Venezuela

  • Gli USA e gli scenari del dopo Maduro in Venezuela

    Notoriamente Trump non è uomo di cultura e il suo comportamento è pure lontano da ogni atteggiamento ottimale in diplomazia. Tuttavia, pensare che agisca solo in base a improvvisazioni dettategli dall’istinto di uomo d’affari che punta solo a risultati immediati e si disinteressa delle conseguenze a medio e lungo termine sarebbe un errore interpretativo. Tutti vediamo che la sua politica internazionale parte dal presupposto che, almeno per ora, gli USA sono la più grande potenza economica e militare del mondo e, approfittando di ciò, rilascia dichiarazioni e assume atteggiamenti senza scrupoli tipici di un prepotente che vuole imporre i propri interessi a chiunque gli convenga. Di certo, come succede in economia, ogni scelta porta conseguenze positive per un verso e per qualcuno e negative sotto altri aspetti e per altri soggetti. Alcuni suoi comportamenti sono errori evidenti, quali crearsi troppi nemici contemporaneamente e favorire così tra di loro una alleanza, magari precedentemente non voluta né immaginata. Oppure il cambiare continuamente gli obiettivi dichiarati, togliendo così ogni credibilità alle proprie azioni del momento. Dove, però, sembra abbia agito con una certa lungimiranza e saggezza è stato il caso di ciò che ha fatto nel Venezuela.

    È ovvio che l’intervento americano in quel Paese vada contro qualunque aspetto del “diritto internazionale” e che nessuno può considerare politicamente ammissibile una tale ingerenza negli affari interni di un’altra nazione. Tuttavia, se ci asteniamo dal dare giudizi morali e ci limitiamo a osservare la convenienza di tale azione per chi l’ha compiuta, dobbiamo ammettere che si sia trattato di un colpo magistrale. Occorre premettere che, così come succedeva ai suoi predecessori, l’idea di battersi per aumentare anche altrove il livello di organizzazione democratica è soltanto un puro alibi per mascherare interessi americani molto più prosaici e che, quindi, l’eliminazione del regime dittatoriale venezuelano non era tra gli obiettivi di ciò che è stato fatto. L’interesse primario degli USA verso quell’area del mondo è la pura applicazione della “dottrina Monroe” aggiornata e cioè l’impedire che potesse confermarsi un intreccio tra quel governo e quelli di Stati considerati nemici quali la Cina, la Russia e l’Iran. Cosa che stava avvenendo seppur, apparentemente, solo sotto l’aspetto economico. Il mettere sotto possibile controllo americano la produzione petrolifera locale non è una questione prettamente economica, bensì impedisce, soprattutto ai cinesi, l’accesso a una enorme fonte di rifornimento di petrolio pesante ottimo, una volta raffinato, per ottenere un prodotto destinato a motori diesel e voraci quali quelli di aerei e navi. Inoltre, toglie a un altro grattacapo americano, Cuba, la maggiore entrata di carburante indispensabile per la sopravvivenza dell’economia locale.

    Detto ciò, chi si aspettava che l’aver “sequestrato” Maduro aprisse a un totale cambiamento di regime non teneva conto di quella che è la realtà sociale e politica del Paese. Il “colpo da maestro” di Trump e dei suoi non è consistito nel pur perfettamente riuscito sequestro di quel dittatore, bensì nell’aver preparato in anticipo la sopravvivenza del regime con però un atteggiamento molto conciliante verso Washington. Ciò che attualmente sembra probabile è che ci possono essere state diverse complicità interne pre-concordate e magari perfino la collaborazione tacita della vice presidente, oggi nominata presidente ad interim, Delcy Rodriguez. Ipotesi molto realistica, tanto è vero che il Segretario di Stato Rubio ha subito annunciato di volerla incontrare. Un’altra cosa che si potrebbe immaginare è che, di là dalle dichiarazioni ufficiali di teatro, l’operazione sia stata “accettata” da Putin durante l’incontro di Anchorage in nome del rispettivo riconoscimento delle future zone di influenza.

    La realtà interna del Venezuela è che, come dimostrato ampiamente dalle ultime elezioni, il regime di Maduro non godeva più del sostegno della maggior parte della popolazione (a differenza di ciò che succedeva al tempo di Chavez) ma che tutte le leve del potere reale sono distribuite tra coloro che di quel regime erano e continuano ad essere i beneficiari. Il malcontento origina soprattutto dalla diffusa corruzione degli alti gradi del regime, della loro incapacità gestionale e da un’economia sempre più disastrata.

    Vediamo i possibili scenari del dopo Maduro e cosa sarebbe successo se, invece di confermare la tenuta del regime, si fosse voluto imporre forzosamente una immediata democrazia.

    La prima possibilità è che con il decidere di smantellare del tutto il regime e aprire a nuove elezioni il sistema si sarebbe potuto spaccare tra gruppi armati del vecchio potere in lotta tra di loro fino ad arrivare a scontri armati. Tale eventualità, nonostante tutto, non è ancora esclusa e addirittura diventerebbe probabile se tale frattura avvenisse non solo tra gli alti vertici del regime ma anche dentro le forze armate. Non si può escludere che, fomentando un sentimento nazionalista e la non simpatia verso i gringos da sempre diffusa negli stati sud americani, una parte degli ufficiali si unisca ai gruppi guerriglieri colombiani già presenti da tempo in Venezuela. Insieme si batterebbero non solo contro l’ingerenza statunitense nel settore petrolifero ma anche darebbero la caccia ai “collaborazionisti”. In altre parole scoppierebbe una guerra civile.

    Un secondo scenario possibile dopo la ipotetica volontà americana di imporre subito le elezioni sarebbe stato che il desiderio di vendetta di chi aveva per lungo tempo subito le angherie del potere avrebbe potuto suscitare una reazione violenta di chi era ancora in posizione di forza, se non altro per autodifesa. Nel caso di una repressione feroce di tali manifestazioni, come avrebbero potuto (o dovuto) reagire gli americani? Inviando truppe per proteggere i “democratici” e aprire così un nuovo fronte di guerra?

    Naturalmente l’aver paradossalmente confermato il regime precedente non elimina possibili conseguenze non gradite. Chi si è battuto da tempo contro Maduro può non accontentarsi dell’eliminazione del personaggio e considerare un tradimento l’accettazione americana della continuità di un regime anche se con capi diversi. La Rodriguez potrebbe sinceramente fungere soltanto da presidente ad interim e rinnovare gradualmente, sempre garantita dagli americani, i vertici della giustizia, delle forze armate e dell’alta amministrazione in genere in modo da preparare le elezioni. Tuttavia, checché ne pensi la Machado (che ha continuato ad auspicare un intervento armato americano), l’opposizione al regime non è mai stata davvero compatta e lei non ha dimostrato di avere quel carisma che Chavez aveva avuto. Un vero consenso popolare che garantisca elezioni libere e pacifiche si potrebbe ottenere solamente nel momento in cui sarà evidente che l’economia stia fortemente riprendendo e che un relativo benessere sia potenzialmente raggiungibile da ampi strati della popolazione. Un po’ come successe in Corea del Sud dopo la guerra con il Nord. In altre parole, un regime militare destinato a durare qualche anno e la democrazia rimandata forse anche di un decennio.

    La realtà venezuelana di oggi, sgradita a chi vuole tutto e subito, è quella su cui, saggiamente, sembra aver puntato Trump ed è l’unica che potrebbe evitare una nuova situazione di grave instabilità. È comunque certo che, dopo aver infranto in modo così palese le regole della convivenza internazionale, Washington si gioca tutta la sua credibilità sulla buona riuscita del futuro venezuelano. Se Trump finisse col trovarsi di fronte a delle realtà come quelle che i suoi predecessori hanno provocato in Afghanistan, in Iraq, in Siria e in Libia (e speriamo che lui non faccia lo stesso errore in Iran) anche le sue chance di raggiungere un accordo con le altre potenze per spartirsi il mondo perderebbe ogni possibilità.

  • Trump dal documento della “Strategia” all’attuazione del “Nuovo ordine Mondiale”

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’ON. Nicola Bono, Presidente di Europa Nazione

    Questa improvvisa aggressione nessuno se l’aspettava, con bombardamenti e arresti, e soprattutto con la totale violazione delle norme del diritto internazionale che, all’art. 2, vietano ogni possibile aggressione a Stati sovrani. Insomma Trump ha violato con il Venezuela, così come Putin con l’Ucraina, le regole fondamentali del rispetto dell’indipendenza degli Stati e per questo l’ONU è da anni bloccata e del tutto inutile.

    Il progetto delle “aree di influenza”, e cioè la visione ottocentesca di Trump, che ci arretra di due secoli, è la garanzia per ogni superpotenza di avere un intero continente su cui decidere di fare quello che vuole, il che è un disegno mostruoso, perché punta esattamente all’obiettivo di dominare il mondo con il vecchio sistema della colonizzazione.

    E la sicurezza non ci sarà per nessuno, men che meno per l’Europa, almeno fino a quando i premier europei capiranno l’importanza di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, come confermato dal fatto che Trump che ha escluso il continente europeo dalle sue “aree di influenza”, consegnandolo in pacco regalo a Putin.

    Pertanto Trump ha iniziato l’operazione nel “cortile di casa”, e cioè nell’intero continente americano, dal Canada all’Argentina, ma con un pizzico di furbizia che consiste nel fatto che non si fanno guerre se non c’è un bottino conveniente.

    Ed ecco perché ha aggredito il Venezuela, senza dirlo neanche al Congresso, unico organo che può autorizzare aggressioni e bombardamenti, e, senza presentare una dichiarazione di guerra al Venezuela, dunque nella totale assenza di trasparenza in quanto l’operazione era illegale, ha fatto catturare il Presidente Maduro e lo ha fatto portare in un carcere USA, con un arresto che somiglia piuttosto a un vero e proprio sequestro di persona.

    Una cosa che, fino alla aggressione dell’Ucraina, sarebbe stata impensabile e che avrebbe suscitato la reazione di qualsiasi cittadino democratico, anche americano.

    Trump dichiara che l’aggressione del Venezuela è stata una difesa dell’interesse nazionale e per contrastare il narco-terrorismo, ma dove sarebbe il terrorismo? Con la cocaina? E cioè una droga distribuita purtroppo in tutto il mondo, ma senza mai qualcuno che ne avesse rilevato un intreccio terroristico?

    Ma perché c’era il bisogno di accusare Maduro di narcoterrorismo, oltre che di altri reati, che non sono idonei a mettere a rischio la sicurezza degli USA?

    La verità è che l’unico vero obiettivo era l’eliminazione del Presidente Maduro per avere in mano il potere sul Venezuela, e prendere possesso del petrolio, che ovviamente doveva restare sotto copertura fino al raggiungimento degli obiettivi.

    Personalmente non ho mai avuto simpatie per il Presidente Maduro e, avendo diversi amici in Venezuela, ho sempre seguito la politica di questo Stato ricchissimo, ma così male amministrato, e soprattutto così dittatoriale, da togliere ogni diritto ai cittadini non aderenti alla sua fazione. Ma non condivido la gioia di chi pensa che comunque, con l’aggressione illegittima di Trump, e sulla base di capi di imputazione discutibili, che comunque si dovevano gestire nei termini di legge, si è potuto fare cadere un dittatore come Maduro. Perché questo è del tutto sbagliato in quanto, pur essendo una persona orribile, (per quanto ce sono di ben peggiori), accantonare le leggi che garantiscono i popoli per fare giustizia è un errore folle, perché con questo metodo la Terra ha avuto un esempio terribile, che rischia di trasformarla in un immenso Far West, perché l’uso della forza sta sgretolando l’idea di un diritto internazionale. In questo modo ogni Superpotenza potrà rivendicare di essere legittimata ad arrestare chiunque, ricorrendo ad accuse pretestuose basate sulla parola di personaggi conosciuti come bugiardi seriali. Così si torna ai tempi del Re Sole, con il Terzo Stato gestito come lo faceva il Marchese del Grillo, e cioè senza diritti e senza giustizia. Ed è esattamente questo che va contestato, perché le regole vanno sempre rispettate, specie sulla vicenda del Venezuela, dove il vero problema è sempre stato quello del petrolio, che consente agli USA di diventare il Paese più ricco del mondo, con un 20 per cento del petrolio mondiale, raggiungendo ben 358,47 miliardi di barili, grazie all’oro nero venezuelano che incrementerà i 55,25 miliardi di barili della riserva americana.

    E senza contare l’azzardo di un’aggressione di uno Stato alleato con Russia e Cina, che potrebbe portare a gravissime conseguenze, fino a quella di una guerra mondiale, anche perché Cina e Russia sono alla seconda mortificazione dopo il bombardamento agli impianti nucleari dell’Iran dello scorso giugno, e il caso Venezuela rischia anche di rompere gli equilibri mondiali del petrolio, anche per i doveri di difendere i propri alleati. Ed in ultimo, tornando a quanti hanno gioito per la caduta di Maduro, costoro non hanno molto da ridere, perché Trump non vuole e non può mandare soldati in Venezuela perché a partire dai Maga manifesterebbero la loro feroce contrarietà, e quindi ha deciso di governare da remoto con gli uomini e la struttura di Maduro, e quindi non ci sarà alcuna democrazia e tanto meno cambiamento di regime, a conferma che il vero interesse era solo e soltanto il petrolio. Ma l’aspetto sicuramente più grave è quello dei comportamenti dei premier europei, e dei loro balbettamenti dovuti alla cautela sulla gravissima violazione del diritto internazionale in merito all’aggressione del Venezuela e del suo Presidente, che hanno fatto a gara nel pronunciare giudizi di fatto privi delle doverose contestazioni, dimostrando ancora una volta l’irrilevanza del loro ruolo e una certa codardia, piuttosto che reagire sull’assoluta intoccabilità del diritto internazionale e chiedere che aggressioni del genere devono essere bandite per sempre.

    Ma è la scelta della Meloni a lasciare esterrefatti, essendo l’unica premier a dare per scontata la legittimità dell’intervento USA, perché: “il Governo italiano considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Ma Meloni, così facendo, ha definitivamente buttato nella spazzatura il suo appassionato sovranismo, perché introduce giustificazioni alle aggressioni di Stati sovrani e non prova nessuna preoccupazione delle conseguenze di una azione che di fatto provoca l’avvio del Far West, a partire dall’Ucraina e da Taiwan, che potrebbero fare la stessa fine del Venezuela e, a ruota, anche altri Stati potrebbero subire lo stesso trattamento da parte delle superpotenze. Un altro formidabile trionfo della Meloni nella difesa dell’interesse nazionale per l’Italia e per tutti i Paesi del mondo, che non hanno lo status di superpotenza. E, per quanto riguarda la Groenlandia, Meloni e il suo partito danno una magnifica soluzione essendo ormai al servizio permanente effettivo dei desiderata di Trump, teorizzando ingiustificabili e patetiche ipotesi di lavoro alquanto farlocche, come quella inventata dall’on. Fidanza che dichiara: “sosteniamo la sovranità danese come membro della UE e della Nato, ma è giusto rafforzare la presenza occidentale (l’Europa non c’è più nell’occidente dal documento sulla strategia di Trump) nell’artico per contenere russi e cinesi”.

    E, quindi, diamo la Groenlandia all’America! Uno scienziato.

    Perché il vero problema è che l’Europa non ha più alcuna funzione nell’attuale assetto mondiale, ma troverebbe una soluzione diversa se gli Stati Europei, eventualmente un primo nucleo iniziale se non fosse possibile coinvolgerli tutti, decidesse di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, creando le condizioni del ritorno del vecchio continente al ruolo che gli compete nel mondo di salvaguardia dell’indipendenza europea, della libertà, della democrazia, del nostro sistema di vita e dei nostri valori.

  • Somiglianze tra due narcostati

    I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.
    Charlie Chaplin, da “Il grande dittatore”, 1940

    Dal sabato scorso, 3 gennaio, tutta l’attenzione istituzionale e pubblica, a livello internazionale, è stata concentrata sulla cattura del dittatore venezuelano e di sua moglie. Tutto si è svolto durante un intervento delle forze speciali statunitensi della divisione d’élite Delta Force nelle primissime ore di sabato. Un intervento ben preparato da mesi e portato a termine con successo dagli uomini delle stesse truppe scelte che, il 2 maggio 2011, uccisero nel suo rifugio ad Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il capo della famigerata organizzazione terroristica Al-Qaeda.

    Questa operazione militare, denominata “Absolute Resolve” (Risoluzione assoluta; n.d.a.) ha generato anche uno scontro dal punto di vista del diritto internazionale. Ovviamente gli Stati Uniti non riconoscono come legittimo il presidente venezuelano, perché hanno considerato e dichiarato come illegittime le elezioni svoltesi il 28 luglio 2024. Perciò hanno deciso la sua cattura, visto che il mandato legittimo del presidente venezuelano sarebbe scaduto il 10 gennaio 2025.

    Le elezioni del 28 luglio 2024 sono state considerate come illegittime anche dall’Unione europea ed altri Paesi, nonché da varie organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione degli Stati Americani. Perciò per la giurisprudenza degli Stati Uniti il cittadino Nicolás Maduro Moros non è il presidente del Venezuela, bensì un semplice cittadino, il quale è stato accusato di narcotraffico e cospirazione criminale e di aver guidato l’organizzazione criminale transnazionale nota come il “Cartello dei Soli”. Per il Segretario di Stato statunitense, riferendosi al caso, “non si può violare l’immunità di un presidente se, per la legge americana, quell’uomo non è presidente”.

    Bisogna però evidenziare, invece, che secondo i canoni del diritto internazionale, un capo di Stato in carica gode un’immunità personale assoluta dalla giurisdizione penale di altri Stati. Si tratta di un diritto riconosciuto dalla Corte internazionale di Giustizia con sede all’Aia (Olanda) e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo. In più, sia per l’Organizzazione delle Nazioni Unite e sia per la Corte internazionale di Giustizia, l’intervento statunitense sul territorio venezuelano nelle prime ore di sabato scorso, senza un mandato del Consiglio di Sicurezza, viene considerato come una violazione dell’articolo 2, comma 4 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un articolo che vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato membro dell’Organizzazione.

    La storia recente ci insegna che ci sono stati due altri casi simili trattati dalla giurisprudenza degli Stati Uniti d’America. Il primo riguarda l’ex presidente di Panama, Manuel Noriega. Nel 1989, non essendo più riconosciuto come presidente di Panama dagli Stati Uniti, è stato arrestato durante l’invasione del Paese dalle forze armate statunitensi, nonostante che prima fosse stato un loro alleato. Il secondo caso riguarda Juan Orlando Hernández, il presidente dell’Honduras, che è stato estradato, nell’aprile 2022, dal suo Paese negli Stati Uniti. Una Corte statunitense lo condannò, nel marzo 2024, a 45 anni di carcere, con l’accusa di aver trasformato lo Stato in una piattaforma logistica del narcotraffico. Chissà perché, il 2 dicembre 2025, il presidente Trump, con un decreto, ha reso però l’ex presidente dell’Honduras di nuovo un uomo libero?!

    La cattura del dittatore venezuelano è stata rapportata dai media in tutto il mondo in tempo reale, diventando così la notizia “par excellence” (per eccellenza; n.d.a.). Ovviamente quella notizia non poteva non suscitare subito anche le reazioni istituzionali dei massimi rappresentanti dei diversi Paesi di tutto il mondo. Reazioni che rispecchiavano i rapporti, sia ufficiali che personali, con il dittatore venezuelano, il quale, nel frattempo, veniva trasportato negli Stati Uniti, verso New York, a bordo di una nave militare statunitense.

    Ovviamente le reazioni di non pochi Paesi latinoamericani, della Cina, della Russia, dell’Iran, della Corea del Nord e di altri Paesi condannavano l’intervento statunitense di sabato scorso. Il segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ha considerato l’operazione un “pericoloso precedente”. La Presidente della Commissione europea ha affermato che “Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”. Per la Francia l’intervento era “una violazione del diritto internazionale”. Mentre in una nota del governo italiano si afferma che “il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

    L’indomani dell’intervento statunitense, che ha portato alla cattura del dittatore venezuelano, il presidente statunitense ha detto che “…Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate e inizieranno a fare soldi per il Paese”. In più il presidente statunitense, riferendosi al Venezuela, ha dichiarato: “Resteremo e governeremo fino ad una transizione corretta e giusta…Porteremo avanti il Paese fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia….Governeremo il Paese fino ad allora”. L’autore di queste righe auspica però che non si possa ripetere quello che è accaduto in Afghanistan a metà agosto 2021. Egli pensa altresì, che per giudicare la “credibilità” delle dichiarazioni di Trump sul “supporto” del Venezuela, bisogna tener presente che domenica scorsa lui è tornato di nuovo sulle sue mire in Groenlandia. “La Groenlandia ci serve…Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa”.

    In Europa però c’è un Paese che da alcuni anni, oltre agli analisti indipendenti locali, secondo noti procuratori e giornalisti investigativi europei e statunitensi, viene considerato, fatti documentati alla mano, un narcostato. Si tratta dell’Albania. Il nostro lettore veniva informato che uno di loro, Nicola Gratteri, ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli, aveva dichiarato che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato; tutt’altro” (Narcostato attivo in Europa; 29 settembre 2025). Mentre per Fox News, il noto canale d’informazione televisiva statunitense con orientamento editoriale conservatore, il primo ministro albanese era diventato un Ramaduro. Si tratta di un neologismo composto dai cognomi dell’attuale primo ministro albanese e dell’ormai catturato dittatore venezuelano. Due persone che si somigliano. Come si somigliano i narcostati da loro gestiti, in connivenza con la criminalità organizzata, trafficanti di cocaina. Ramaduro, come neologismo, è stato coniato pochi anni fa in Albania, riferendosi proprio alla somiglianza dei due dittatori. Due persone che hanno avuto il potere grazie anche ai brogli elettorali.

    Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che da sabato il primo ministro albanese non si è visto e né sentito. Forse si ricorda, oltre ad essere il capo di un narcostato, anche degli insulti fatti al presidente statunitense. E perciò potrebbe aver paura. Potrebbe aver paura perché quello che da anni sta facendo potrebbe essere considerato, come si nominava nella sopracitata nota del governo italiano, un “attacco ibrido” contro altri Paesi. America e Italia comprese. Perciò la presidente del Consiglio dei ministri d’Italia dovrebbe essere molto attenta alla sua “amicizia” con un dittatore che da anni rappresenta istituzionalmente un narcostato. Ma nel frattempo gli albanesi si devono ribellare contro la narcodittatura, per non permettere al narcodittatore di renderli schiavi. Bisogna ricordare che per Charlie Chaplin i dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo.

  • Lettera aperta a Conte, Landini e la cara Elly

    Se oggi vedete i venezuelani felici non è perché stanno sostenendo una potenza straniera come gli Stati Uniti. Sono felici perché vedono la fine di un incubo. E ascoltare Giuseppe Conte, Elly Schlein e Maurizio Landini permettersi di fare la morale su quanto accaduto in questi giorni, rifugiandosi dietro discorsi sulle “basi giuridiche”, lo trovo francamente ridicolo e, personalmente, offensivo.

    Perché, a differenza vostra, io in Venezuela ci sono stato. Quel regime non l’ho studiato sui libri, non l’ho analizzato da lontano, non l’ho discusso nei salotti. Quel regime l’ho vissuto. L’ho visto con i miei occhi, a casa di un amico italo-venezuelano, nei miei venti giorni là. Era un altro presidente, ma la stessa identica logica di potere. E sentir parlare politici europei di cosa sia giusto o sbagliato per un Paese che a malapena conoscono, è semplicemente insultante.

    Perché mentre voi parlavate di legalità, i cittadini venezuelani facevano la fila per il cibo.

    Mentre difendevate la “sovranità nazionale”, loro cercavano solo di sopravvivere.

    Mentre rilasciavate dichiarazioni, chi poteva scappava.

    Scappava dalla fame vera.

    Scappava dalla violenza.

    Scappava dalla criminalità fuori controllo.

    Scappava dai cartelli della droga.

    Milioni di persone costrette a lasciare tutto. Un Paese ricchissimo ridotto in ginocchio.

    E sapete qual è la cosa più ipocrita? Che molti di quelli che oggi si indignano per quello che è successo non si sono MAI indignati mentre il Venezuela veniva distrutto giorno dopo giorno. Mai. Perché è facile difendere una dittatura lontana, quando non ci vivi sotto. È facile parlare di principi, quando a pagare non sei tu. È facile sentirsi moralmente superiori, quando il rischio lo corrono sempre gli altri.

    Per molti venezuelani, ciò che è accaduto non è stata un’aggressione. È stata la speranza. L’inizio, forse, di una nuova fase. Dopo anni di crisi, repressione, violazioni sistematiche dei diritti umani, potere mantenuto con la forza e collusioni criminali internazionali.

    E quindi mi rivolgo direttamente al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

    Egregi signori, chi difende una dittatura solo perché appartiene al proprio campo politico non difende la pace, non difende il diritto, non difende i popoli. Dimostra solo di preferire l’ideologia alla verità, e una narrazione comoda alla vita reale di milioni di persone.

    Mi piacerebbe capire da voi come riuscite a conciliare il “diritto internazionale” con la realtà di un popolo che oggi, per la prima volta dopo anni, ha sentito di poter respirare. Di poter sperare. Di poter credere, di nuovo, nella libertà.

    Sperando che questo messaggio vi arrivi davvero, vi ringrazio per l’attenzione.

    Giampiero Damiano

  • Colombian drug gang violence kills 60 people

    The death toll from attacks by a rebel group in Colombia’s Catatumbo region has risen to 60, the country’s human rights office has said.

    Rival factions have been vying for control of the cocaine trade in the region – which sits near the border with Venezuela – for years.

    The Ombudsman’s Office said the latest violence involved the National Liberation Army (ELN) – the largest armed group still active in Colombia – and the Revolutionary Armed Forces of Colombia (Farc), which signed a peace treaty with the state in 2016.

    The attacks broke an uneasy truce between the guerrilla groups, which had been in peace negotiations with the government.

    The Ombudsman’s Office, a government agency that oversees the protection of citizens’ human and civil rights, previously reported that 40 had died in the violence.

    It said that many people, including community leaders and their families, were facing a “special risk” of being kidnapped or killed at the hands of the ELN. It noted that 20 people had recently been kidnapped, half of whom were women.

    The office said that among those killed were seven peace treaty signatories and Carmelo Guerrero, the leader of the Association for Peasant Unity in Catatumbo (Asuncat), a local advocacy group.

    Asuncat wrote on social media on Friday that Roger Quintero and Freiman Velasquez, members of its board of directors, had not been seen since the previous day, and that it suspected armed groups had taken them.

    “In some communities in the region, food shortages are beginning to be reported, affecting local communities,” the Ombudsman’s Office wrote in a statement on Saturday, adding that thousands of people are believed to have been displaced by the violence.

    “Elderly people, children, adolescents, pregnant women and people with disabilities are suffering the consequences of these events.”

    “Catatumbo is once again stained with blood,” the Association of Mothers of Catatumbo for Peace wrote on Friday.

    “The bullets exchanged not only hurt those who hold the weapons, but also tear apart the dreams of our communities, break up families and sow terror in the hears of our children.”

    The Ombudsman’s Office appeared to lay the blame for the latest violence on the ELN, which had been in peace talks with the Colombian government until they were suspended on Friday due to the violence in Catatumbo.

    President Gustavo Petro – who since his election in 2022 has sought to end violence between armed groups in the country – accused the ELN of “war crimes” and said the group “shows no willingness to make peace”.

    The ELN accused Farc of having initiated the conflict by killing civilians in a statement on Saturday, according to Reuters news agency. Farc has not publicly responded to the allegation.

    On Saturday, the Colombian army announced it was sending additional troops to the region in an effort to restore peace.

  • Gesù bambino settimino in Venezuela, Maduro anticipa il Natale

    Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha annunciato di aver anticipato per decreto il Natale al primo ottobre. Lo ha comunicato durante una diretta trasmessa dalla televisione nazionale, poche ore dopo l’annuncio del mandato di cattura del candidato di opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia. “Siamo già a settembre e c’è aria di Natale. Sì, c’è aria di Natale e per questo, in omaggio e ringraziamento a tutti voi, vi annuncio che decreterò di spostare questa festività al primo ottobre. Sarà Natale per tutte e tutti il primo ottobre. È arrivato Natale con pace, felicità e sicurezza”, ha detto Maduro.

    Non si tratta della prima iniziativa del genere: nel 2020 il presidente aveva annunciato per il 15 ottobre l’inizio delle festività e nel 2021 lo aveva anticipato al 4 ottobre. Durante le settimane che precedono il Natale, il governo venezuelano è solito intensificare gli aiuti e i bonus, soprattutto attraverso la distribuzione di pacchi alimentari, pratica iniziata negli anni peggiori della crisi economica. Ancor prima, già nel 2013, Maduro anticipò la festività all’1 novembre per distogliere l’attenzione del popolo dalla grave crisi economica che attanagliava il Paese, così come dalla carenza di cibo e dall’aumento di criminalità a Caracas.

    Dietro la decisione, gli osservatori vedono un modo per tentare di placare le contestazioni sulla regolarità del conteggio dei voti in base al quale Maduro avrebbe vinto le elezioni a luglio scorso. I funzionari di alcuni seggi si sono rifiutati di rilasciare i conteggi cartacei del voto elettronico mentre sono state diverse le segnalazioni di brogli e intimidazioni ai danni degli elettori. Convalidata dalla Corte suprema venezuelana, la vittoria di Maduro sarebbe arrivata grazie al 52% dei voti arrivati dal Consiglio nazionale elettorale (CNE). Ma l’amministrazione non ha mai reso pubblici i resoconti dei seggi elettorali e numerosi Paesi, latinoamericani e occidentali, hanno criticato i risultati per la mancanza di trasparenza. A livello locale la crisi politica si è tradotta in violenza fra i sostenitori di Edmundo Gonzalez Urrutia, candidato dell’opposizione da molti ritenuto il vero vincitore dell’elezione, e i lealisti. Oltre 1.700 persone, sin qui, sono state arrestate e 24 sono morte.

    Solo qualche ora prima dell’annuncio della festività anticipata, la Procura del Venezuela ha chiesto l’arresto del candidato dell’opposizione alle presidenziali González, accusandolo dei «reati di usurpazione di funzioni, falsificazione di documenti pubblici, istigazione a disobbedire alle leggi dello Stato, cospirazione, sabotaggio per danneggiare i sistemi ed associazione terroristica». La richiesta, emessa dal procuratore ausiliario Luis Ernesto Dueñez Reyes, è già stata approvata dal Tribunale di prima istanza con funzioni di controllo e resa dunque effettiva.  González Urrutia non si è presentato a tre convocazioni in tribunale – l’ultima venerdì scorso – per essere ascoltato sul contenuto di una pagina pubblicata sul sito della coalizione di opposizione Piattaforma unitaria democratica (PUD) in cui il 75.enne viene indicato come vincitore delle elezioni presidenziali. L’ex ambasciatore, che vive in semi-clandestinità, non appare in pubblico dal 30 luglio. Per giustificare le sue assenze, González Urrutia ha detto di temere una magistratura «senza garanzie di indipendenza».

  • Londra manda una cannoniera per prevenire l’Anschluss della Guyana da parte di Maduro

    Il Regno Unito si sta preparando a inviare una nave da guerra in Guyana per dimostrare sostegno diplomatico e militare verso l’ex colonia britannica a fronte delle rivendicazioni del Venezuela sul Territorio Essequibo, vasta regione guyanese ricca di risorse naturali. Lo ha confermato il ministero della Difesa all’emittente “Bbc”, precisando che la nave, la Hms Trent, prenderà parte a esercitazioni militari congiunte da svolgersi dopo Natale. L’imbarcazione si trova già nei Caraibi ed è attualmente impegnata in attività di pattugliamento contro i traffici di droga. Dispone di un equipaggio di 65 membri, ha una velocità massima di crociera di 24 nodi ed è armata con cannoncini calibro 30 millimetri. Può dispiegare anche droni ed elicotteri Merlin.

    L’invio della nave segue la visita a Georgetown del sottosegretario agli Esteri per le Americhe David Rutley, lo scorso 18 dicembre, il primo rappresentante di un governo del G7 a recarsi in Guyana dopo il referendum sull’annessione del Territorio Essequibo organizzato dal Venezuela lo scorso 3 dicembre. Rutley ha confermato “l’inequivocabile appoggio” di Londra alla Guyana e ha accolto con favore la promessa di Caracas di non ricorrere alla forza per annettere il territorio conteso. “La disputa – ha aggiunto – è risolta da 120 anni. I confini sovrani vanno rispettati ovunque”. Sempre la scorsa settimana il segretario agli Esteri, David Cameron, ha chiarito che il Regno Unito “continuerà a lavorare con i partner nella regione per assicurare l’integrità territoriale della Guyana e per evitare un’escalation”.

    La visita di Rutley e le parole di Cameron sono state fortemente criticate dai vertici venezuelani. Il presidente Nicolas Maduro ha invitato il Regno Unito a tenere “le sue sporche mani già dall’America latina”. Il ministro degli Esteri Yivan Gil ha accusato Londra di destabilizzare la regione. “L’ex impero invasore e schiavista – ha scritto su X – dopo aver occupato illegalmente il territorio della Guyana Esseqiba e aver agito in maniera subdola contro gli interessi del Venezuela, insiste nell’intervenire in una controversia territoriale che esso stesso ha generato”.

    Forte del mandato “sacro” ricevuto dal referendum consultivo di domenica 3 dicembre – con cui il governo ha visto riconosciute ad ampia maggioranza le rivendicazioni storiche sulla regione -, Maduro ha presentato un piano per rendere il “Territorio” un nuovo Stato del Venezuela, dando anche ordine di stampare e diffondere una nuova mappa geografica aggiornata. La zona, una ampia fascia di terra tra il fiume Esequibo e l’attuale confine orientale del Venezuela, è oggetto di una contesa iniziata oltre cento anni fa. Georgetown difende un confine territoriale stabilito nel 1899 da un tribunale arbitrale a Parigi, quando la Guyana era ancora una colonia britannica. Caracas rivendica l’Accordo di Ginevra, firmato nel 1966 con il Regno Unito prima dell’indipendenza della Guyana, che pose le basi per una soluzione negoziata e annullò il trattato del 1899. Il Venezuela ritiene che il confine naturale tra i due Paesi sia il fiume Esequibo, oggi margine orientale del Territorio. Nonostante la contrarietà del Venezuela, che in un primo tempo ammetteva la sola possibilità di un arbitrato bilaterale, il caso è dal 2018 nelle mani della Corte internazionale di giustizia (Cig). Respingendo una serie di obiezioni di Caracas, il tribunale Onu ha confermato di avere i titoli per decidere sulla contesa, avviando ora l’esame del merito.

  • Number of Venezuelan migrants at US-Mexico border halves

    The number of Venezuelans illegally crossing the US-Mexico border has nearly halved since deportation flights restarted last month.

    Statistics from Customs and Border Patrol (CBP) indicate a 46% drop in such arrivals.

    In early October, US President Joe Biden’s government announced it would deport Venezuelans who were ineligible for asylum or temporary legal status.

    More than seven million people have fled Venezuela in recent years.

    According to the CBP figures released on Tuesday, border agents apprehended 29,637 Venezuelans at the border last month, a sharp drop from September’s record high of 54,833.

    Overall illegal entries along the southern border also decreased in October by 14% – from nearly 219,000 in September.

    On 18 October, US Immigration and Customs Enforcement (ICE) began deportation flights to Venezuela. Since then, hundreds of Venezuelans have been sent home.

    Acting CBP Commissioner Troy Miller said the “resumption of removal flights… consistent with delivering consequences for those who cross the border unlawfully” had contributed to the dramatic decline of Venezuelan illegal migrant detentions.

    In September, the US also said that about 472,000 Venezuelans would be eligible for Temporary Protected Status (TPS) for a period of 18 months.

    Those granted TPS status are eligible to work while they wait for their asylum cases to be heard.

    The influx of Venezuelan migrants into US cities such as New York, Denver and Chicago has become a politically contentious issue, with even some Democratic elected officials criticising the Biden administration for its handling of the issue.

    New York City Mayor Eric Adams, for example, blamed the federal government for not providing enough assistance to help the city house and provide services for newly arrived migrants.

    The economy of oil giant Venezuela has collapsed under socialist President Nicolás Maduro, who has been in power since 2013.

  • Venezuela’s National Assembly asks government to expel EU ambassador

    Venezuela’s National Assembly has called on the government to expel the European Union’s ambassador to Caracas, Isabel Brilhante Pedrosa, after the bloc adopted fresh sanctions against 19 Venezuelan officials.

    The 2015 National Assembly (NA) on Tuesday urged President Nicolas Maduro to call Brilhante Pedrosa persona non grata and to close the EU office in Caracas. The country’s Foreign Minister, Jorge Arreaza would meet with the EU ambassador on Wednesday, along with ambassadors and diplomatic representatives from other EU countries, including from France, Germany, Spain and the Netherlands.

    Earlier in the week, the Union’s foreign affairs ministers decided to add 19 leading Venezuelan officials to their sanctions list, due to their “role in acts and decisions undermining democracy and the rule of law in the country, or as a result of serious human rights violations.”

    The officials are targeted for undermining the oppositions’ electoral rights and the democratic functioning of the National Assembly, and for serious violations of human rights and restrictions of fundamental freedom, according to a statement issued on Monday.

    In January, the EU’s heads of state and government had stated they were ready to adopt additional targeted restrictive measures following the outcome of December’s elections in the country.

    The EU move brings to 55 the total number of individuals subject to sanctions.

  • Maduro vince ma Usa e Ue giudicano non credibile il voto in Venezuela

    Nicolas Maduro parla di ‘vittoria del popolo’, incassando un risultato elettorale che ha visto il suo partito ‘Grande Popolo patriottico’ conquistare i due terzi dell’assemblea nazionale. Ma solo il 30% dei venezuelani è andato a votare, e mentre il principale leader dell’opposizione Juan Guaidò parla di una ‘truffa’ anche l’occidente prende le distanze dal risultato. Con l’Ue che ha fatto sapere di non ritenere ‘credibile’ l’esito delle urne che “non hanno rispettato gli standard internazionali’. E il segretario di stato americano, Mike Pence, che si è spinto oltre: “Gli Stati Uniti continueranno a riconoscere Guaidò come presidente’, ha fatto sapere con un comunicato. “La comunità internazionale non può permettere a Maduro di rubare una seconda elezione” dopo quella del 2018, ha aggiunto Pompeo. Da Mosca, forte sostenitrice del ‘chavismo’ arriva invece la benedizione con la diplomazia russa che parla di ‘un processo più responsabile e trasparente di quello di certi Paesi che hanno l’abitudine di presentarsi come un esempio di democrazia’.

    La grande protagonista della giornata è stata di certo la scarsa affluenza alle urne (31%), a cui, oltre alle preoccupazioni per la pandemia da Covid-19, hanno contribuito i ripetuti appelli al boicottaggio lanciati da Guaidó. In forte ritardo sul previsto, e a quanto pare per la mancanza di elettricità in alcuni Stati, la presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Indira Alfonzo, ha indicato che sulla base dello scrutinio dell’82,35% dei voti espressi, il Gran Polo Patriottico ha ottenuto il 67,6%. Da parte sua, l’Alleanza Democratica di opposizione (AD, Copei, CMC, Avanzada Progresista e El cambio), è stata votata dal 17,95% degli elettori, mentre altre forze politiche, fra cui il Partito comunista del Venezuela, si sono aggiudicate il 13%.

    Per Maduro si è trattato di “una grande vittoria popolare”. “Arriva – ha aggiunto – un cambiamento del ciclo, un cambiamento positivo, virtuoso, di lavoro, di ripresa economica e di superamento dell’embargo”. Dura la reazione di Guaidó: “La dittatura si è messa in mostra. E dopo il ricatto, il sequestro dei partiti, la censura, la fabbricazione dei risultati, la diffusione del terrore, annunciano quello che avevamo detto: una truffa con il 30% (di partecipazione) di pure bugie”.

    Livelli bassi di affluenza, come quelli della tornata elettorale di ieri, non sono inusuali in Venezuela e in America latina, ma per gli analisti rappresenta un chiaro avvertimento per il ‘chavismo’. La palla è ora nel campo di Guaidó che dal 5 gennaio perderà il seggio in Parlamento, e dovrà legittimare diversamente la sua condizione di autoproclamato presidente ad interim. Per questo ha convocato una ‘Consultazione popolare’, ed una manifestazione il 12 dicembre, con cui confermare il ruolo di “unica alternativa democratica” a Maduro.

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