessiva durata dei processi, magari l’inadeguatezza dell’organico e delle strutture? E, per essere ascoltati, non basterebbe avere una credibilità un filo maggiore a quella attuale?

    No! Le preoccupazioni sono ben altre: prima fra tutte sembra essere la istituzione di un fascicolo per ogni magistrato (Giudice o P.M. che sia) che ne raccoglie i dati dello sviluppo professionale e delle performances, una più rigida separazione delle funzioni tra giudicanti ed inquirenti e – naturalmente – lo sbarramento al rientro in magistratura dopo esperienze di natura politica.

    Tradotto: nessuno mi può giudicare nemmeno tu (riferito al nuovo C.S.M.) come cantava Caterina Caselli nel lontano 1966, pochi anni anteriormente alla approvazione della legge c.d. “todos caballeros” che prevede l’automatismo nel progresso in carriera – e nello stipendio – in virtù del semplice ed inesorabile decorso del tempo e di accordi correntizi al posto di una disamina della qualità del lavoro svolto.

    Per esempio, prima di allora, un magistrato che intendesse passare di grado da Giudice di Tribunale a Consigliere di Corte d’Appello vedeva valutati gli esiti proprio in Corte d’Appello delle sentenze da lui redatte. Se venivano in gran numero riformate, beh, che non meritasse il “passaggio di livello” risultava abbastanza chiaro e condivisibile.

    Anche la stretta sulla separazione delle funzioni – al di là di comici lamenti circa la conseguente soggezione all’Esecutivo dei Pubblici Ministeri, impedita da almeno tre articoli della Costituzione – appare non graditissima forse perché non consentirebbe l’allegro zampettare dalla giudicante alla requirente e viceversa a seconda delle sedi o posti semi direttivi o direttivi più appetibili a disposizione.

    E poi, e poi…il divieto di reingresso in magistratura dalla politica: giammai! E se uno non viene rieletto, poverello, cosa fa, resta senza lavoro o se ne deve cercare un altro? Una condizione straziante da prevenire con indomita energia.

    Vedremo cosa deciderà in ultimo la Giunta esecutiva dell’ANM che dovrà riunirsi per definire data e programma della protesta: riunione che, forse, se Palamara non la smette di chiacchierare e la Procura di Brescia di indagare, potrebbe tenersi durante l’ora d’aria al carcere di San Vittore.

  • In attesa di Giustizia: parole, parole, parole

    Nei giorni scorsi il Presidente MATTARELLA si è nuovamente insediato al QUIRINALE, prestando giuramento alle Camere e pronunciando il tradizionale discorso che, altrettanto tradizionalmente, è di alto contenuto istituzionale ma dai contenuti prudentemente generici nel rispetto del ruolo di garanzia che gli è affidato cui corrispondono l’autonomia del Parlamento e del Governo.

    Questa volta, diversamente dal passato, qualcosa di nuovo e di buon auspicio – rispetto ai soliti richiami alla nobiltà della politica, ai principi costituzionali, la solidarietà verso i più deboli… –  si è colto nelle parole del Presidente: una forte sollecitazione alla necessità di riformare la giustizia.

    E’ un tema sul quale MATTARELLA, nei sette anni precedenti, ha mantenuto un atteggiamento che eufemisticamente si potrebbe definire cauto: sette anni di disgrazie, tra l’altro, caratterizzati dall’“affaire” Palamara, dall’occultamento di prove a favore di imputati da parte della Procura di Milano e dai molti altri scandali che hanno assestato colpi formidabili alla autorevolezza della magistratura (m, rigorosamente minuscola).

    Sette anni nei quali il garante della Costituzione ha firmato leggi di evidente incostituzionalità: da quella sulla legittima difesa (in questo caso, invece di opporre il veto, ha tiepidamente suggerito – restando inascoltato – di rivedere alcuni punti non del tutto allineati con la Carta Fondamentale dello Stato) a quella sulla prescrizione, a tacere di quella sul congelamento della prescrizione per i processi precedenti alla riforma da celebrare al Tribunale di Bari, crollato perché, in sostanza, edificio abusivo e privo di manutenzione. Ma gli esempi potrebbero essere anche altri, partitamente nel ruolo di Presidente del C.S.M..

    Colpisce, allora, l’inedita forza degli argomenti, le sollecitazioni affinché la magistratura recuperi credibilità da parte dei cittadini che “neppure devono avvertire il timore per il rischio di decisioni arbitrarie ed imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone”.

    Non bastasse, il Presidente ha auspicato che la le riforme siano frutto di un costruttivo confronto tra magistratura (m sempre minuscola, per ora) ed Avvocatura con un richiamo esplicito al ruolo cruciale che quest’ultima riveste in un serio percorso riformatore.

    E ancora: il sovraffollamento carcerario è visto come intollerabile offesa alla dignità umana. Bravo Presidente, bravo anche chi gli ha scritto e/o suggerito il discorso ma la impennata di orgoglio non può che essere applaudita.

    Non da tutti, ovviamente: il Fango (con la g, certo) Quotidiano, commentando il discorso di Mattarella, ha titolato “applausi soprattutto contro i giudici” e l’editoriale di Travaglio trabocca di bile con commenti astiosi.

    In questi giorni si celebra – si fa per dire – il trentennale di “Mani Pulite” che, probabilmente, sarebbe meglio definire “Indagini opache”, l’inizio della fine del giusto processo, e c’è da sperare che la vigorosa sollecitazione del Presidente della Repubblica, con attenzioni rivolte sul versante non solo di chi amministra la amministrazione della giustizia ma di chi ne subisce la preponderante forza, non resti un sussulto isolato.

    C’è da sperare, più che nel Parlamento attuale – infestato da Cinque Stelle cadenti – in quello che verrà, che queste, come in una celebre canzone di Mina, non restino parole, parole, parole, soltanto parole…

  • In attesa di Giustizia: il derby

    Il C.S.M., nel giro di pochi giorni dall’annullamento delle nomine del Primo Presidente e del Presidente Aggiunto della Cassazione, con tempestività ed efficienza fuori dal comune, ha rinominato in quelle funzioni i medesimi Magistrati che il Consiglio di Stato aveva appena ritenuto non disporre di titoli sufficienti rispetto ad altri candidati. Si è così salvata l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario che compete giustappunto al Primo Presidente della Corte (che ha ri-giurato nel ri-prendere le funzioni proprio pochi minuti prima della cerimonia)…la faccia è un’altra cosa.

    Detto questo per dare un seguito (forse non un happy end) all’articolo della settimana precedente, un approccio bipartisan ai temi della Giustizia non può evitarsi parlando di avvocati che, diversamente dai Magistrati – perennemente insufficienti dal punto di vista della copertura dei posti – in Italia, sono in deciso sovrannumero rispetto alle “esigenze di mercato”: basti dire che sono circa il quintuplo di quelli che esercitano in Francia che ha una popolazione più o meno analoga alla nostra. Solo a Milano sono circa 24.000 a fronte di circa 1.300.000 abitanti censiti: a Monza, Lodi, Pavia, Busto Arsizio, Como – per citare le città più vicine – ci sono altri Tribunali ed altri Ordini Forensi con migliaia di iscritti.

    Discende la constatazione che quella dell’avvocato sia una professione “immergente”: tanto è vero che sono aumentate le cancellazioni dagli Albi, diminuite le iscrizioni a Giurisprudenza e alla pratica forense dei neolaureati e non pochi hanno approfittato della possibilità di partecipare al concorso per funzionario di cancelleria o altri possibili. Ovvio che il biennio di pandemia, per evidenti  ragioni, non abbia fatto altro che aggravare la preesistente crisi di settore.

    Crisi non solo economica ma anche culturale e – in non pochi casi – morale. La mancanza di lavoro, infatti, ha portato a sacrificare la preparazione, lo studio, la specializzazione in favore dell’accaparramento indiscriminato di clientela e di casi per cui non si ha alcuna competenza effettiva: le violazioni del codice deontologico sono divenute tristemente all’ordine del giorno.

    In un simile contesto spicca (ma, a parere di chi scrive, certamente non brilla) l’iniziativa di due giovani avvocatesse di Torino – iscritte all’Albo solo da pochi anni – che hanno dato vita ad una pagina Instagram dal nome – francamente poco professionale – dc_legalshow dove “dc” sono le iniziale dei loro cognomi.

    Chi avesse la curiosità – interesse sembra una parola grossa – di andare a vedere, scoprirà che i contenuti si allineano perfettamente alla denominazione della pagina sebbene tradisca l’intenzione dichiarata di pubblicare contenuti di natura giuridica: infatti niente giurisprudenza, legislazione o dottrina che cedono il passo a immagini esclusivamente glamour del duo impegnato non tanto in asperrime battaglie legali quanto in aperitivi, cene in ristoranti stellati, visite alle terme, autentiche sfilate in abiti ed accessori griffatissimi che di show hanno molto e di legal molto poco.

    L’Ordine degli Avvocati di Torino si è subito mobilitato discutendo se si sia in presenza di comportamenti contrari al dovere di dignità e decoro imposti dall’etica professionale e la cui violazione determina sanzioni disciplinari; forse sì, forse no ma un’unica certezza si può ricavare da questo tentativo di emulazione dei Ferragnez: il buon gusto è un perfetto sconosciuto. Trascurando l’evidenza secondo cui le due giovanotte sembrano trascorrere più tempo nelle SPA che in studio, il momento di grande crisi imporrebbe probabilmente un rigoroso understanding nel rispetto di quelle decine di migliaia di colleghi, più o meno giovani, che faticano a pagare le bollette. Opinione personale è che non ne esca una gran bella figura della classe forense: forse siamo in presenza di un derby con la magistratura.

  • In attesa di Giustizia: vieni avanti, cretino!

    Il 1982 non fu solo l’anno dell’indimenticabile “Mundial” di Spagna ma anche quello di uscita di una spassosissima commedia intrepretata da Lino Banfi per la regia di Luciano Salce: “Vieni avanti cretino”.

    La trama parlava dei tentativi di un ex detenuto, appena uscito dal carcere, che tenta senza fortuna di reinserirsi nella società con l’aiuto di un parente impiegato presso un ufficio di collocamento dando origine ad una serie di spassosissime gag.

    Il nostro articolo, invece, tratta un argomento molto meno divertente, anzi, ed è una vera e propria carica di cretini.

    Mentre la Guardasigilli Cartabia, con il contributo delle Commissioni istituite presso il Ministero della Giustizia e pur tra infinte polemiche, tenta di dare respiro al sistema giudiziario con riforme che valgono – tra l’altro – l’erogazione di fondi del PNRR, si è tenuto il concorso per 310 posti di magistrato ordinario.

    Posti destinati in parte a rimpinguare l’organico ed in altra a bilanciare i pensionamenti e, di questi tempi, anche arresti e destituzioni disciplinari dall’ordine giudiziario che stanno falcidiando la pianta organica.

    310, in fondo, non sono nemmeno molti ma, ahinoi, si devono sempre fare i conti con le esauste casse dello Stato che dovrebbero provvedere a pagarne poi gli stipendi e – più o meno – ogni anno quelli sono i posti messi a concorso: all’ultimo hanno partecipato quasi seimila candidati ed i lettori penseranno che sia un numero straordinariamente in eccesso ma non è così.

    Infatti, solo 3.797 hanno completato le tre prove scritte, gli altri hanno abbandonato prima di consegnare l’ultimo elaborato perché evidentemente non si sentivano sicuri del proprio lavoro e in tal modo hanno evitato di “bruciarsi” uno dei tre tentativi che al massimo sono concessi per partecipare a questo concorso.

    Fuori un terzo dei partecipanti, ce ne sarebbero stati comunque a sufficienza e quei quasi quattromila aspiranti  hanno portato a termine le prove, pur consapevoli della difficoltà (legata anche al voto assegnato) perché si sentivano  ragionevolmente certi di avere delle chances di entrare in graduatoria.

    Ebbene, la prova è stata superata solo da 88 di loro e sono tutti soggetti  non solo laureati in giurisprudenza ma già qualificati dall’avere superato altra selezione: il concorso in magistratura è, infatti, “di secondo grado” e come tale prevede un percorso professionale precedente (avvocato, docente universitario, dirigente di ente pubblico…).

    Qualche migliaio di emuli di Davigo – e questo già fa paura – tornerà (per fortuna?), almeno per un po’, ad occuparsi di ciò che facevano prima e – quindi – sono fatti salvi i livelli occupazionali. Bene ma non benissimo perché questa strage di candidati non è frutto di un eccessivo rigore della commissione esaminatrice o di prove di concorso di difficoltà pari alla scienza missilistica necessaria per mandare l’uomo su Marte: i problemi sono stati l’approssimativa conoscenza della lingua italiana, di grammatica e sintassi e certamente non saranno mancati grossolani svarioni in diritto. Insomma, siamo al cospetto di un autentico cimitero culturale.

    Spontanea sorge la domanda: come hanno fatto costoro, non tanto a prendere una prima abilitazione e neppure la laurea ma, ancor prima, a superare l’esame di terza media inferiore? Da domani, tuttavia ve li ritroverete tutti al loro posto: avvocati, ma anche magistrati onorari, dottori di ricerca, funzionari di Polizia.

    E’ il fallimento di una scuola massacrata da riforme idiote e di un’università diventata semplice esamificio.

    Ora siamo di fronte ad una vera e propria carica di cavalleria di cretini per di più patentati perché abilitati a svolgere altre mansioni, altre professioni, tutte delicate e che cercano di conquistare il diritto alla più complessa di tutte tra quelle umanistiche; qualcuno c’è anche il rischio che prima o poi ce la faccia e – a giudicare di ciò che si vede in giro – è già successo, senza indulgere a criticare quell’anima bella di Antonio Di Pietro perché sbagliava (e sbaglia tuttora) i congiuntivi ma, al confronto è meritevole di Presidenza della Accademia della Crusca.

  • In attesa di Giustizia: i coinvolti

    Qualche mese dopo la  vicenda del Giudice Scroccone che non pagava i conti dei ristoranti abitualmente frequentati, storia  dal retrogusto acre del “regolamento di conti” a mezzo stampa dopo una soffiata (come si dice in gergo poliziesco), eccone un’altra con protagonista una toga buongustaia che – però – ha ottenuto rarefatta mediatica, tranne che dalla stampa piemontese: forse perché ci sono altri problemi di cui occuparsi, oppure per non infierire sulle spoglie di una magistratura ormai destituita di autorevolezza e credibilità con grave pregiudizio dei molti che lavorano alacremente e con onestà non solo intellettuale.

    Insomma, i motivi possono essere molti non ultimo quello che il Dottor Andrea Padalino, oggi giudice a Vercelli, ha dei trascorsi come GIP di Mani Pulite e proprio la Procura di Milano ha appena chiesto tre anni di reclusione per lui, accusato di corruzione in cambio di pranzi, cene e pernottamenti nella amena location gestita da Antonino Cannavacciuolo.

    E’ l’ennesimo sintomo  del malessere – che non sembra destinato ad esaurirsi – da cui è affetto l’Ordine Giudiziario riflettendosi inesorabilmente sulla fiducia che l’opinione pubblica ripone nell’amministrazione della Giustizia; i cittadini, tra l’altro, non hanno potuto assistere al giudizio poiché questo processo si sta celebrando con rito abbreviato e perciò senza udienza pubblica; allora, forse, sarebbe stato più corretto (in questo come in altri casi) dare l’informazione dopo una sentenza.

    Ma noi siamo fatti così, inguaribili garantisti e, fatta la premessa che il giudice Padalino ha vivacemente contestato le accuse, siamo molto lontani dal pensiero della buon’anima del Procuratore di Milano Francesco Borrelli che, in un carteggio del 1993 con l’allora Guardasigilli Flick, scriveva che quando vi è una confessione appare persino un po’ farisaico che per prendere atto della realtà si debbano attendere le sentenze: quasi che nel nostro ordinamento non sia previsto che anche la confessione vada verificata per scongiurare il rischio che sia commesso il reato di auto calunnia che – a sua volta – può avere infinite motivazioni. Basti come esempio quello dello “Zio Michele” nel famoso processo per l’uccisione di una adolescente ad Avetrana.

    Esigenze di “cassetta”, prossimità politiche e vere e proprie forme si sottocultura fanno invece sì che la gogna mediatica costituisca regola di base della cronaca giudiziaria sino al punto da creare un nuovo soggetto processuale sconosciuto ai codici: il coinvolto.

    Non può sorprendere che tutto ciò sia opera della creativa redazione de Il Fatto Quotidiano che, commentando la formazione della nuova Giunta Comunale romana, ha stigmatizzato la circostanza che il Gualtieri abbia chiamato ad assisterlo nientemeno che tre persone “sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo” e cioè quella cosiddetta “Mafia Capitale”. Ma cosa vorrà mai significare “sfiorato”? Si tratta di coloro che non sono mai stati neppure interrogati e le relative posizioni sono state rapidamente archiviate per radicale mancanza di elementi di prova che potessero giustificare anche solo il rinvio a giudizio.

    Eccoli: i coinvolti, quelli di cui nessuno probabilmente aveva mai saputo nulla ma che vengono serenamente sputtanati con nome, cognome ed incarico assegnato dal Sindaco, in un articolo a cinque colonne, accomunati ad un quarto personaggio, nominato City Manager, tutt’ora indagato per un presunto abuso di ufficio (reato già modificato e parzialmente abrogato per legge) basato su elementi così fragili che in oltre quattro anni non hanno portato nemmeno alla chiusura delle indagini.

    Nulla, invece, si troverà tra quelle pagine a proposito della decina di condanne per diffamazione – sia in sede penale che civile – divenute definitive a carico di Marco Travaglio, vedovo Conte. Forse sarà una banale dimenticanza o – chissà – magari si tacciono per non intaccare il dogma della infallibilità dei giudici reclamando il diritto di cronaca e la funzione di super eroe del Direttore chiamato alla missione di punire i malvagi e redimere una Nazione.

  • In attesa di Giustizia: presunti innocenti

    Se ne è già accennato in questa rubrica: è in fase (finalmente) di recepimento la Direttiva Europea sulla presunzione di innocenza, volta a meglio assicurare un giusto processo ad ogni accusato di un crimine: qualcosa che appare superfluo, poiché è un principio già recepito dalla nostra Costituzione, ma che sembra ugualmente necessitare di rinforzo in considerazione della deriva giustizialista che affligge il nostro Paese.

    Si tratta di un canone di civiltà giuridico noto e riconosciuto da tutte le democrazie occidentali, recepito nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: l’attuale intervento ha come finalità quella di descrivere ancor meglio il perimetro ed i contenuti di questa garanzia ponendo – tra l’altro – delle limitazioni alle modalità di informazione circa le indagini in corso, l’attività delle Procure, gli arresti.

    Per esempio, viene fatto divieto di presentare un soggetto solamente sospettato – ed ancorché arrestato – in termini che ne suggeriscano  già la colpevolezza; ciò vale per le testate giornalistiche non meno che per i Pubblici Ministeri che tanto sono affezionati alle conferenze stampa, possibilmente a reti unificate, ogniqualvolta arriva al culmine (cioè a dire al fatidico momento in cui scattano le manette): solo i capi degli uffici potranno farle e solo laddove l’inchiesta abbia caratteristiche e contenuti tali da risultare meritevole di particolare attenzione dell’opinione pubblica.

    Altrettanto vietate le gogne mediatiche, cui ci siamo assuefatti, che oggi si valgono anche dei filmati che le Forze dell’Ordine realizzano in occasione delle catture: e li devono fare! ma per documentare che le modalità della cattura sono state realizzate senza impiego di violenza o forza fisica superflua e non certo per arricchire i palinsesti dei telegiornali e delle trasmissioni dedicate al culto dell’indagine parallela e del processo “in studio”.

    Insomma, sembrerebbe che siamo di fronte ad un approdo di civiltà e invece c’è chi se ne lamenta.

    Si lamentano i Pubblici Ministeri, così privati della loro migliore ribalta, sostenendo che già adesso le conferenze stampa sono riservate ai casi più eclatanti, che si tratterebbe di una limitazione della libertà di informazione e persino che la regola così scritta li discriminerebbe rispetto ai giudici perché per questi ultimi non vale.

    Ovviamente, non vale: anche perché i giudici parlano attraverso le sentenze ed è – anzi – loro vietato anticipare giudizi, fare valutazioni e meno che mai commenti postumi alle decisioni assunte. Tutte cose che i magistrati inquirenti dovrebbero sapere.

    La buona notizia è che la “banda Travagliotti” potrebbe essere costretta a trovarsi un lavoro, magari aspettando il primo bando di reclutamento per agenti della Polizia Penitenziaria.

    Fu proprio l’ineffabile Direttore de Il Fatto Quotidiano che, in un recente passato, ebbe a formulare alcuni suggerimenti che giustificano il rafforzamento della presunzione di innocenza e che, solo a ricordarli, fanno venire la pelle d’oca illustrando chiaramente la linea editoriale: per esempio imporre l’obbligo a chi partecipi ad un appalto di autorizzare previamente di essere intercettato oppure l’infiltrazione di agenti provocatori nella Pubblica Amministrazione per stanare i possibili corrotti mediante l’istigazione a delinquere. A corollario di queste illuminate riflessioni ebbe anche a dire che l’articolo 27 della Costituzione è una barzelletta quando ci si trova di fronte a talune intercettazioni che rendono superfluo persino la celebrazione del processo. Una bella ordalia sarebbe più che adeguata alla bisogna.

    Il dibattito, invece, langue su temi estremamente sensibili: come periodicamente accade si rinnova l’allarme per gli infortuni e le morti sul lavoro: una piaga cui non sembra che si riesca a trovare una soluzione sia pure considerando che il rischio – ogni rischio – può solo essere marginalizzato e non escluso del tutto, anche seguendo il suggerimento di Landini a proposito di una intensificazione dei controlli implementando con nuove assunzioni i ruoli degli ispettori del lavoro e, quindi, facendo leva sulla prevenzione.

    Si torna, invece, a parlare di aumento delle pene dimenticando che il diritto penale svolge una funzione solo sussidiaria di controllo sociale e che – tanto per fare un esempio sulla inutilità dell’inasprimento delle sanzioni – negli Stati Uniti, anche in quelli in cui è ancora prevista la pena capitale, il tasso di crimini violenti non si è ridotto.

    Ma tant’è, duole rimarcarlo per l’ennesima volta ma nel nostro Paese, nella Repubblica delle Procura, la parola Giustizia fa rima solo con carcere e persino un articolo della Costituzione abbisogna di essere meglio spiegato e sostenuto.

  • In attesa di Giustizia: rigore è quando arbitro fischia

    Con un anno di ritardo dovuto alla pandemia, sono iniziati i campionati europei di calcio e la Nazionale – almeno fino ad ora – vince, diverte e convince: prendiamo spunto da queste vicende sportive e azzardiamo la parodia in chiave calcistica per rievocare con una telecronaca quelle che sono state di maggiore impatto negli ultimi tempi per l’Ordine Giudiziario.

    Immaginiamo, allora, che in campo vi siano la Nazionale Magistrati (che realmente esiste) ed una squadra dell’Unione delle Camere Penali in rappresentanza dei cittadini italiani: quelli che da sempre sono in attesa di Giustizia ed oggi assistono sgomenti alla caduta verticale di credibilità della Magistratura.

    Partita sonnolenta, senza grandi spunti né da una parte né dall’altra; ma ecco che all’improvviso vi è un intervento scomposto di Raffaele Cantone che impatta sul suo compagno di reparto  Luca Palamara il quale, a sua volta, cadendo finisce con il falciare come birilli, determinando un “effetto domino”, numerosi atleti del suo team, imponendo il fermo del gioco: entrano sul terreno i massaggiatori e il medico ma nonostante le cure prestate non tutti sono in grado di riprendere la partita; vengono fatte alzare dalla panchina le riserve che, tuttavia, non sono in numero sufficiente per ripristinare la formazione ad undici elementi.

    Gli atleti della compagine avversaria assistono stupefatti all’accaduto e si aspettano che l’arbitro assuma una qualche decisione perché la Nazionale Magistrati è stata decimata e, secondo le regole, una partita non può iniziare o proseguire senza il numero minimo di sette elementi.

    Il fischietto tace e l’incontro prosegue con una delle squadre in netta superiorità ma senza che riesca ad andare a rete per la strenua difesa allestita dai tecnici dell’ANM Poniz e Santalucia: tutti i giocatori vengono dislocati in area di rigore a presidio della propria porta.

    Fraseggio stretto tra gli incursori dell’Unione, Spigarelli e Caiazza, interrotto da Riccardo Fuzio con un brutto fallo da rosso diretto al limite dei sedici metri, ma l’arbitro non lo espelle né concede la punizione.

    Continua l’assedio al bunker allestito dai magistrati e la giovane speranza delle toghe Paolo Storari tenta di alleggerire la pressione duettando con Davigo, leader storico della squadra ed idolo assoluto dei tifosi e dei capi ultràs Travaglio e Grillo: nel palleggio, peraltro, entrambi si aiutano con le mani ma ancora una volta l’arbitro chiude un occhio e lascia proseguire.

    Dagli spalti il pubblico rumoreggia all’indirizzo di una direzione del gioco che lascia perplessi e la partita non offre spunti tecnici apprezzabili con un manipolo di uomini asserragliati a pochi metri dalla linea di porta dove le azioni fallose si susseguono incessanti: Bossi, Capristo, De Pasquale e Spadaro pestano come dei fabbri ma, alla fine, solo a De Benedictis viene finalmente mostrato il cartellino rosso per doppia ammonizione: tra l’altro il suo sarebbe un fallo da rigore ma l’arbitro si limita all’inevitabile espulsione senza indicare il dischetto degli undici metri.

    Rigore è quando arbitro fischia, ricordava Vujadin Boskov da allenatore della Sampdoria…ed allora, che abbia ragione l’arbitro Mattarella il cui fischietto, tranne qualche raro e sommesso sibilo, rimane rigorosamente muto durante questa interminabile partita che sembra destinata ai supplementari?

    Forse, di certo è un silenzio imbarazzato ed imbarazzante, o entrambe le cose, mentre il quarto uomo, Salvini, segnala il tempo di un interminabile recupero.

  • In attesa di Giustizia: voce dal sen fuggita

    All’inizio degli anni ’90 e poco dopo la entrata in vigore del codice di procedura penale un grande penalista milanese, Corso Bovio, uomo di intelligenza fuori dal comune e dotato di uno straordinario senso dell’ironia, soleva conferire un “riconoscimento”: il Sogliolone d’Oro, di cui risultava meritevole – di volta in volta – il G.I.P. più appiattito sulle richieste del P.M..

    Il G.I.P., il Giudice della Udienza Preliminare, il Tribunale, non devono e non possono essere una sorta di notaio che certifica e valida pedissequamente le richieste del P.M.: lo dice il buon senso prima ancora che la Costituzione. Tuttavia, quando accade che un giudicante si pronunci diversamente il malcontento è assicurato e in qualche caso assai evidente.

    Il Procuratore Capo di Verbania, per esempio, ha commentato l’ordinanza con cui il GIP, dott.ssa Banci Buonamici, non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia e due li ha scarcerati per mancanza di gravi indizi, disponendo gli arresti domiciliari, invece che il carcere, per il terzo.

    La P.M., pur a denti stretti, ha valorizzato l’indipendenza del giudice e dunque la superfluità della separazione delle carriere che ultimamente si è tornata a reclamare a gran voce anche mediante consultazione referendaria. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più condividere il caffè con la Collega Gip, come era solita fare.

    Non può sfuggire il significato di questo moto spontaneo di risentimento: l’indipendenza del GIP, tanto magnificata poco prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che implicitamente significa agli occhi di quel magistrato: un atto quasi di inimicizia e comunque tale da rendere inevitabile, almeno “per un po’”, una consuetudine amicale, con buona pace di una condivisa pratica della indipendenza del giudice. Un giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente l’ipotesi di accusa, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che si confida essere rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che – ci si aspettava in questo caso — per tutelare, così dichiara la P.M. Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri”.

    Dobbiamo esserle grati per la sua sincerità. Non poteva esserci, al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e giustamente, un sentimento profondo di solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale del Collega, ben oltre Verbania, sono – nella quotidianità della esperienza giudiziaria – eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono – in forza di tale eccezionalità – una portata così impattante devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento.

    Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, chi la contrasta ha sempre tacciato di qualunquismo lo stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen fuggita al Procuratore della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella allegoria. Anche gli avvocati prendono il caffè (più raramente) o frequentano (ancora più raramente), P.M. o Giudici; ma lo fanno, possono reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. L’auspicio è che così prima o poi accada anche tra Giudici e PM, appartenendo ad ordini diversi e separati.

    Ci sarebbero meno assembramenti alla macchinetta del caffè (che, di questi tempi, costituirebbe un ulteriore vantaggio), e tanti processi giusti in più.

  • In attesa di Giustizia: il segreto di Pulcinella

    L’accesso ai fondi del Recovery Plan prevede che si dia luogo a riforme in settori cruciali e tra questi vi è quello della Giustizia: la Ministra Cartabia ci sta provando ed in settimana dovrebbe essere presentato il progetto relativo al processo civile e si sta lavorando all’ambito di quello penale.

    Qualcosa delle linee guida di queste riforme già traspare, senza il crisma della definitività anche per i problemi legati alla ostinata resistenza della compagine pentastellata alla revisione di alcuni settori del diritto recentemente modificati proprio su impulso e voto plebiscitario di quella maggioranza.

    Tuttavia, il vero ed attuale problema per i cittadini, che sono più in difficoltà ad orientarsi tra complicate regole tecniche ma sono soprattutto gli utenti del servizio giustizia è chi la amministra: la caduta verticale della fiducia nella magistratura ne è l’implacabile indicatore.

    Come vi era da immaginarsi, tiene banco (e lo terrà ancora a lungo) la vicenda dei verbali di interrogatorio dell’Avv. Amara che sta generando scompiglio nelle Procure, soprattutto in quella di Milano:  si dice che il  Procuratore Francesco Greco, imbarazzato da quanto emerso, sia intenzionato a fare richiesta di pensionamento anticipato mentre il suo sostituto “ribelle” Storari è indagato per violazione del segreto istruttorio avendo dato il via alla diffusione di quei verbali con destinatario Piercamillo Davigo dal quale si attendeva soccorso e consigli sul da farsi perché – a suo dire – il Capo dell’Ufficio nicchiava sulla apertura formale di un procedimento basato sulle dichiarazioni accusatorie di Amara che coinvolgono uomini delle istituzioni.

    L’esistenza di quelle carte è diventata di dominio pubblico solo perché Nino Di Matteo (destinatario a sua volta di un plico con mittente anonimo che le conteneva una copia) ha scoperchiato il vaso di Pandora ed ora si scopre che, nel frattempo, altri – e tra questi, forse, nessuno legittimato a conoscerne il contenuto – ne avevano avuto notizia e preso visione. Tra smentite e mezze ammissioni risultano coinvolti il Vice Presidente del C.S.M., il Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, i Direttori di un paio di giornali, la ex segretaria di Davigo e chi più ne ha più ne metta.

    Nei programmi di approfondimento si è scatenata la bagarre e volano gli stracci: ha ragione uno, no l’altro, si doveva fare in un certo modo anzi diversamente…e secondo Nicola Morra Davigo gli avrebbe parlato e mostrato i verbali ricevuti nella tromba delle scale della sede del C.S.M. a maggiore reciproca tutela rispetto al rischio di essere intercettati: e perché mai temere qualcosa del genere? Forse perché nel Paese è ormai dilagante la cultura della intolleranza e del sospetto, forse perché la coda di paglia non è patrimonio esclusivo di alcuni, forse perché non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca ed ambiscono a mantenere l’impunità? Tutto molto opaco, tanto per usare un eufemismo. E, poi, Morra che c’entra?

    Si scopre allora, verrebbe da dire: “finalmente”, che esiste il segreto istruttorio, che costituisce un reato la prassi quotidiana di far filtrare verbali di interrogatorio, provvedimenti di arresto e intercettazioni prima ancora che ne abbiano disponibilità lecita i diretti interessati ed i rispettivi difensori.

    Si scopre che la riservatezza non è solo una virtù ma un valore aggiunto ed una garanzia da coltivare nel corso delle indagini penali.

    Si scopre che, al di là dei problemi legati alla spartizione correntizia degli incarichi di vertice la magistratura – non tutta, per fortuna – sembra avere scatenato, si passi l’espressione, una vera e propria guerra tra bande che ne sta determinando una sorta di implosione.

    Si scopre che – magari – a questa implosione non è estraneo il venir meno della figura di un avversario da battere come Silvio Berlusconi se si vuol dare credito proprio a Luca Palamara che ha parlato di una “funzione supplente” della magistratura rispetto ad una opposizione parlamentare ritenuta imbelle.

    Si scopre che il segreto istruttorio è il segreto di Pulcinella e si ha la conferma che l’attesa di Giustizia sarà ancora molto lunga.

  • In attesa di Giustizia: errare è umano, perseverare è diabolico

    Gli errori giudiziari continuano ad essere senza responsabili e responsabilità.

    Sul sito www.errorigiudiziari.com si trovano anticipati i dati relativi agli errori giudiziari e ingiuste detenzioni aggiornati al 31 dicembre 2020, sulla base dei quali è possibile fare un punto della situazione ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione e cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario: vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione, di regola dopo avere scontato molti anni di carcere.

    Per avere una prima idea, di quanti cittadini sono stati privati ingiustamente della libertà è significativo mettere insieme sia le vittime di ingiusta detenzione sia quelle di errori giudiziari in senso stretto. Ebbene, dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi sono stati 29.659: in media, un migliaio all’anno. Il tutto per una spesa complessiva per lo Stato (che è tenuto a riparare ai propri errori) che raggiunge la soglia di 869.754.850 euro, per una media di poco inferiore ai 30 milioni di euro l’anno.

    Attenzione, perché nel 2020 si è registrata una inversione di tendenza delle ingiuste detenzioni che sono in leggero calo rispetto al 2019: i casi sono stati 750, per una spesa in indennizzi liquidati pari a circa trentasette milioni di euro il che, rispetto all’anno precedente, denota effettivamente un netto calo sia nel numero di casi (- 250) sia nella spesa.

    Buon segno? Giammai…perseverare nell’errore è diabolico: la flessione non è il segnale di un cambio di passo virtuoso bensì la conseguenza di un rallentamento dell’attività giudiziaria, causa covid19, delle corti di appello chiamate a decidere sulle domande di riparazione che, sia detto per inciso, nel tempo hanno elaborato le più stravaganti giustificazioni per non concederle o ridurne l’entità. Qualche esempio? L’avere frequentato cattive compagnie, avere dei precedenti penali o – persino – essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio da arrestato (quest’ultimo è un diritto assicurato dalla Costituzione…).

    A fronte di questa situazione sorge spontanea una domanda: come mai gli strumenti della giustizia disciplinare e la normativa sulla responsabilità civile dello Stato-giustizia non frenano gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni?

    I dati sulle azioni disciplinari sono semplicemente impietosi basti dire che nel passato era stato persino mandato indenne da conseguenze un magistrato che aveva abusato di un ragazzino nelle toilettes di un cinema porno perché – poco tempo prima, in casa – gli era caduto in testa un infisso che, secondo la sezione disciplinare del C.S.M., ne aveva temporaneamente compromesso la capacità di intendere e di volere.

    E’ vero, l’esempio non c’entra con il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari…ma rende sicuramente l’idea di come funzioni la “giustizia domestica” dei magistrati che, nel triennio 2017/2019 su circa tremila tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni ha avviato la miseria di 53 accertamenti di cui solo 4 conclusi con una blanda censura.

    Quanto alla responsabilità civile, basti dire che la legge che ne regola l’accertamento è burlescamente costruita in modo da renderlo sostanzialmente impossibile.

    Certo è che un migliaio di cittadini all’anno privati ingiustamente della libertà sono un numero che più che suscitare l’attesa della Giustizia provocano il fondato timore che la sua amministrazione sia troppo spesso nelle mani di pericolosi emuli di Piercamillo Davigo.

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