Magistratura

  • In attesa di Giustizia: lontano dai riflettori

    C’è una notizia che non è proprio recentissima ma se ne è saputo soltanto da pochi giorni: Patrizia Martucci, G.I.P. in servizio al Tribunale di Firenze, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri, nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del ’93.

    Questa archiviazione non sarebbe neppure una notizia in sé, trattandosi della sesta nell’arco di trent’anni durante i quali le Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze si sono affannate nel tentativo di dimostrare che dietro ad alcuni dei più gravi fatti di sangue riferibili alla criminalità organizzata ci fosse come mandante il Cavaliere valendosi dei buoni uffici e delle relazioni pericolose del suo intimo amico e collaboratore, Marcello Dell’Utri, colpevole – questo sì e senza ombra di dubbio – di essere siciliano, anzi, palermitano il che integra un indizio grave.

    Ci sarebbe da ridere se non fosse per il tormento dato a due cittadini per oltre un trentennio inseguendo un’irrealistica ipotesi di accusa e per le risorse umane ed economiche dislocate nel tentativo disperato di far quadrare vaghi sospetti trasformandoli in elementi di prova del concorso in gravissimi delitti sebbene né Berlusconi né Dell’Utri avrebbero avuto un solido ed accertato movente.

    Errare è umano ma perseverare è diabolico e non è da escludere che qualcuno in futuro riapra le indagini per questi fatti: tanto il reato di strage non si prescrive e tirare qualche palata di fango su Forza Italia e dintorni è un’occasione da non perdere.

    Intanto però, abbiamo la decisione della Giudice Martucci che il 15 gennaio scorso scrive nel provvedimento di archiviazione: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”.

    I terrapiattisti del Fatto quotidiano e dintorni diranno che archiviazione non vuol dire assoluzione, il fascicolo si può riaprire, come è già avvenuto (e fare la stessa fine per la settima volta…)

    Intanto, però, la Dott.ssa Martucci così ha deciso, per mancanza di riscontri, lo ha fatto cinque mesi fa rimanendo volutamente lontana da conferenze stampa, comunicati ufficiali, interviste e partecipazioni a talk show e la domanda che ci si deve porre, come ha fatto Marina Berlusconi, è una sola: questa notizia sarebbe rimasta sommersa per settimane se Patrizia Martucci avesse deciso diversamente?

  • “Referendum Giustizia”: le ragioni del Sì contro le falsità degli slogan del No

    Votare, l’abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenerlo, è un diritto ed un dovere.

    Come tutti sanno, non solo i nostri lettori, da troppi anni i partiti hanno tolto ai cittadini il diritto di scegliere e votare, alle elezioni nazionali, il proprio candidato, i parlamentari infatti sono decisi, secondo l’ordine di lista, dai capi partito, anche per questo votare al referendum, in qualunque modo si voti, è una dimostrazione di libertà.

    Entrando nel merito della scelta che dovremo fare non possiamo ignorare: 1) che la riforma, in certi passaggi, avrebbe potuto essere migliore, 2) che non ha giovato alla chiarezza e ad un costruttivo dibattito il conflitto tutto politico ideologico che i partiti dell’opposizione hanno scatenato trovando, a volte, da parte dei partiti di maggioranza una certa predisposizione a condividere confusione e dichiarazioni che esulavano dal confronto sul contesto normativo,

    Purtroppo in Italia c’è l’abitudine, pessima, di stravolgere gli argomenti nella loro veridicità per tramutare tutto in un duello tra forze politiche ormai consone ad usare toni catastrofici e motivazioni spesso non corrispondenti alla realtà, per non dire false.

    Per questo siamo grati all’avvocato Oddo per il suo studio che, punto per punto, ribadisce e spiega le infondatezze delle critiche del fronte del no e rimarca le ragioni del Sì.

    Cristiana Muscardini

    1) “La Costituzione non si tocca!”

    Falso sul piano giuridico perché è la stessa Costituzione ad avere previsto nel suo articolo 138 di essere “toccata” con le procedure ivi previste, con le relative maggioranze e anche con referendum, come già avvenuto svariate volte senza che i “sacerdoti” della Costituzione gridassero all’“attentato al testo sacro”. Leggi alla mano, la Costituzione “si tocca” se e quando necessario perché nel nostro ordinamento vige l’art. 138 con cui i “padri costituenti” prefigurarono saggiamente e realisticamente una possibilità evolutiva, fatta salva la forma repubblicana, anche della Costituzione in linea con i tempi.

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    2) “Questa procedura di “revisione” e modifica del testo costituzionale non è stata finora usata e rappresenta un tentativo di questo governo per sovvertire le istituzioni”.

    Anche questo slogan contiene un falso ridicolo perché la nostra storia più e meno recente dimostra che il testo della Costituzione, dal 1948 ad oggi, è stato modificato 46 volte con una media di circa un intervento ogni due anni. Dal 2001 ad oggi le leggi di revisione costituzionale sono state approvate a maggioranza assoluta non avendo raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, con la conseguenza di aver reso necessario il ricorso al referendum confermativo, come ora richiesto per il prossimo referendum il quinto dagli ultimi 25 anni.

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    3) in precedenza i referendum non hanno riguardato così tanti articoli della Costituzione 

    Chi usa questi slogan può solo sperare nella ignoranza o nella memoria corta perché: nel 2011 la Costituzione fu sconvolta con la sostituzione di sette articoli, la modifica di 2 e l’abrogazione di 6 quando si trattò di intervenire, con pesantissime modifiche, sulla potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle Regioni e sul federalismo fiscale. Anche in questo caso non si realizzò la piena convergenza parlamentare, con il ricorso al referendum che ottenne il voto di poco più di un terzo degli aventi diritto. Nessuno gridò al colpo di Stato della maggioranza (che era di una sinistra risicatissima e moribonda!) e neppure al “rischio per la democrazia”. Nel 2016, la “legge Renzi – Boschi” aveva cercato di introdurre il superamento del bicameralismo perfetto incidendo su Senato, Provincie e CNEL: uno sconvolgimento costituzionale che aveva previsto la modifica di ben 47 articoli. Anche in questa occasione l’ANM non si è mobilitata per pronunciare proclami di “rischio democratico”. Come mai? Forse perché la Costituzione si può “toccare” tranquillamente anche per aspetti strutturali e fondamentali purché non si tocchino gli ” intoccabili ” della casta e dei privilegi (anche di impunità assoluta) che, attraverso una associazione di diritto privato come la ANM, intende mantenere il controllo di un organo costituzionale quale il CSM con logiche e criteri che sono di condizionamento elettivo, correntizio, partitico o comunque di appartenenza ed una “parte” portatrice di propri interessi e, quindi, con logiche spartitorie del potere che non corrispondono all’ interesse generale alla meritocrazia per le carriere dei magistrati, ed al “servizio giustizia” ???

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    4) “Comunque, la revisione costituzionale proposta con la “Legge Nordio” stravolge di più la Costituzione. Basta vedere quante disposizioni si vogliono modificare”.

    Falso – anche se propagandato da pretesi “giuristi” molto “distratti” oppure in malafede – perché la legge attualmente sottoposta a referendum riguarda la modifica sostanziale di soli due articoli (104 e 105), mentre tutti gli altri 5 articoli (87, 102, 106, 107 e 110) sono soltanto lambiti dai quesiti referendari per mere ragioni di raccordo formale e sistematico tra le varie disposizioni. Dunque, con questo referendum si modificano soltanto 2 articoli contro i 15 e i 47 delle precedenti revisioni costituzionali.

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    5) “Per le garanzie di “GIUSTIZIA” del cittadino questa riforma non serve”

    È vero il contrario perché questa riforma completa la “riforma Vassalli” sul “giusto processo”, altrimenti incompiuta per la necessaria “terzietà” del Giudice rispetto al pubblico ministero, nonostante le chiarissime previsioni dell’art.111 della Costituzione stessa come già revisionato in senso democratico e liberale. Quest’ultima disposizione non è stata formalmente toccata dalla riforma soggetta a referendum ma risulta essere tuttavia di fatto attuata e completata con la legge costituzionale sottoposta a referendum nel punto precisamente del “giusto processo” secondo cui le parti – accusa e difesa – devono trovarsi di fronte un giudice non solo “imparziale” (per soggettivo comportamento virtuoso) ma anche oggettivamente “terzo” che può essere tale soltanto se la sua carriera è distinta e separata de quella del Pubblico Ministero così come ora proposto con la legge di revisione costituzionale. Quest’ultima “revisione” interviene dunque a modificare una situazione in cui il Giudice non è ancora “terzo“, nonostante la previsione costituzionale, perché la sua carriera è unica e accorpata con quella dei Pubblici Ministeri con il risultato di renderlo “collega” dei magistrati che sostengono l’accusa e, quindi, di renderlo condizionabile – e perfino “giudicabile” nella carriera, nelle promozioni e nelle assegnazioni degli incarichi dagli stessi PM. La riforma elimina i rapporti di colleganza tra Giudici e pubblici Ministeri che sono alla base di alcune delle più gravi storture della “Giustizia”, come dimostra il fatto che anche nei più gravi casi di “malagiustizia” (troppo numerosi per essere qui elencati!)  non è mai il magistrato a pagare ed è sempre il cittadino a subire danni spesso irreparabili alla sua persona ed ai suoi beni, mentre il magistrato prosegue indisturbato negli avanzamenti di carriera, in spregio alla giustizia

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    6) In questo modo si mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”

    Tra tutti gli slogan del fronte del NO forse è questo il più truffaldino perché: le norme costituzionali affermano esattamente il contrario in quanto l’art. 101 (non toccato dalla riforma) afferma oggi, come ieri e come domani che: i giudici sono soggetti soltanto alla legge” e, in perfetta sintonia e garanzia, l’art. 104 afferma: “la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Fin qui, dunque, la realtà normativa. Tutto il resto appartiene alle tesi complottistiche e alle letture dietrologiche che possono servire al fronte del NO per suggestionare con facili quanto ingannevoli effetti i più sprovveduti ma che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale soggetta a referendum.

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    7)  I magistrati potranno essere distinti tra loro per scelta governativa”

    Falso perché per l’art 107: “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”.

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    8) “Il governo potrà influire sulle carriere dei magistrati pilotandole secondo disegni governativi”

    Falso, infatti: per l’art. 107: “i magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio…” (nella formulazione ora proposta). Dunque, una volta per tutte: solo i magistrati possono decidere delle carriere dei magistrati stessi.  Ora, come prima e come domani. Tutto il resto ancora una volta è complottismo

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    9) Il potere investigativo del PM risulta diminuito perché non potrà più comandare sulla polizia giudiziaria che dipenderà dal potere esecutivo

    Altra enorme falsità perché per l’art. 109: “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. Dunque, il controllo e la direzione della polizia giudiziaria restano saldamente nelle mani del magistrato, il PM che oggi, come ieri e come domani potrà svolgere l’attività investigativa utilizzando la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria. Eventuali leggi ordinarie in senso contrario sarebbero annullate per contrasto con il principio espresso nella norma costituzionale.

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    10) Resta il pericolo che il pubblico ministero possa essere influenzato politicamente nell’ esercizio dell’azione penale

    La smentita è clamorosa e viene dall’art.112 sempre della Costituzione“il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Dunque, oggi come ieri e come domani il pubblico ministero resta il padrone e signore incontrastato dell’azione penale.

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    11) “Il sorteggio affida alla casualità delicati equilibri costituzionali che dovrebbero rimanere intoccabili

    Il sorteggio è certamente un elemento di rottura ma nell’ interesse generale alla giustizia perché introduce per sua natura un meccanismo di designazione dei componenti del CSM che sottrae alla ANM – organo non costituzionale – l’ enorme potere di condizionare con le proprie correnti e le proprie logiche spartitorie del potere stesso – la designazione dei componenti dell’ organo costituzionale (sempre il CSM) e, quindi, di privilegiare scelte dettate da logiche correntizie e di mera appartenenza elettoralistica che nulla hanno a che vedere con le logiche della meritocrazia. Con la riforma si sottrae l’osso (la designazione dei componenti dell’organo di autogoverno della magistratura) al cane (la ANM, associazione nazionale magistrati) che reagisce rabbiosamente con i comitati per il NO, gli slogan terroristici per “l’attentato alla Costituzione”, il complottismo e la dietrologia: tutto l’armamentario di chi non dispone di strumenti normativi ed è terrorizzato di perdere potere e privilegi di casta

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    12) Il sorteggio può essere considerato un rimedio efficace? Oppure non è altro che una tombola?”

    Il meccanismo del sorteggio, al di là della prima apparenza, è sicuramente un rimedio rispetto al male accertato (che è esploso con il caso Palamara e lo scandalo generalizzato che la ANM ha cercato di nascondere, minimizzare e sotterrare usando qualche capro espiatorio,  come se si trattasse di un episodio legato a qualche “mela marcia” anziché di un vero e proprio “sistema”, in modo da evitare il coinvolgimento generale dei magistrati invischiati nei giochi di potere, di favori e di indulgenze dovuti a logiche correntizie e di “appartenenza”. Infatti, il sorteggio stesso con il suo naturale meccanismo di sostituzione della sorte alle correnti (manovrate dal CSM) ripristina la necessaria indipendenza dei magistrati affrancandoli da obblighi e debiti di riconoscenza tipici del rapporto eletto-elettore e da logiche di appartenenza elettorale e partitica o, almeno, correntizia (Palamara sempre docet, ma solo come punta dell’iceberg e sintomo del “sistema” marcio). I magistrati non dovranno più rispondere ai desiderata della base elettorale e potranno finalmente valutare – quali componenti del CSM – ai fini di carriera i propri colleghi esclusivamente sulla base del valore individuale, del curriculum e delle capacità professionali. Ne guadagneranno: i magistrati veramente bravi e capaci (anche se non iscritti alla ANM) e conseguentemente i cittadini che riceveranno un migliore “servizio giustizia”. Invece ne perderanno: i gestori dei poteri correntizi e delle logiche spartitorie che hanno consentito un esercizio del potere fine a sé stesso e del tutto sganciato dalle valutazioni di professionalità che nelle delicatissime funzioni proprie della magistratura sia giudicante che requirente avrebbero dovuto costituire l’unico e insostituibile punto di riferimento.

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    13) “Sostituendo il sorteggio al criterio elettorale non si introduce il rischio di svilire la funzione e di umiliare le competenze?

    E’ vero esattamente il contrario alla luce di quanto già dimostrato circa l’affrancamento da logiche spartitorie e di appartenenza “politica” che libera le migliori energie e le competenze più autentiche sostituendo la meritocrazia ai “giochi di potere” già evidenziati (e troppo presto nascosti e sotterrati) Inoltre perché il sorteggio proposto dalla legge di revisione costituzionale offre adeguate garanzie in quanto si svolge necessariamente tra magistrati che hanno superato un concorso e che non abbiano carichi pendenti né penali né amministrativi e che, i posseggono una discreta anzianità (secondo i requisiti già previsti dalle norme costituzionali e che non potranno non essere attuati anche con legge ordinaria). Per quale ragione un magistrato che in quanto magistrato può decidere delle sorti – della libertà e dei beni – di qualsiasi cittadino non dovrebbe essere idoneo a decidere delle carriere dei suoi colleghi, rispettivamente giudici e pubblici ministeri, giudicanti e requirenti? Forse che un magistrato è meno magistrato perché non è iscritto alla ANM ed alle sue correnti? E allora dove sta il merito e la valutazione professionale: nell’essere un bravo magistrato o nel passare dalle forche caudine della ANM per soddisfare logiche correntizie e spartitorie del potere? Insomma, perché chi può gestire, in quanto magistrato e basta, importantissimi processi di mafia con centinaia di imputati, testimoni, consulenti tecnici ecc. non dovrebbe potere decidere della assegnazione di una qualunque Presidenza di Tribunale? Di fronte a così elementari interrogativi, come già rilevato da un importante magistrato (Giuseppe Visone, PM antimafia di Napoli in “Viva il sorteggioLa vera e benedetta separazione è tra ANM e CSM”, tratto dalla “Verità ” del 28 febbraio u. s.) non si può che concludere: “Ai cittadini la risposta“. E sperando che la riposta sia adeguata con un voto referendario informato, basato sulla realtà normativa e costituzionale, nonché libero dalle suggestioni truffaldine del fronte del NO, perché è in atto uno scontro di civiltà in cui se non dovesse vincere il SÌ nel referendum ci vedremmo proiettati indietro tra paesi come Russia, Egitto, Iran, Turchia, Cina, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Venezuela, Arabia Saudita, Nigeria, Algeria, Marocco, Bolivia e Nicaragua. C’è quanto basta?

    Oppure è necessario ancora evidenziare il fatto che la vittoria del NO, oltre a relegarci tra i paesi meno democratici, ci precipiterebbe indietro nella storia verso secoli bui e processi più “inquisitori” (termine che già evoca tristemente i tempi della “inquisizione”) e meno garantiti dalla “terzietà dei Giudici” richiesta dal nuovo art. 111 della Costituzione.

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    14) “Ma è certo che il sorteggio non sia una invenzione diabolica e malvagia di Nordio, della Meloni e del suo governo?”

    È certissimo che non lo sia perché il sorteggio tra magistrati è già in atto nel nostro sistema (art. 96) per situazioni delicatissime quali, tra l’altro, la scelta dei componenti del Tribunale dei Ministri

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    15) “Ma una volta salvaguardate tutte le garanzie costituzionali non si nasconde per il futuro l’insidia di leggi ordinarie attuative della riforma costituzionale che potrebbero intaccare le garanzie già dimostrare normativamente (in cauda venenum)?

    Assolutamente no perché – come già precisato – tutte le leggi ordinarie che anche nel futuro fossero in contrasto con le norme costituzionali sarebbero destinate a morte rapida e sicura per illegittimità costituzionale.

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    16) “Ma se questa è la realtà normativa e costituzionale perché alcuni magistrati (Gratteri, Di Matteo e non solo!) si spingono fino all’insulto verso chi (anche loro colleghi!) voterà SÌ al referendum?”

    Perché sono la dimostrazione vivente che l’insulto è l’ultima arma che resta – insieme agli slogan ingannevoli – a chi non ha argomenti normativi su cui basare argomenti di civile confronto, come quelli ora spesi e dimostrati punto per punto. Non è un caso, infatti, che dalla parte del fronte del NO si utilizzino sempre – oltre all’insulto e, qualche volte, anche alla intimidazione – fumosi proclami e foschi presagi, tutti mai giustificati da una norma di quella Costituzione che si pretende di difendere contro i fantasmi, gli spettri e, in definitiva, contro il nulla.

    È in atto, nella forma e nella sostanza, uno scontro di civiltà e il voto nel referendum costituisce una occasione di libertà e giustizia che, se perduta, non si ripeterà.

  • In attesa di Giustizia: diario del giorno

    A Dio piacendo, tra poco più di una settimana sarà finita e almeno la campagna referendaria resterà tra i ricordi da non conservare: ormai nella contesa manca solo la gara a chi fa la pipì più lontano e c’è da preoccuparsi per un “dopo referendum”, quando tutti avranno vinto o perso perché qualcuno ha barato e ricomincerà il tormentone.

    Tiene ancora banco il “caso Bartolozzi” la cui posizione come Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia (per fortuna la Grazia dalla dicitura l’hanno tolta da un pezzo…) appare inspiegabilmente blindata mentre altrettante sciocchezze fioccano da ambo i fronti oscurando persino la bestialità di Travaglio quando ha affermato che il PM è il primo difensore dell’indagato perché ha il dovere di cercare la verità e di fare indagini a favore dell’accusato stesso: nei 37 anni da quando la norma che prevede ciò è in vigore al sottoscritto è capitato una volta sola e da parte di un Magistrato che, infatti, è stato “fatto fuori” dal suo Procuratore Capo, con cui e con la corrente del quale era entrato in contrasto, spedito a fare il giudice civile in un’altra regione per poi dimettersi dalla magistratura. Di PM che, invece, le prove a favore non solo non le hanno cercate ma se ci sono incappati per caso le hanno nascoste ne ho incontrati molti di più…bye bye Travaglio ma c’è chi lo ascolta.

    Giorgia Meloni non è stata brillantissima nel comizio milanese conclusivo della kermesse di FdI per il “SI”: sostenere che se passa il “NO” al referendum “ci saranno più stupratori è, francamente, una bestialità degna di Fofò Bonafede…non ce ne voglia la Premier che ha fatto insorgere persino l’ex “avvocato degli Italiani”, quel Giuseppe Conte misteriosamente diventato professore ordinario di diritto privato – forse con i punti Fragola della Esselunga –  che ha detto “delegittimare costantemente i magistrati mina la fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni e la Premier è così sconcertante da essere sconvolgente. E’ una venditrice di fumo e quello che ha detto a Milano è osceno e vergognoso”.

    Per non essere da meno, anche il fronte non politico del “NO” non ha risparmiato fuorvianti allarmi infuocati: “La riforma Nordio – ha detto il presidente del Comitato per il NO al referendum, Enrico Grosso (che sarebbe docente di Diritto Costituzionale) – non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Per loro possono vedere drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei diritti”. Addirittura la vita! A Grosso ha replicato il viceministro della Giustizia Paolo Sisto (uno che si sente poco, forse perché resta volentieri lontano dai riflettori e stupidaggini non ne dice) commentando che lo scenario disegnato da Grosso è “oltre l’inaudito, una follia, una sciocchezza lontana anni luce da qualsiasi analisi giuridica: è mera propaganda, grottescamente apocalittica”.

    Avanti così: chissà i cittadini cosa avranno capito se hanno messo in campo la pazienza per cercare di orientarsi in vista del voto…e se poi andranno alle urne con percentuali risibili nessuno si stupisca. A questo proposito in vista del 22 e 23 marzo Confindustria, bontà sua, non si è schierata ma il suo presidente ha lanciato un appello “a partecipare al voto, perché la partecipazione è sempre un segnale di responsabilità verso il Paese”. Già, ma a votare cosa se nessuno ha avuto l’onestà intellettuale di spiegare esattamente cosa si va a votare e chi deve temere cosa dalla riforma?

  • Prendere decisioni serie

    Continua la tragedia – farsa dei bambini nel bosco, mentre le guerre infuriano e tanti bambini rimangono orfani, sbalestrati da situazioni terrorizzanti, privi a volte della stessa identità, quando arrivano da soli sui barconi dei trafficanti di esseri umani, ed altri bambini rimangono feriti ed uccisi, rimane strabiliante la decisione di allontanare la mamma del bosco dai suoi bambini.

    I bambini continuano ad essere le prime vittime di magistrature politicizzate ed ideologizzate come abbiamo più volte scritto raccontando le tragedie umane prodotte dallo Jugendamt tedesco.

    L’Europa con le frontiere aperte per le merci, che legifera su tutto, anche su quanto sarebbe di miglior competenza degli Stati nazionali, non ha ancora trovato la volontà politica ed il coraggio di difendere i bambini e la loro necessità, eventualmente anche sotto un controllo di personale veramente qualificato, di vivere con i genitori.

    Sulla scia dello Jugendamt ora anche l’Italia, che non ha mai fatto niente per difendere i genitori italiani privati, dalla Germania, del loro diritto di vedere i figli, si adegua impedendo alla mamma di stare con i suoi bambini, anche all’interno della cosiddetta casa protetta.

    Nel frattempo i bambini dei nomadi non vanno a scuola, vivono nella sporcizia, imparano a rubare e a fare accattonaggio ed altri minori sono relegati nei campi e nelle strutture per extracomunitari perdendo ogni possibilità di inserimento.

    Dire che c’è qualcosa che non va è decisamente riduttivo, qui non stanno funzionando troppe cose e al di là delle dichiarazioni politiche, che servono solo a qualche riga sui social, è arrivato il momento di prendere decisioni serie.

    La vicenda dei bambini nel bosco dovrebbe imporre alle forze politiche a formulare finalmente proposte globali e serie per l’effettiva tutela dei minori non dimenticando che, da destra come da sinistra, il silenzio dei governi italiani ed europei, sullo Jugendamt e non solo, è una macchia che andrebbe finalmente cancellata.

  • In attesa di Giustizia: la fiera delle falsità

    Non poteva mancare, nella turbinante campagna referendaria avviata dall’A.N.M. in vista della consultazione popolare sulla separazione delle carriere un intervento di Nicola Gratteri, uomo ormai assurto al ruolo di frontman televisivo del partito dei forcaioli: ad ospitarlo, naturalmente, LA7, emittente che gli ha offerto anche una rubrica tutta per lui.

    L’eloquio claudicante sembra non incidere sulla sicumera con cui espone le sue idee evitando, accuratamente che vi sia mai un contraddittore, non diversamente da come era assai gradito ad un Piercamillo Davigo ormai in calo di audience, soprattutto se l’argomento vada a toccare l’elevato numero di indagati di cui lo stesso Gratteri ha chiesto ed ottenuto di far arrestare – dunque sulla base presunti di gravi indizi di colpevolezza – ma, in ultimo, assolti.

    L’arte di comunicare, del resto, è un insegnamento che Gratteri non manca di dispensare: come quando, poco più di un mese addietro, si è rivolto ad una platea politica dell’Associazione Nazionale Magistrati lamentando il tentativo di interromperne la fluviale intemerata in cui si era avventurato, senza neppure il conforto dei sottotitoli in italiano, per rispettare i tempi:  “Se dovevo parlare solo cinque minuti me ne restavo a casa a raccogliere olive”, spiegò evitando i congiuntivi perché il suo illuminato convincimento è nel senso di non perdere tempo a parlare nei convegni con quei ciarlatani dei giuristi (con cui lui, uomo più di azione che di pensiero, ha poco da dirsi) ma sia indispensabile parlare al “popolo” in un linguaggio semplice e comprensibile. Ma in quell’occasione non c‘era nemmeno il popolo, c’erano magistrati.

    Martedì sera della passata settimana – invece – al cospetto di un’adorante Floris, ha mostrato come si fa, propinando una falsa notizia su Falcone, che sarebbe stato contrario alla separazione delle carriere, che provvedeva senza alcun timore a diffondere senza verificare la fonte…salvo poi essere raggiunto dalla smentita che mai Giovanni Falcone ebbe a dire certe cose in un’intervista di cui non si trova alcuna traccia e che qualcuno gli aveva passato sottobanco per farne uno scoop.

    Non è mancata la pezza peggiore del buco: la fake new gli era stata inviata da “fonti giornalistiche autorevoli”, purtuttavia senza sapere neppure genericamente quali fossero a prescindere dalla necessità di verificare in ogni caso prima di diffondere una notizia non appresa direttamente ma in forma mediata.

    Non fosse lui, della cui insuperabile esperienza e bravura abbiamo avuto ormai amplissime dimostrazioni ci chiederemmo, come Checco Zalone: “ma questo è del mestiere?” (di comunicatore, ovviamente).

    Ma come si fa a non controllare una fonte, verificare modalità e tempi di una dichiarazione? Lasciamo perdere i giornalisti professionisti che sanno come gestire simili situazioni ma persino l’ultimo dei TikToker, se dispone di un minimo di buon senso, distingue tra una notizia pubblicata sul Financial Times dal post di un filoputiniano. Gratteri si è fidato ma, a questo punto, farebbe bene a dire chi gli ha passato la “velina” con imbrattata una bufala colossale.

    Vale non solo per lui ma anche per tutti quelli che ne fanno uso indiscriminato e travisante con stucchevole quotidianità: basta trincerarsi dietro a Falcone e Borsellino interpretando liberamente – e non sempre in maniera adeguata – l’orientamento su argomenti sensibili di politica e di prospettive di riforma.

    Falcone e Borsellino sono stati due servitori dello Stato che hanno sacrificato la vita, consapevoli che sarebbe accaduto, quando lo Stato li avesse lasciati soli o, peggio e come c’è da temere, li avesse traditi per mano di altri servitori infedeli: riposino in pace evitando di farli rivoltare nel sepolcro da costituzionalisti di accatto, portatori d’acqua delle correnti della Magistratura e da una A.N.M. che di sicuro non li rappresenta.

  • Sentenza della Corte di Cassazione

    Tutti sappiamo, o almeno ne abbiamo sentito parlare, della saggezza di re Salomone. Costui dovendo decidere, tra due donne che ne rivendicavano entrambe la maternità, a chi affidare un bambino, propose di tagliare l’infante a metà affinché tutti fossero soddisfatti. Naturalmente la vera madre dichiarò di preferire rinunciare al figlio piuttosto che causarne la morte. Così per Salomone fu evidente da che parte stesse la verità.

    La logica che l’antico sovrano applicò fu quella che noi oggi definiamo “intelligenza parallela” e cioè, anziché ricercare una soluzione tra leggi, codici e codicilli usò il semplice buonsenso e la vera intelligenza.

    La questione sembra porsi come esempio anche nella recente sentenza della Corte di Cassazione che ha deciso che lo stato paghi un indennizzo ai migranti trattenuti per otto giorni su di una nave soccorso prima che questa ottenesse il permesso di attraccare ad un porto italiano.  Non vorrei qui, né potrei discutere nel merito strettamente giuridico della cosa, anche perché non sono a conoscenza dei dettagli della sentenza. Ciò che mi permetto, invece, di affermare è che, giuridicamente giusta o sbagliata quella sentenza, è ben difficile farla collimare con il buon senso e, a mio giudizio, con il senso ultimo della giustizia.

    Qualcuno ha recentemente ipotizzato che grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale anche la funzione dei giudici potrebbe diventare superflua: poiché tutte le leggi sono già scritte sembrerebbe sufficiente affidare il compito di emettere sentenze ad un computer che sicuramente (?) non sbaglierebbe.

    In realtà, un computer può pure essere dotato di una inarrivabile intelligenza logica ma mai, poiché non gli sarebbe possibile, potrebbe utilizzare anche il buon senso.

    Nel caso del processo in questione credo che proprio il buon senso e una intelligenza non aritmetica ci consiglierebbe di considerare anche questi fattori:

    1 – gli emigranti in questione non erano, a stretto rigore, dei naufraghi e le loro vite non erano più in pericolo. Infatti, la nave soccorritrice aveva già provveduto a salvarli e rifocillarli. Nel momento in cui si trovavano su quella nave essi erano solamente delle persone qualunque che cercavano di entrare, senza averne ottenuto preventivamente il permesso, in un Paese straniero che non li aveva richiesti né desiderava la loro presenza.

    2 – Il vero e proprio naufragio avvenne nelle acque libiche e tutte le persone in pericolo furono salvate da un rimorchiatore, il Vos Thalassa. Ricevuto quest’ultimo l’ordine delle autorità libiche di sbarcare in un loro porto nacque una ribellione violenta a bordo, cosa che costrinse il comandante a richiedere l’aiuto della nave italiana Diciotti. Quest’ultima dovette attraversare la zona di mare di competenza maltese e chiese l’autorizzazione allo sbarco in un loro porto, sicuramente “sicuro”. Tuttavia, le autorità dell’isola rifiutarono di lasciare attraccare la nave che si indirizzò così verso l’Italia. Il ministro Salvini autorizzò lo sbarco solo a condizione che i violenti fossero sottoposti a un processo ma la sua richiesta fu rifiutata.  I minori, e altre cinque persone considerate a rischio per la loro salute furono allora autorizzate a sbarcare e il comandante della nave fu invitato dalle autorità italiane competenti ad indirizzarsi verso altra destinazione sicura. Durante i sei giorni che, disubbidendo all’invito, il comandante rimase fermo in porto, la nave avrebbe potuto raggiungere qualunque altro porto del Mediterraneo, magari più volenteroso di accoglierli.

    3 – L’allora Ministro degli Interni venne subito iscritto nel registro degli indagati per il reato di sequestro aggravato di persona insieme a Matteo Piantedosi, all’epoca suo capo di Gabinetto. Il fascicolo venne poi trasferito al Tribunale dei ministri, che però ne chiese l’archiviazione. Il tribunale ordinario tuttavia non accolse la richiesta trasmettendo l’incartamento al Senato per chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro. A febbraio 2019, la giunta per le autorizzazioni – con i voti della maggioranza Lega-M5S – respinse la richiesta bloccando di fatto l’iter giudiziario. Oggi, invece, la decisione della Cassazione di accogliere il ricorso di 41 migranti e concedere il risarcimento danni (stimato da 42.000 a 72.000 euro a persona). Se è pur vero che la magistratura resta indipendente dagli altri poteri istituzionali, è altrettanto vero che scelte strettamente politiche non dovrebbero essere sindacate dai magistrati, salvo che dalla Corte Costituzionale.

    3 – il fenomeno dei flussi migratori verso l’Europa è indubbiamente un fenomeno epocale ma è chiaro a tutti che immigrazioni incontrollate e abusive sono foriere di forti disagi, se non peggio, per le popolazioni autoctone. È quindi facilmente intuibile il perché la maggioranza dei popoli europei cerchi di scoraggiarle. La scelta del governo italiano di impedire o almeno ritardare l’attracco di una nave con migranti clandestini a bordo fu una scelta politica con finalità deterrente. Tra l’altro, una scelta condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini che, a suo tempo, avevano scelto i politici autori di quelle scelte.

    4 – Come ha correttamente detto la Presidente del Consiglio Meloni una sentenza come quella recentemente emessa dalla Cassazione costituisce un precedente che potrebbe portare migliaia di altri immigrati clandestini ad avanzare la stessa richiesta di indennizzo causando così un pesante potenziale grave vulnus ai bilanci dello Stato. Non va sottovalutato l’effetto di incoraggiamento che tale sentenza potrebbe costituire per altri milioni di persone che ambirebbero ad entrare in Italia, e quindi in Europa, senza averne alcun titolo o diritto.

    Non sono un giurista e quindi, come già detto, non intendo entrare nel merito legale ma se l’avvenimento riguardante Salomone, mito o realtà che fosse, un insegnamento doveva darci, sembra proprio che i giudici della Corte di Cassazione non ne abbiano tenuto conto.

    Purtroppo, mi nasce uno spiacevole sospetto: che la scelta fatta da quei magistrati rientri nel filone della guerra che il potere giudiziario ha intrapreso contro quello politico per la decisione di quest’ultimo (a mio avviso necessaria) di separare le carriere dei magistrati giudici da quelli inquirenti.

  • Presentato a Milano ‘Meglio separate’ di Gaetano Bono, il libro sulla separazione delle carriere in magistratura

    Presentato a Milano, lo scorso 6 marzo, il libro Meglio separate. Un’inedita prospettiva sulla separazione delle carriere in magistratura, del dott. Gaetano Bono, Sostituto Procuratore Generale alla Corte d’Appello di Caltanissetta, incentrato sulla divisione delle carriere dei Magistrati. Ad ascoltare Bono, attualmente il più giovane sostituto procuratore generale in servizio, una platea di avvocati e magistrati ,che ha affollato la Biblioteca “Avv. Giorgio Ambrosoli” al Palazzo di Giustizia di Milano, interessata ad un argomento sul quale, da trent’anni circa, si dibatte con pareri contrastanti. Bono, infatti, ha affrontato la questione, sia nel libro, sia durante la presentazione, senza pregiudizi, mostrando i punti di forza, le criticità e le possibili soluzioni. Criticità che portano la magistratura, come è emerso anche durante l’incontro, a contrastare e criticare la proposta, non ravvisando alcuna contrapposizione dei ruoli se non, piuttosto, un limite professionale e di ruolo. Punti di forza colti, invece, dagli avvocati. Il dibattito ha permesso di focalizzare l’attenzione anche sullo stato attuale della giustizia italiana, sui processi dilatati nel tempo e su quelli mediatici, sulle fughe di notizie, sulle difficoltà che sta affrontando il settore penale. E non poteva mancare un riferimento a Giovanni Falcone, la cui morte ha fatto scattare nell’autore, a oli 9 anni, il desiderio di diventare da grande sostituto procuratore.

    Introdotto dall’Avv. Daniele Terranova, Commissione Giustizia Tributaria dell’Ordine Avvocati Milano e moderato dall’Avv. Alessandro Mezzanotte, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Milano, l’incontro ha visto la partecipazione del Dott. Fabio Roia, Presidente del Tribunale di Milano, del Dott. Marcello Viola, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, dell’Avv. Valentina Alberta, Presidente Camera Penale di Milano, del Dott. Giuseppe Santalucia, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, dell’Avv. Giovanni Briola, Consigliere Tesoriere dell’Ordine degli Avvocati di Milano.

  • Meglio separate

    Meglio separate – Un’inedita prospettiva sulla separazione delle carriere in magistratura”, è un libro scritto da Gaetano Bono – Sostituto Procuratore presso la Procura Generale di Caltanissetta – pubblicato alla fine di ottobre 2023, che affronta senza pregiudizi la questione, mostrando i punti di forza e le criticità delle contrapposte tesi che, da almeno trent’anni, si fronteggiano, e che pongono la magistratura da sempre in posizione di unanime contrasto, quantomeno nel pubblico dibattito.

    Eppure l’autore, da magistrato, mostra che è possibile realizzare una separazione delle carriere non solo tale da fugare i pericoli prospettati dalla magistratura, ma anche da apportare notevoli miglioramenti all’efficienza degli uffici giudiziari.

    Questo libro, difatti, non si limita a parlare della separazione delle carriere, anzi essa funge da spunto per offrire uno spaccato sulla situazione della giustizia italiana, sulle ragioni della sua crisi e sulle possibili soluzioni (non solo nel settore penale).

    Merita di essere evidenziato il registro linguistico adottato, che rende la lettura scorrevole, e consente di rivolgere il libro anche a coloro che non hanno dimestichezza con il mondo giudiziario. In un certo modo, anzi, l’autore sembra avere voluto rivolgersi al cittadino medio che, preso dalla miriade di faccende quotidiane, potrebbe essere indotto a considerare la questione della separazione come un qualcosa che riguarda solo tribunali e avvocati. Mentre invece è in gioco, in ultima analisi, la libertà dei cittadini, che verrebbe meno se non venisse loro assicurata una effettiva tutela giurisdizionale. E se la riforma della Giustizia fosse realizzata male – avverte Bono nel libro – a farne le spese sarebbero soprattutto i cittadini, che perderebbero la possibilità di contare su una magistratura autonoma e indipendente, sia che fossero coinvolti in una vicenda giudiziaria come autori del reato, sia come persone offese.

    L’autore – in coerenza con il metodo che dichiara di adottare, ossia quello di rifiutare qualsivoglia imposizione dogmatica e di svolgere un’analisi scevra da pregiudizi – cerca di mettere il lettore nelle condizioni di farsi una propria idea in maniera consapevole, poiché gli illustra, passo dopo passo, il fondamento delle sue tesi e – forte della sua esperienza professionale di pubblico ministero – si spinge a disvelare i meccanismi di funzionamento degli uffici giudiziari, specialmente degli uffici di procura e dei rapporti tra PM e polizia giudiziaria.

    Dunque parlare di separazione delle carriere dei magistrati, nonostante a prima vista possa sembrare un argomento settoriale, significa trattare di un tema centrale per la nostra democrazia e per la vita quotidiana dei cittadini.

    Acquisire consapevolezza dei pericoli di una separazione fatta male e, nel contempo, dei vantaggi di una riforma ben realizzata, diviene dunque essenziale per potere valutare le proposte di legge che, di volta in volta, vengono presentate in Parlamento. È da sottolineare, infatti, che il libro è stato scritto guardando ai valori e ai principi costituzionali, senza cristallizzarsi su uno specifico testo di legge e ciò lo rende unico nel panorama editoriale, poiché gli altri testi similari partono tutti da specifici riferimenti ed esauriscono la loro proiezione nell’analisi degli stessi; mentre, invece, “Meglio separate” può essere utilizzato sia oggi, sia nel futuro, come uno strumento per valutare se una certa ipotesi di separazione metta a rischio la democrazia, potendo portare alla sottomissione del pubblico ministero al potere politico e mettendo a repentaglio il delicato equilibrio nella distribuzione dei poteri dello Stato.  Ciò, però, non vuol dire che si tratti di un testo astratto, anzi l’autore ha pure analizzato l’attuale riforma in discussione in Parlamento.

    In definitiva, perché leggere “Meglio separate”? Per acquisire maggiore consapevolezza sulle implicazioni della riforma e sulle priorità per migliorare realmente il sistema giustizia, in quanto la separazione – afferma Bono – può rappresentare un’opportunità di miglioramento solo se la si accompagnasse a una maggiore specializzazione dei magistrati, alla riduzione del numero di procedimenti civili e penali, all’accorpamento delle procure piccole in uffici più grandi ed efficienti, all’informatizzazione, alla digitalizzazione, alla diminuzione dei tempi dei processi, e se si rispettassero le condizioni poste nel testo.

  • In attesa di Giustizia: chicchi di veleno

    Pierfrancesco Pacini Battaglia, “Chicchi” per gli amici…e chi sarà mai? Pochi lo ricordano e probabilmente c’è chi si allieta se questo protagonista della stagione di Mani Pulite sia stato dimenticato e poi se ne sia andato in silenzio, a 89 anni, sebbene quella del silenzio non sia stata per lui una regola sempre rigorosamente rispettata: la sua scomparsa non ha interessato granché le cronache, con l’eccezione inziale – per lui, pisano –   delle testate della Nazione e del Tirreno.

    Certamente fu piuttosto loquace nel 1993 con i magistrati del Pool di Milano ai quali riferì di movimentazioni di denaro degne della finanziaria di uno Stato sovrano effettuate tramite la Karfinco, un istituto di credito ginevrino di sua creazione specializzatosi nel deposito ed amministrazione di fondi neri e mazzette.

    Chicchi Pacini Battaglia, nonostante abbia ricoperto un ruolo di cruciale importanza nel sistema tangentizio, evaporò tanto rapidamente quanto in maniera misteriosa dalla Tangentopoli lombarda, pulito come il sederino di un bimbo e senza neppure subire l’onta di San Vittore, dopo essersi presentato spontaneamente in Procura dove fu trattato in guanti bianchi anche per le condizioni di salute rese critiche da un cuore malandato. “Noi, per farlo parlare mica potevamo picchiarlo” disse poi Davigo di cui è, peraltro, nota preferenza per la moral suasion assicurata dalla galera. Del resto, a quei tempi, confessare era la parola d’ordine per chi sceglieva di avventurarsi con le sue gambe al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano.

    Tra le tante cose dette da Pacini Battaglia, che non esitò a scaricare su chiunque altro la colpa per ogni malefatta riconducibile alla gestione della sua banca, permangono inquietanti un paio di affermazioni successive: “si è pagato per uscire da Tangentopoli” e “Di Pietro e Lucibello (l’avvocato, notoriamente molto amico del P.M., da cui fu difeso) mi hanno sbancato…”; nessuno, opportunamente, gli ha mai chiesto conto, di dare una spiegazione a queste frasi e l’argomento è stato trattato alla stregua di una leggenda metropolitana da destinare ad un più rassicurante oblio.

    Voci dal sen fuggite, chicchi di veleno distribuiti in dosi non letali da colui che fu definito “il banchiere che stava un gradino sotto Dio” e che alcuni anni dopo fu arrestato nell’ambito di un’indagine spezzina insieme a Lorenzo Necci, ex A.D. delle Ferrovie dello Stato, ed all’ex parlamentare Danesi: niente indulgenza plenaria e quella volta fu condannato a sei anni di reclusione in parte minima scontati in carcere, graziato nuovamente dalle sue patologie cardiache.

    Ci fu solo un irriducibile segugio, il decano dei cronisti giudiziari milanesi Frank Cimini, il quale ebbe l’ardire di scrivere che Pacini Battaglia, con il suo silenzio a corrente alternata su come erano andati realmente i fatti in quelle indagini, salvò l’immagine della magistratura.

    La madre di tutte le tangenti, così Antonio Di Pietro descrisse in maniera pittoresca la vicenda Enimont nel corso del processo a Sergio Cusani ma, a distanza di trent’anni, l’unica definizione che ragionatamente si può dare è proprio quella di Mani Pulite come la Mater Lacunosa di tutte le inchieste per tutto ciò che ha comportato come conseguenza delle forzature probatorie – non di rado un po’ grossier –  in virtù della supplenza del codice con il cosiddetto “rito ambrosiano” a tacere dello stravolgimento dell’equilibrio tra poteri dello Stato con la subalternità della politica alla magistratura, ai silenzi imbarazzati ed ai mea culpa postumi di alcuni ex P.M., per non parlare dei troppi misteri che accompagnarono quella stagione: dalla pistola con cui Raul Gardini si sarebbe suicidato per poi riporla ordinatamente sul comodino ai presunti conti cifrati in Austria di Di Pietro, al  fascicolo  “Mario Chiesa + Altri” che divenne una specie di contenitore dell’indifferenziata in cui, in maniera volutamente confusa, vennero per anni riversate tutte le investigazioni su oltre 4.500 indagati creando non pochi problemi di accesso agli atti nell’esercizio del diritto di difesa.

    Non c’è stato solo Enzo Tortora a testimoniare in questo Paese più che l’attesa il crepuscolo della Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: la dolce vita

    Lo stupore non è mai troppo e non ha mai fine: con il passare del tempo ed il succedersi degli eventi che, all’atto pratico, ne svelano le caratteristiche, la Riforma della Giustizia “Cartabia” si propone come una delle più “bizzarre” (diciamo così) tra quelle cui una legislazione sistematicamente sciatta ed approssimativa ci ha abituato da decenni. Queste le ultime due perle.

    Il Ministro brasiliano della Cultura, una distinta signora, si è recata in visita ufficiale alla biennale di architettura di Venezia: volendo visitare la città, apprezzandone da vicino tutte le caratteristiche, ha scelto di muoversi a piedi ed in vaporetto come una turista qualsiasi. E come una turista qualsiasi è stata borseggiata.

    Recatasi in Questura per fare la denuncia si è sentita rispondere che non era possibile poiché è una cittadina straniera non residente in Italia: come tale, non in grado di assicurare la sua presenza all’eventuale processo a carico dei presunti colpevoli se mai verranno individuati. Dunque niente denuncia, niente indagini neppure di facciata tra le centinaia di borseggi che ogni giorno vengono commessi. Evviva! La Patria è salva, l’Unione ha plaudito alla riforma e versato i fondi del PNNR; gioiscono soprattutto i borseggiatori che – da sempre – si garantiscono la maggiore fonte di guadagno proprio nelle città più apprezzate dai turisti stranieri come Venezia, Firenze e Roma mentre tanto tempo viene risparmiato da Questure e Procure tra scartoffie ed indagini evitate e udienze non celebrate.

    Dolce la vita per i taccheggiatori: impunità per tutti, per legge. Fare di peggio era molto difficile.

    Il secondo “capitolo” riguarda la riforma che, nella parte dedicata all’Ordinamento Giudiziario, contrasta con autentico calvinismo il fenomeno delle “porte girevoli”: con ciò intendendosi la transumanza dei magistrati dall’Ordine Giudiziario alla politica e ritorno.

    Il primo a sperimentare il rigore della “Cartabia” è stato, proprio in questi giorni, Cosimo Ferri: uno che negli ultimi diciassette anni ha fatto il magistrato solo per tre passando dalla poltrona al CSM a una di deputato e da qui a quella di sottosegretario alla Giustizia, poi ancora alla Camera (attraversando anche quasi tutto l’arco costituzionale: dal PdL a Forza Italia, da qui al PD e infine a Italia Viva) per poi dimettersi all’improvviso circa un anno fa e candidarsi come sindaco a Carrara (amoreggiando con la Lega). Nel frattempo era assurto agli onori della cronaca per il coinvolgimento nell’affaire Palamara che gli è già costato una (modesta) sanzione disciplinare.

    La carica di primo cittadino è stata mancata ma un seggio come consigliere comunale è sufficiente per rientrare nel nuovo regime perché l’elezione è stata successiva alla entrata in vigore del nuovo Ordinamento Giudiziario: ora il Dott. Ferri si è dimesso anche dal Consiglio Comunale facendo richiesta di rientrare in ruolo ma – come se non lo sapesse – il Consiglio Superiore gli ha opposto il divieto previsto dalla “Cartabia”.

    Perché mai, e ora cosa farà? In questi casi la riforma prevede che il magistrato ex politico venga messo fuori ruolo per il resto della sua vita (!) con assegnazione al Ministero di appartenenza, mantenendo il trattamento economico maturato in base al grado a cui si aggiunge un piccolo contributo di 5.000 euro netti al mese come argent de poche per la nuova e prestigiosa funzione assunta.

    Già, ma quale funzione andrà a ricoprire un magistrato destinato a restare tutta la vita all’interno del Ministero? Non c’è che l’imbarazzo della scelta: da Capo di Gabinetto del Ministro a Direttore Generale degli Affari Penali (posto che fu di Giovanni Falcone), oppure Capo Dipartimento dell’Ufficio Legislativo…. ma ci sono anche posticini come Vice capo Dipartimento o semplice componente.

    Il posto più ambito (e per un condannato all’ “ergastolo del Ministero” prima o poi può arrivare) è quello di Capo Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria il quale, in quanto Capo anche di una Forza di Polizia (la Penitenziaria, appunto), e pur non sapendo nulla della gestione di una struttura militarizzata, ha un trattamento aggiuntivo equiparato a quello degli altri Comandanti di Forze dell’Ordine: 320.000 euro all’anno che una generosa normativa gli fa conservare una volta cessata la funzione ed incidendo sul trattamento pensionistico finchè morte non li separi ma con garanzia di reversibilità.

    Dolce la vita anche per i magistrati eternamente fuori ruolo.

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