Libia

  • L’Egitto contesta davanti all’Onu gli accordi marittimi tra Libia e Turchia

    L’Egitto ha presentato un memorandum ufficiale alle Nazioni Unite per rigettare una serie di misure e accordi marittimi adottati dalla Libia, incluso l’ultimo memorandum d’intesa con la Turchia. Come riferiscono media greci, Il Cairo definisce queste intese una “violazione della sovranità egiziana” e una lesione dei propri diritti nel Mediterraneo orientale. Il documento, datato 8 settembre, rifiuta espressamente l’accordo firmato il 25 giugno tra la compagnia libica Noc e la Turkish Petroleum Corporation (Tpao) per studi sismici in quattro aree offshore. Una di esse, la cosiddetta “Area 4”, ricadrebbe – secondo le autorità egiziane – entro i limiti della zona economica esclusiva (Zee) e della piattaforma continentale egiziana. Di conseguenza, Il Cairo respinge “qualsiasi misura, condotta o conseguenza giuridica derivante da questo accordo”.

    La posizione egiziana non riguarda solo l’intesa energetica, ma anche la definizione unilaterale da parte libica dei limiti della propria piattaforma continentale. Il Cairo richiama la propria legislazione nazionale, in particolare il decreto presidenziale 595/2022, e afferma che le rivendicazioni di Tripoli sono “incompatibili con la Convenzione Onu sul diritto del mare e con il diritto internazionale”. La disputa si inserisce in un contesto già segnato dal rafforzamento della cooperazione tra Tripoli e Ankara. Come già riportato da “Agenzia Nova”, il 27 giugno scorso il ministro del Petrolio del governo libico di unità nazionale, Khalifa Abdul Sadiq, ha incontrato a Tripoli l’omologo turco Alparslan Bayraktar per consolidare il partenariato energetico, con particolare attenzione all’esplorazione congiunta di giacimenti offshore. Un’intesa che ha subito inasprito le tensioni con la Grecia, impegnata in nuove gare internazionali per l’esplorazione di idrocarburi al largo di Creta. Atene ha risposto inviando due fregate e una nave militare nelle acque internazionali davanti alla Libia, ufficialmente per controllare i flussi migratori, una mossa percepita da Tripoli come “provocazione militare”.

    La Grecia, insieme a Cipro e all’Unione europea, si richiama alla Convenzione Unclos del 1982, che riconosce alle isole la capacità di generare zone economiche esclusive. Libia e Turchia, invece, si basano sulla Convenzione di Ginevra del 1958 e considerano sproporzionato che piccoli lembi di terra – come l’isola greca di Kastellorizo, a soli due chilometri dalla costa turca – possano estendere ampie Zee. Per Atene, le mosse di Tripoli e Ankara rappresentano un affronto giuridico e geopolitico. Per Il Cairo, un rischio diretto ai propri interessi energetici nel Mediterraneo levantino. Secondo osservatori, un’ulteriore destabilizzazione dell’EastMed metterebbe in pericolo rotte commerciali vitali per l’Italia e l’Europa, aprendo scenari di tensione anche con l’Unione europea, che in base all’articolo 42 del Trattato di Lisbona sarebbe tenuta a fornire assistenza a un Paese membro aggredito.

    Alcuni giorni prima dell’iniziativa egiziana il gruppo di lavoro congiunto libico-turco ha tenuto una riunione ad Ankara per affrontare la regolamentazione dei contratti firmati prima del 2011, la revisione degli accordi del 2024 e del 2025, e l’elaborazione di un piano operativo per riattivare i progetti di sviluppo rimasti bloccati. Secondo quanto riferito dal sito di informazione libico “Al Wasat”, l’obiettivo è stato quello di rafforzare la stabilità e la continuità delle iniziative comuni tra i due Paesi.  Durante l’incontro, le parti hanno evidenziato la crescita del 31% degli scambi commerciali tra Libia e Turchia nei primi otto mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Entrambe hanno ribadito la necessità di consolidare questo slancio per rafforzare la cooperazione economica, sostenere nuovi progetti di investimento e sviluppare un partenariato strategico più solido, con particolare attenzione ai settori prioritari di infrastrutture, costruzioni, commercio e industria. La delegazione libica era guidata dal ministro dei Trasporti e consigliere finanziario del primo ministro, Mohamed al Shehaby, affiancato dal capo del Team per l’attuazione delle iniziative presidenziali e dei progetti strategici, Mustafa al Manie, dal sottosegretario del ministero dell’Economia e del Commercio, Suheil Abu Shaiha, dall’ambasciatore libico in Turchia, Mustafa al Qleib, oltre a rappresentanti di diverse agenzie governative. La delegazione turca, invece, era guidata dal ministro del Commercio, Omer Bolat, con il suo vice Ozgur Volkan Agar, il presidente dell’Associazione degli imprenditori turchi e direttori di vari ministeri e istituzioni.

  • Blitz in Libia per bloccare migranti irregolari diretti verso l’Europa

    La Direzione della sicurezza di Sabrata ha annunciato di aver condotto all’alba del 28 settembre una vasta operazione contro la presenza di manodopera straniera irregolare, con il fermo di centinaia di persone. In un comunicato, la polizia locale ha precisato che la campagna, condotta dal comitato operativo della sala di sicurezza congiunta, ha interessato numerosi siti nel centro cittadino dove i migranti risultavano essersi stabiliti. Secondo le autorità, l’iniziativa rientra nel piano predisposto per contrastare la diffusione della presenza di cittadini africani entrati illegalmente in Libia e che hanno fatto di Sabrata uno dei principali punti di insediamento. La nota segnala inoltre che sono in corso procedimenti contro i proprietari di immobili che avrebbero affittato le proprie abitazioni ai migranti, in violazione delle norme vigenti. La Direzione di sicurezza ha assicurato che le ispezioni continueranno fino alla completa individuazione dei trasgressori delle regole che disciplinano la presenza di cittadini stranieri sul territorio libico.

    L’operazione arriva in un clima di crescente tensione sul dossier migratorio. Nella “città-Stato” di Misurata, sede delle milizie considerati più forti del Paese, il sindaco Mahmoud al Suqutri ha condannato le violenze contro lavoratori stranieri e migranti irregolari, definite “atti che non hanno giustificazione né logica né religiosa e che violano la legge, danneggiando l’immagine della città”. In un suo videomessaggio, il primo cittadino ha messo in guardia anche contro il rischio di colpire la comunità palestinese residente: “Misurata è stata e resta tra le città che più hanno sostenuto Gaza e non permetteremo mai insulti o attacchi contro i palestinesi”, ha detto Suqutri, riferendosi alle proteste per un presunto piano per lo sfollamento dei palestinesi di Gaza in Libia.

    Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), la Libia continua a essere un hub centrale per le rotte migratorie regionali, sia come destinazione temporanea che come corridoio di transito verso l’Europa. Nel secondo trimestre del 2025, oltre l’84 per cento dei nuovi arrivi nel Paese proveniva dai sei Stati confinanti, con nigeriani (31%), egiziani (26%) e sudanesi (17%) tra le nazionalità più rappresentate. L’Oim rileva che la maggior parte dei migranti sudanesi entra attraverso valichi informali pagando fino a 1.000 dollari ai trafficanti, il costo più alto tra le rotte di accesso.

    L’organizzazione sottolinea inoltre che la quasi totalità dei migranti (92%) viaggia in gruppo con l’assistenza di facilitatori, e che il 99 per cento dei nuovi ingressi è costituito da uomini sotto i 30 anni. Complessivamente, oltre l’80% dei migranti presenti in Libia ha tra i 20 e i 39 anni, prevalentemente uomini single. Le motivazioni principali restano economiche (l’83% cerca lavoro e migliori condizioni di vita), ma circa il 14% fugge da conflitti armati, in particolare dalla guerra in Sudan, che continua a generare un flusso costante verso il Paese nordafricano.

  • Libia e Nigeria discutono di un gasdotto per l’Europa, la Turchia cerca gas liquido in Italia

    Il ministro del Petrolio e del Gas della Libia, Khalifa Abdul Sadig, ha incontrato il ministro nigeriano delle Risorse petrolifere (Gas), Ekperekpe Ekpo, e l’amministratore delegato della Nigerian National Petroleum Corporation, Bayo Ojulare, per discutere il progetto di gasdotto che collegherebbe la Nigeria all’Europa attraverso il territorio libico. Secondo una nota del dicastero libico, le parti hanno esaminato “la possibilità di riattivare il progetto e hanno concordato di facilitare lo scambio di informazioni tra gli esperti dei due Paesi, in preparazione alla realizzazione degli studi dettagliati necessari”. L’obiettivo, si legge ancora, è “giungere alla firma di un memorandum d’intesa per definire il quadro operativo del progetto”. Il ministero ha aggiunto che l’infrastruttura sarebbe “un nuovo collegamento strategico che collegherà l’Africa al continente europeo, rafforzando la posizione della Libia come corridoio energetico e aprendo ampie prospettive per la Nigeria al fine di espandere le proprie esportazioni di gas”. Il percorso ipotizzato attraverso la Libia si distinguerebbe per una distanza di circa 3.300 chilometri, più breve rispetto ai 4 mila stimati per l’opzione algerina e ai 5.560 previsti per quella marocchina.

    Il dibattito sul progetto non è nuovo. Per la prima volta se ne parlò nel giugno 2023, quando l’allora portavoce del Governo di unità nazionale, Mohamed Hammouda, annunciò che l’esecutivo aveva autorizzato il ministero del Petrolio a svolgere studi tecnici ed economici sulla fattibilità di un gasdotto dalla Nigeria all’Europa, passando attraverso Niger o Ciad per giungere in Libia. Successivamente, l’allora ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, dichiarò di aver presentato al governo uno studio preliminare, che favoriva il percorso via Niger rispetto a quello attraverso il Ciad. Le discussioni hanno anche ipotizzato un collegamento tra il gasdotto nigeriano “Ajaokuta-Kaduna-Kano”, in fase di realizzazione, e il Greenstream che parte dal giacimento di Wafa, vicino al confine libico-algerino, e già collega la Libia all’Italia.

    Intanto l’Egitto si prepara a costruire un nuovo gasdotto del valore stimato di 400 milioni di dollari per convogliare maggiori volumi di gas naturale provenienti da Israele. Lo riferisce il quotidiano “Asharq”, citando fonti governative egiziane, secondo cui la realizzazione dell’opera sarà interamente all’interno dei confini nazionali. A occuparsene dovrebbe essere la Egyptian Natural Gas Company (Gasco), una volta conclusi i dettagli ingegneristici. Il costo sarà sostenuto dal governo egiziano, mentre la compagnia israeliana NewMed Energy – partner del giacimento Leviathan – avrà il compito di estendere la rete fino al confine e collegarla al nuovo impianto.

    All’inizio di agosto, Il Cairo e NewMed Energy hanno sottoscritto un emendamento al precedente accordo di fornitura di gas, che prevede l’aggiunta di 130 miliardi di metri cubi complessivi, suddivisi in due fasi. Nella prima, l’Egitto riceverà circa 20 miliardi di metri cubi subito dopo l’entrata in vigore del nuovo patto. Nella seconda, le esportazioni potranno arrivare fino a 110 miliardi di metri cubi, subordinatamente agli investimenti e all’espansione delle infrastrutture di trasporto. L’intesa estende la durata delle forniture fino al 2040 o fino all’esaurimento dei volumi supplementari concordati, con l’obiettivo di rafforzare la posizione dell’Egitto come hub regionale per il gas naturale liquefatto destinato ai mercati europei e asiatici.

    Per parte sua la Turchia ha siglato una serie di accordi con compagnie energetiche internazionali per assicurarsi circa 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nei prossimi tre anni. Lo ha riferito il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali, Alparslan Bayraktar, citato dal quotidiano “Daily Sabah”, spiegando che gli accordi sono stati firmati dalla compagnia energetica statale Botas a Milano in occasione dell’evento Gastech. In particolare, rispetto a pregressi accordi con Eni, Bp e Shell che coprivano 8,7 miliardi di metri cubi, la compagnia ha siglato altri cinque accordi per ampliare il portafoglio e includere consegne da parte di aziende con sede in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Giappone e Norvegia.

    Lo scorso anno, la Turchia ha importato circa 50 miliardi di metri cubi di gas naturale, di cui 14,3 miliardi di metri cubi sotto forma di Gnl. Come riporta “Daily Sabah”, i nuovi contratti rappresentano una quota significativa del consumo interno e dovrebbero rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento in vista della stagione invernale. Bayraktar ha sottolineato che le intese raggiunte a Milano riflettono la strategia della Turchia di “costruire una struttura energetica flessibile, versatile e sicura” per migliorare il portafoglio di gas a medio termine del Paese. In occasione di Gastech 2025, Bayraktar ha incontrato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il presidente del settore gas integrato di Shell, Cederic Cremers.

    Oltre ai contratti per la fornitura di Gnl, Botas ha firmato un accordo con la società statale cinese PetroChina, con l’obiettivo di cooperare nel commercio del gas naturale liquefatto, nella gestione dei trasporti e nell’esplorazione di joint venture in nuovi mercati. La compagnia turca ha inoltre siglato un nuovo accordo con l’Oman, da cui Ankara importa già Gnl. L’accordo riguarda la cooperazione per l’espansione della capacità di produzione di gas naturale liquefatto dell’Oman, l’uso di unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione, la collaborazione tra vettori di Gnl e l’esplorazione di ulteriori opzioni di fornitura del gas, ha spiegato Bayraktar.

    La sussidiaria offshore Tp-Otc della compagnia energetica statale turca Turkish Petroleum Corporation (Tpao) ha invece firmato un accordo con Baker Hughes in merito ai lavori sulla terza fase del progetto di sviluppo del più grande giacimento di gas naturale della Turchia nel Mar Nero. L’intesa riguarda la fornitura di sistemi di produzione sottomarina e attrezzature per il completamento dei pozzi. Separatamente, Tp-Otc ha assegnato al gruppo ingegneristico italiano Saipem un contratto da 1,5 miliardi di dollari per continuare lo sviluppo del giacimento di gas di Sakarya, scoperto tra il 2020 e il 2022 e con stime di 710 miliardi di metri cubi di gas. L’accordo riguarda la costruzione di un gasdotto sottomarino principale lungo 183 chilometri per trasportare il gas di Sakarya verso un impianto sulla terraferma. Saipem era già stata coinvolta nella prima e nella seconda fase di sviluppo di Sakarya. Il nuovo contratto avrà una durata massima di tre anni, con i lavori offshore che avranno luogo nel 2027. La fase tre mira ad aumentare la produzione giornaliera da 20 a 40 milioni di metri cubi entro il 2028.

  • Oltre 100mila migranti libici sono rimpatriati volontariamente in 10 anni

    Oltre 100mila migranti sono tornati volontariamente nel loro Paese di origine dalla Libia da quando è stato lanciato nel 2015 il programma di rimpatrio volontario umanitario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). È quanto riporta un comunicato dell’Oim, che sottolinea come “questa cifra riflette un decennio di sforzi per offrire un’ancora di salvezza ai migranti bloccati in condizioni precarie in tutto il Paese nordafricano”. “Ad oggi, decine di migliaia di migranti sono tornati in sicurezza e volontariamente in 49 paesi di origine in Africa e Asia, tra cui Nigeria, Mali, Niger, Bangladesh e Gambia. Tra coloro che hanno ricevuto assistenza, quasi 73mila erano uomini, quasi 17mila donne e oltre 10mila bambini, alcuni dei quali non accompagnati, a dimostrazione della diversità e della vulnerabilità della popolazione migrante libica”, si legge nel comunicato. Secondo la capo missione dell’Oim in Libia, Nicoletta Giordano, “in un contesto in cui i rischi per la protezione rimangono elevati e i percorsi regolari sono limitati” il programma di Rimpatrio volontario umanitario “offre un’opzione cruciale e salvavita per coloro che desiderano tornare a casa”. “Mentre continuiamo a fornire aiuti umanitari alle popolazioni vulnerabili, stiamo anche lavorando per sostenere soluzioni più sostenibili e a lungo termine”, ha aggiunto.

    Come riporta il comunicato dell’Oim, il programma ha rappresentato “un’ancora di salvezza per i migranti che desideravano tornare a casa volontariamente”. “In un contesto in cui l’instabilità prolungata, la scarsità di percorsi regolari e i rischi per la protezione lasciano molti migranti bloccati in condizioni precarie, il programma offre un’alternativa sicura, dignitosa e basata sui diritti”, prosegue la nota. Il programma di Rimpatrio volontario umanitario comprende “un pacchetto completo di assistenza pre-partenza e post-ritorno, tra cui servizi di protezione, screening sanitari, supporto psicosociale e per la salute mentale, facilitazione dei documenti di viaggio e assistenza per la reintegrazione”. L’Oim garantisce che ogni rimpatrio sia volontario e basato sul consenso informato, anche quando i migranti si trovano di fronte a opzioni limitate, in linea con la politica di rimpatrio, riammissione e reintegrazione dell’Organizzazione e con il suo processo di “dovuta diligenza”. Il programma include inoltre “solidi” meccanismi di monitoraggio e valutazione, tra cui valutazioni di rimpatrio e reintegrazione, per rafforzare la responsabilità e migliorare l’erogazione dei servizi.

    L’Oim riferisce che “solo la scorsa settimana sono stati organizzati cinque voli di ritorno, due da Bengasi, due da Sebha e uno da Misurata, a dimostrazione dell’ampia portata operativa del programma”. Tra coloro che hanno ricevuto assistenza di recente, si legge nel comunicato, ci sono John e Temnaia, una coppia nigeriana sposata che si è conosciuta in Libia. “Mentre cercavano di costruire una vita insieme, le difficoltà sono aumentate, soprattutto dopo la nascita della figlia, che non aveva accesso all’istruzione”. La loro storia rispecchia quella di molti altri che si rivolgono al programma di Rimpatrio volontario umanitario come a un percorso verso la sicurezza e l’opportunità di ricominciare in condizioni più stabili, sottolinea l’Oim. Sebbene il programma fornisca un supporto fondamentale a molti, l’Organizzazione “rimane profondamente preoccupata” per i rischi che i migranti affrontano lungo la rotta del Mediterraneo centrale. “L’Oim rimane impegnata a facilitare soluzioni sicure, dignitose e basate sui diritti per i migranti che scelgono di tornare a casa, continuando al contempo a collaborare con i partner per garantire protezione e perseguire risultati duraturi per tutti”, conclude il comunicato.

  • La Ue constata che la Russia è sempre più presente in Libia

    L’Europa rischia di perdere definitivamente terreno in Libia. A Tripoli le istituzioni si sfaldano, Bengasi espone nuove armi avanzate in aperta violazione dell’embargo Onu, mentre Mosca consolida il proprio ruolo strategico sulla sponda sud della Nato. L’indiscrezione di “Agenzia Nova” secondo cui la Russia vorrebbe installare sistemi missilistici nella base aerea di Tamanhint, a nord-est di Sebha, capitale del Fezzan sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, non è passata inosservata nelle cancellerie occidentali, suscitando nuove preoccupazioni sulla crescente proiezione strategica russa nel Mediterraneo meridionale. “Seguiamo molto da vicino gli sviluppi in Libia – ha detto un portavoce dell’Ue ad ‘Agenzia Nova’ – La questione è stata discussa all’ultimo Consiglio Affari esteri e sarà ripresa anche nella prossima riunione di giugno”. Sebbene Bruxelles eviti di commentare notizie non confermate, la Commissione continua a interfacciarsi “con tutte le parti interessate, per tutelare gli interessi dell’Unione”.

    Secondo funzionari ed esperti intervenuti in un evento riservato organizzato da Ecfr, la crisi libica rappresenta oggi il sintomo avanzato di una fragilità multilivello – politica, energetica e di sicurezza – che l’Occidente non può più permettersi di ignorare. La caduta di Bashar al Assad a Damasco ha dimostrato quanto velocemente possa crollare un equilibrio solo apparente. In Libia, gli scontri armati esplosi di recente a Tripoli non sono che l’ennesima manifestazione di un sistema istituzionale in via di disgregazione e comunque figlio di un accordo politico vecchio di dieci anni. A confermarlo è anche il caso della compagnia petrolifera privata Akrenu, che ha rotto il monopolio della National Oil Corporation (Noc), vendendo greggio libico al di fuori dei circuiti ufficiali. “Cinque anni fa sarebbe stato inimmaginabile – ha spiegato un funzionario delle Nazioni Unite – oggi è la normalità”. Il potere delle istituzioni centrali, dalla Banca centrale alla Procura generale, è ridotto ai minimi storici, mentre attori non statali si rafforzano.

    Nel frattempo, la Russia consolida la propria presenza, parte di una strategia più ampia di penetrazione nel continente africano e di pressione sul fianco sud della Nato. Mosca è ormai un attore ineludibile per qualunque soluzione diplomatica, anche solo per via del diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, la posizione statunitense è difficilmente inquadrabile. Il pensionamento dell’inviato speciale Richard Norland, non ancora sostituito, conferma l’impressione di un disimpegno: Washington sembra oggi concentrata principalmente sulla sicurezza, lasciando scoperti gli ambiti politico ed economico.

    “La Russia ci dipinge come ex colonizzatori decadenti – ha affermato un diplomatico europeo – e questo messaggio attecchisce tra i giovani africani. Dobbiamo parlare la loro lingua, contrastare la disinformazione e formarli ai valori della verità, della trasparenza e della governance”. Ma il tempo stringe. La proposta di creare in Libia un nuovo governo di transizione con mandato limitato a 120 giorni per portare il Paese al voto appare rischiosa e paradossale: si rischierebbe di aggiungere un terzo esecutivo all’attuale frammentazione. Altrettanto ambiziosa, ma ancora priva di consenso, è l’idea di un’Assemblea costituente dotata di poteri sovrani, da cui far derivare ogni legittimità.

    Senza un’iniziativa europea coesa e credibile – avvertono gli analisti – la Libia rischia di trasformarsi definitivamente, se non lo è già, in un laboratorio geopolitico dove si confrontano potenze rivali: dalla Russia alla Cina, fino agli attori del Golfo. Se Mosca avanza militarmente e strategicamente, Pechino si muove con una logica più economica e infrastrutturale. Dopo anni di investimenti “a debito” nelle grandi opere, la Cina sta ora orientando il suo approccio verso il controllo delle filiere dei minerali critici, l’accesso ai porti e la partecipazione a progetti energetici con ricadute anche per i mercati locali. “La Cina – ha osservato un dirigente occidentale del comparto energetico – sta trasformando alcune operazioni in opportunità economiche non solo per sé, ma anche per i Paesi africani, costruendo una rete d’influenza più silenziosa ma altrettanto efficace per posizionarsi in prima fila nel mercato africano del futuro”.

    Questa penetrazione economica si salda con una narrativa anti-occidentale che, al pari di quella russa, presenta Pechino come partner “non giudicante” e rispettoso della sovranità, in contrapposizione a un’Europa spesso vista come paternalista. Anche per questo, secondo diversi interlocutori, l’Ue dovrebbe costruire una presenza più pragmatica e strutturata, capace di offrire soluzioni win-win credibili, non solo nel breve termine ma anche sul piano dello sviluppo sostenibile e dell’integrazione regionale. Il Piano Mattei promosso dall’Italia rappresenta un primo passo utile, ma non sufficiente. “Serve un blocco europeo – ha ammonito un accademico africano – o le criticità della Libia (e dell’Africa, ndr) diventeranno un problema irrisolvibile per l’Europa stessa”.

  • Faida africana a Tripoli: sterminati gli animali dello zoo

    Leoni, antilopi e specie protette sono stati uccisi a sangue freddo o trafugati nello zoo di Abu Salim, nel caos seguito ai recenti scontri armati nella capitale libica Tripoli. È quanto denunciato dal giornalista libico Amr Fathalla in una serie di post pubblicati sul social X, accompagnati da immagini che mostrano i resti di diversi animali uccisi nello zoo situato nel sobborgo meridionale di Tripoli, roccaforte dell’ex comandante dell’Autorità per il sostegno alla stabilizzazione (Ssa), Abdulghani al Kikli, noto come “Ghaniwa”, ucciso in un agguato nei giorni scorsi.

    Secondo Fathalla, “anche gli animali non sono stati risparmiati dalla violenza” scoppiata nella zona dopo la morte del leader miliziano. In un altro messaggio, il giornalista ha rivelato che esemplari di Ammotragus lervia – la pecora berbera o “oudad”, specie protetta e a rischio di estinzione – sarebbero stati rubati dallo zoo, macellati e venduti nel vicino mercato della carne del quartiere islamico. “Una barbarie inaccettabile”, scrive Fathalla, aggiungendo che si tratta di un crimine che va perseguito.

    L’ambasciata d’Austria in Libia ha rilanciato il contenuto della denuncia, accompagnandolo con la frase: “Ogni atto di crudeltà verso gli animali riduce la nostra umanità collettiva”. Al momento non è chiaro se le autorità locali abbiano avviato un’inchiesta sull’accaduto. Lo zoo di Abu Salim si trova in un’area che nei giorni scorsi è stata teatro di pesanti combattimenti tra milizie rivali e forze legate al Governo di unità nazionale (Gun) di Abdulhamid Dabaiba, contro il quale l’Est della Libia sta tentando la spallata finale. Qualche giorno dopo gli scontri nella capitale che hanno colpito anche gli animali dello zoo, il presidente della Camera dei rappresentanti di Bengasi, Aguila Saleh, vecchia volpe dell’agone politico libico e figura di spicco vicina a Khalifa Haftar, il generale che nel 2019 tentò di conquistare la capitale “manu militari”, ha dichiarato che è arrivato il momento per Dabaiba di lasciare il potere “volontariamente o con la forza”. Saleh ha definito il governo di Tripoli come “isolato e illegittimo”, già sfiduciato formalmente dal Parlamento nel 2021. La stampa della Libia orientale ha ventilato già qualche indiscrezione sui nomi per sostituire Dabaiba alla guida di un possibile nuovo governo. Emergono personalità come Salama Ibrahim al Ghweil, ex ministro degli Affari economici, Abdelbaset Mohamed, figura indipendente di Misurata, Abdelhakim Ali Ayu, già candidato alle presidenziali con posizioni vicine ad Haftar, Othman Adam al Basir, tecnocrate con esperienza internazionale in Canada, Ali Mohamed Sassi, politico emergente dalla Cirenaica, e Othman Abdeljalil, già ministro dell’Istruzione e ora della Sanità nel governo dell’est. Completano la lista Fadhel al Amin, esperto di sviluppo e già attivo nella diaspora, Mohamed al Mazoughi, figura di compromesso apprezzata trasversalmente, Mohamed Abdelatif al Muntasir, ex membro del Consiglio nazionale di transizione e imprenditore, Nasser Mohamed Weiss, tecnico poco noto ma apprezzato, e infine Issam Mohamed Bouzreiba, generale e ministro dell’Interno del governo orientale, vicino ad Haftar. Non tutti, però, sono d’accordo con la linea dura di Saleh. Un gruppo di 26 deputati della Cirenaica ha infatti espresso il proprio netto rifiuto alla formazione di un nuovo governo senza un accordo politico nazionale condiviso. In una dichiarazione congiunta, i parlamentari hanno ammonito sui rischi derivanti da “decisioni unilaterali” per la riuscita di progetti infrastrutturali e di sviluppo e per la tenuta della stabilità politica. Secondo questi deputati, ogni cambiamento governativo dovrebbe avvenire attraverso un “processo politico inclusivo e basato sul consenso nazionale”.

    La Brigata 444, vicina a Dabaiba, ha perlaltro rinvenuto una fossa comune non distante dallo zoo dve si è consumato l’eccidio di animali: ad Abu Salim, sobborgo meridionale di Tripoli sono stati trovati dieci corpi carbonizzati, tra cui quello di una giovane donna precedentemente rapita.

  • La Ue terrà fino al 2027 la sua flotta di difesa davanti alla Libia

    Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di estendere fino al 31 marzo 2027 il mandato della missione militare EuNavFor Med-Irini, attiva nel Mediterraneo nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc). La decisione è stata presa a seguito della revisione strategica condotta dal Comitato politico e di sicurezza dell’Ue. Oltre alla proroga, il Consiglio ha anche deciso di ampliare il mandato dell’operazione, aggiungendo nuovi compiti alle sue attività. Oltre a contrastare il traffico di armi e le esportazioni illecite di petrolio dalla Libia, Irini sarà ora incaricata di sorvegliare e raccogliere informazioni su altre attività illecite nella regione, nonché di monitorare le infrastrutture marittime critiche e supportare la pianificazione di eventuali interventi di emergenza. Questa nuova competenza “rafforzerà la capacità dell’Ue di avere una maggiore consapevolezza situazionale marittima nel Mediterraneo”, riferisce il Consiglio in una nota. Per sostenere le operazioni della missione, l’Ue ha stanziato 16,35 milioni di euro per il periodo dal primo aprile 2025 al 31 marzo 2027.

    L’operazione Irini (che in greco significa “pace”) è stata lanciata il 31 marzo 2020 con l’obiettivo di sostenere il processo di pace in Libia, attuando le restrizioni imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (risoluzione 1970 del 2011). Dopo la prima Conferenza di Berlino, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di lanciare, il 31 marzo 2020, l’operazione militare denominata EuNavFor Med–Irini, principalmente marittima e incentrata sull’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia. Irini fa parte dell’approccio integrato europeo alla Libia che prevede sforzi politici, militari, economici e umanitari per portare stabilità e sicurezza nel Paese. I compiti dell’operazione sono: contrastare il traffico illegale di armi, sostenendo l’attuazione dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (compito principale); raccogliere informazioni sul contrabbando di petrolio, in particolare per le sue conseguenze sull’economia libica e il suo possibile utilizzo per finanziare il mercato delle armi; contribuire all’interruzione del modello commerciale del traffico di migranti raccogliendo informazioni con mezzi aerei e condividendole con Frontex e le autorità nazionali competenti; sostenere lo sviluppo della capacità di ricerca e soccorso delle pertinenti istituzioni libiche attraverso la formazione. In particolare, quest’ultima attività non è stata ancora attuata.

    Nel mese di gennaio 2025, la missione aeronavale dell’Unione europea incaricata di applicare l’embargo Onu sulle armi in Libia ha svolto dieci ispezioni a bordo con il consenso dei comandanti (contro le quattro di dicembre per un totale di 702 cosiddetti “approcci amichevoli” da inizio mandato) e indagato 381 navi mercantili tramite chiamate radio (a ottobre erano 501, per un totale di 17.142). L’operazione ha inoltre monitorato 52 voli sospetti (a dicembre erano 44, 1.750 in totale) e ha continuato a vigilare su 25 aeroporti e 16 porti e terminali petroliferi. In base all’ultimo rapporto disponibile, dal lancio della missione il 31 marzo 2020, EuNavFor Med–Irini ha sequestrato carichi violatori dell’embargo in tre occasioni, dirottando le navi verso porti dell’Unione europea. Irini ha prodotto 68 rapporti per il Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, la maggior parte dei quali riguarda violazioni dell’embargo sulle armi e attività di contrabbando di petrolio. Attraverso la Cellula di informazione sulla criminalità, integrata nella missione, sono state emesse 92 raccomandazioni per ispezioni in porti europei (di cui una emessa a dicembre 2024), con 73 ispezioni effettivamente condotte dalle autorità competenti.

    Lo scorso mese di gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza Onu ha aggiornato il regime di sanzioni sulla Libia, esentando alcune attività dall’embargo sulle armi. In particolare, il Consiglio ha deciso che il suddetto embargo sulle armi non si applicherà a nessuna assistenza tecnica o formazione fornita dagli Stati membri alle forze di sicurezza libiche, intesa esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche. Inoltre, il Palazzo di vetro ha affermato che tale embargo sulle armi non deve essere applicato ad aeromobili militari o navi militari temporaneamente introdotti nel territorio libico esclusivamente per consegnare articoli o facilitare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo.

  • La Cirenaica ormai è un presidio russo in Libia

    Lunedì 17 febbraio il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico (Enl), si è recato in visita a Minsk, dove ha concordato con le autorità bielorusse un rafforzamento della cooperazione, in particolare nel settore militare. L’uomo forte della Cirenaica, infatti, s’è impegnato a concedere una “cittadella militare” nella città di Tobruk, a un contingente misto russo e bielorusso. Mosca può già contare da tempo sulla base navale di Al Jufra, dove tra l’altro sono transitate una parte delle forze ritirate dalla Siria dopo la caduta del regime di Bashar al Assad. La Cirenaica si appresta così a diventare il punto di forza attraverso cui la Russia potrà gestire la propria presenza nel Sahel, dove conta già significativi contingenti di mercenari inquadrati nei cosiddetti “Africa Corps”. Si tratta di uno sviluppo preoccupante per il nostro Paese, che minaccia di complicare ulteriormente la stabilizzazione di una ormai ipotetica Libia unificata.

    Il primo incontro negoziale tra la delegazione statunitense e quella russa, tenuto in Arabia Saudita martedì 18 febbraio, e ancor più le posizioni assunte da Donald Trump nei giorni successivi, hanno dimostrato come il presidente degli Stati Uniti sia interessato soprattutto a stabilire un rapporto di collaborazione con Mosca: un obiettivo di fronte al quale tutti gli altri appaiano decisamente secondari. Da decenni, ormai, Washington non dedica particolare attenzione al continente africano e Trump sembra disinteressarsene quasi del tutto, pensando evidentemente di affidare all’Europa questo quadrante. Ma mentre la Francia è stata espulsa quasi completamente dal Sahel – l’ultimo passaggio avviene giovedì 20 febbraio, con la riconsegna della base militare di Port-Bouet alle autorità della Costa d’Avorio – l’Italia non sembra in grado di assumere alcuna iniziativa politica, né tanto meno militare, che possa favorire la stabilizzazione della Libia, un Paese che per noi riveste ancora un’importanza strategica.

    La base aerea di Tobruk, snodo strategico della Libia orientale, è al centro del rafforzamento della cooperazione militare tra Khalifa Haftar e i suoi alleati, con Russia e Bielorussia in prima linea nel suo sviluppo. Il complesso militare, noto anche come base di Gamal Abdel Nasser, si estende su un’area di circa 40 chilometri quadrati e si trova a 32 chilometri a sud della città portuale di Tobruk, affacciata sul Mediterraneo, nel fianco sud della Nato. Utilizzata fin dagli anni ’80 dall’aeronautica libica per affrontare le tensioni con gli Stati Uniti sotto il regime di Muammar Gheddafi, la base è sotto il controllo dell’Esercito nazionale libico (Enl) di Haftar dal 2014. Negli ultimi anni ha assunto una crescente rilevanza strategica, con l’intensificarsi delle visite di navi militari russe e l’arrivo di carichi di armi ed equipaggiamenti.

    A giugno dello scorso anno, la fregata Marshal Shaposhnikov (classe Udaloy) e l’incrociatore missilistico Varyag (classe Slava), scortate da due sottomarini, hanno svolto una visita ufficiale al porto di Tobruk, un evento che ha confermato pubblicamente l’intensificarsi dei rapporti tra Mosca e Bengasi sul piano militare. Secondo l’ultimo rapporto del Panel di esperti dell’Onu, il porto di Tobruk aveva già ricevuto altre navi da sbarco delle classi Gren e Ropucha, che avevano scaricato veicoli militari e mezzi pesanti. In particolare, il 14 aprile 2024, erano stati osservati camion militari con rimorchi di piccole dimensioni in fase di sbarco, un chiaro indicatore di un’attività logistica ampia e strutturata tra Mosca e la Cirenaica.

    Il dossier libico è probabilmente il più importante e il più difficile da affrontare per Giorgia Meloni, il cui Piano Mattei difficilmente potrà avere uno sviluppo significativo se il Paese del Maghreb resterà diviso in due entità, una delle quali – la Tripolitania – continua ad essere attraversata da fortissime tensioni interne, mentre la più stabile Cirenaica appare ormai strettamente legata alla Russia, e quindi soggetta alle possibili azioni d’influenza da parte di Mosca, come ad esempio l’utilizzo a fini geopolitici dei flussi migratori. Se la capacità di controllo del nostro Paese sulla Cirenaica è praticamente nulla, quella sulla Tripolitania è così scarsa che, mercoledì 12 febbraio, il ministro per gli Affari di gabinetto della Libia, Adel Jumaa, un moderato molto vicino all’Italia, viene ferito in un attentato che – secondo nostre fonti riservate – matura all’interno della lotta tra fazioni per conquistare gli appalti relativi alla ricostruzione dell’aeroporto internazionale di Tripoli, che pure sarebbe stato affidato già dal 2017 al consorzio italiano Aeneas.

  • Dieci ispezioni della Ue su navi a gennaio per contrastare il traffico d’armi verso la Libia

    Nel mese di gennaio 2025, l’operazione EuNavFor Med – “Irini”, la missione aeronavale dell’Unione europea incaricata di applicare l’embargo Onu sulle armi in Libia, ha svolto dieci ispezioni a bordo con il consenso dei comandanti (contro le quattro di dicembre per un totale di 702 cosiddetti “approcci amichevoli” da inizio mandato) e indagate 381 navi mercantili tramite chiamate radio (a ottobre erano 501, per un totale di 17.142). L’operazione ha inoltre monitorato 52 voli sospetti (a dicembre erano 44, 1.750 in totale) e ha continuato a vigilare su 25 aeroporti e 16 porti e terminali petroliferi. Dal lancio della missione il 31 marzo 2020, EuNavFor Med–Irini, attualmente comandata dal contrammiraglio Valentino Rinaldi, ha sequestrato carichi violatori dell’embargo in tre occasioni, dirottando le navi verso porti dell’Unione europea. Irini ha prodotto 68 rapporti per il Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, la maggior parte dei quali riguarda violazioni dell’embargo sulle armi e attività di contrabbando di petrolio. Attraverso la Cellula di informazione sulla criminalità, integrata nella missione, sono state emesse 92 raccomandazioni per ispezioni in porti europei (di cui una emessa a dicembre 2024), con 73 ispezioni effettivamente condotte dalle autorità competenti.

    Il Consiglio Ue dovrebbe disporre nelle prossime settimane il rinnovo della missione, in scadenza il 31 marzo 2025. Dopo la prima Conferenza di Berlino, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di lanciare, il 31 marzo 2020, l’operazione militare denominata EuNavFor Med–Irini, principalmente marittima e incentrata sull’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia. Irini fa parte dell’approccio integrato europeo alla Libia che prevede sforzi politici, militari, economici e umanitari per portare stabilità e sicurezza nel Paese. I compiti dell’operazione sono: contrastare il traffico illegale di armi, sostenendo l’attuazione dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (compito principale); raccogliere informazioni sul contrabbando di petrolio, in particolare per le sue conseguenze sull’economia libica e il suo possibile utilizzo per finanziare il mercato delle armi; contribuire all’interruzione del modello commerciale del traffico di migranti raccogliendo informazioni con mezzi aerei e condividendole con Frontex e le autorità nazionali competenti; sostenere lo sviluppo della capacità di ricerca e soccorso delle pertinenti istituzioni libiche attraverso la formazione. In particolare, quest’ultima attività non è stata ancora attuata.

    Lo scorso mese di gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza ha aggiornato il regime di sanzioni sulla Libia, esentando alcune attività dall’embargo sulle armi. In particolare, il Consiglio ha deciso che il suddetto embargo sulle armi non si applicherà a nessuna assistenza tecnica o formazione fornita dagli Stati membri alle forze di sicurezza libiche, intesa esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche. Inoltre, il Palazzo di vetro ha affermato che tale embargo sulle armi non deve essere applicato ad aeromobili militari o navi militari temporaneamente introdotti nel territorio libico esclusivamente per consegnare articoli o facilitare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo.

  • I due governi della Libia guardano ad un’adesione ai Brics

    La Libia ha espresso il proprio interesse ad aderire ai Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), il gruppo di Paesi emergenti che si pone come alternativa economica e politica alle alleanze occidentali. Secondo quanto riportato dal sito web d’informazione “Al Wasat”, Taher Baour, responsabile del ministero degli Esteri del Governo di unità nazionale libico di Tripoli, ha confermato l’interesse libico per l’adesione durante il Forum di partenariato Russia-Africa, tenuto a Sochi nel fine settimana. Al Baour ha dichiarato che l’esecutivo libico riconosciuto dall’Onu, guidato dal premier Abdulhamid Dabaiba, sta attualmente valutando l’opzione, esaminando in dettaglio i possibili benefici economici e strategici che deriverebbero dall’adesione al gruppo dei Brics. Tuttavia, il diplomatico ha precisato che, al momento, la Libia non ha ricevuto un invito ufficiale per partecipare ai vertici della coalizione.

    Lo scorso ottobre, la Russia ha ospitato il sedicesimo vertice Brics che ha ufficializzato l’ingresso dei quattro nuovi membri: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. Durante il vertice, a cui hanno preso parte i rappresentanti e leader di 36 Paesi e sei organizzazioni internazionali, altre 13 nazioni sono diventate Paesi partner, il primo passo necessario all’adesione piena: Algeria, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Nigeria, Turchia, Uganda e Uzbekistan. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha sottolineato nella conferenza stampa alla fine del summit che il gruppo Brics non opera in un formato chiuso e rimane aperto a tutte le nazioni che condividono i suoi valori. Secondo gli organizzatori del vertice di Kazan, i Paesi parte dei Brics occupano oltre il 30% del territorio mondiale e rappresentano il 45% della popolazione del Pianeta, forniscono oltre il 40% del petrolio prodotto e a loro si deve circa un quarto delle esportazioni mondiali di merci.

    Al Baour ha evidenziato che, per la Libia, l’adesione ai Brics rappresenterebbe una significativa opportunità, sia per rafforzare le proprie relazioni economiche e commerciali con altri membri sia per garantirsi maggiore stabilità economica nel contesto attuale. “Siamo interessati a esplorare le opportunità di valore e beneficio che un’adesione ai Brics potrebbe offrire alla Libia”, ha affermato il diplomatico, aggiungendo che l’adesione potrebbe avvenire in un primo momento anche solo come osservatore, per meglio comprendere il funzionamento interno del gruppo. Parallelamente, secondo quanto riferito da “Al Wasat”, anche il ministro degli Esteri del governo libico parallelo con sede a Bengasi, Abdulhadi al Hawaij, starebbe conducendo una serie di studi sulla possibilità di aderire al gruppo, considerando diversi aspetti economici e politici legati all’eventuale integrazione.

    Dal febbraio del 2022 la Libia è divisa in due amministrazioni politico-militari: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il cosiddetto Governo di stabilità nazionale guidato da Osama Hammad, primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti, di fatto un esecutivo parallelo con sede a Bengasi manovrato dal generale Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito nazionale libico (Enl) acquartierato a Bengasi. Per uscire dallo stallo politico, l’Onu sta portando avanti difficili consultazioni politiche per insediare un nuovo governo tecnico unitario e organizzare le elezioni in una data ancora da definire.

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