Libia

  • L’Italia acquista quasi 500mila barili di petrolio al giorno dalla Libia

    Quattro barili di petrolio libico su dieci prendono la strada dell’Italia. Nei primi nove mesi del 2026, il nostro Paese ha acquistato in media 494mila barili di greggio al giorno dalla Libia, pari al 41 per cento delle esportazioni petrolifere marittime del Paese nordafricano. È quanto emerge da un rapporto dell’Unità di ricerca sull’energia del portale specializzato “Attaqa”, secondo cui Roma si conferma nettamente il principale acquirente del petrolio libico, davanti a Spagna, Grecia e Francia. Il dato conferma la centralità della Libia per la sicurezza energetica italiana, in una fase in cui la guerra in Medio Oriente e le difficoltà di transito attraverso lo stretto di Hormuz stanno modificando le rotte internazionali del greggio. Il rapporto è tuttavia reciproco: secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), nel 2025 la Libia è stata il primo fornitore di petrolio dell’Italia, rappresentando circa il 24 per cento delle importazioni nazionali, davanti ad Azerbaigian e Kazakistan.

    A rendere particolarmente appetibile il petrolio libico non è soltanto la vicinanza geografica, che consente tempi di trasporto relativamente brevi verso le raffinerie italiane, ma anche la qualità del greggio. Gran parte della produzione libica è costituita infatti da petrolio leggero e cosiddetto “dolce”, cioè a un basso contenuto di zolfo. A differenza dei greggi pesanti e più ricchi di impurità, il petrolio “sweet” richiede generalmente trattamenti meno complessi e costosi per essere trasformato in carburanti, permettendo di ottenere elevate quantità di prodotti pregiati come benzina, gasolio e carburante per aerei. Le qualità libiche più apprezzate, come quelle provenienti dai giacimenti di Sharara ed Es Sider, presentano contenuti di zolfo particolarmente bassi, rispettivamente intorno allo 0,07 e allo 0,44 per cento. La combinazione tra qualità del prodotto e prossimità geografica ha favorito negli anni una forte integrazione tra l’industria petrolifera libica e il sistema italiano della raffinazione. Senza contare che acquistare greggio dalla sponda meridionale del Mediterraneo significa poter contare su rotte marittime più brevi rispetto a quelle che collegano l’Italia ai produttori del Golfo Persico o di altre regioni lontane, riducendo i costi di trasporto e l’esposizione ai rischi che interessano alcuni passaggi strategici del commercio mondiale. La Libia rappresenta dunque non soltanto un importante fornitore in termini quantitativi, ma anche una fonte di greggio particolarmente adatta alla produzione di carburanti-

    Secondo il rapporto di “Attaqa”, nei primi nove mesi del 2026 le esportazioni libiche di petrolio via mare hanno raggiunto una media di 1,19 milioni di barili al giorno, sostanzialmente stabile rispetto agli 1,20 milioni registrati nello stesso periodo del 2025. L’Italia ha assorbito da sola una quota nettamente superiore a quella degli altri principali acquirenti: la Spagna ha importato mediamente 130 mila barili al giorno, la Grecia 90 mila e la Francia 57 mila. Complessivamente, i quattro Paesi europei hanno acquistato 771 mila barili quotidiani, equivalenti a circa il 65 per cento delle esportazioni libiche. La concentrazione delle vendite verso l’Europa conferma quanto il mercato mediterraneo continui a essere determinante per le entrate petrolifere di Tripoli, nonostante la recente apertura verso altri mercati africani, tra cui Nigeria, Egitto e soprattutto Sudafrica. Quest’ultimo ha importato quasi un milione di barili di greggio libico nel solo mese di settembre, un’operazione particolarmente insolita: secondo “Attaqa”, si tratta infatti appena della seconda fornitura registrata dal 2013. Un segnale di come le tensioni in Medio Oriente e le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo Persico stiano aprendo nuove opportunità commerciali per il petrolio libico.

    Il forte legame energetico tra Italia e Libia resta tuttavia esposto all’instabilità politica e alle frequenti interruzioni delle attività petrolifere nell’ex Jamahiriya di Gheddafi. Un esempio è quanto accaduto a settembre, quando la chiusura forzata della valvola numero 7 dell’oleodotto Sharara-Zawiya, che collega uno dei principali giacimenti del Paese alla costa mediterranea, ha provocato gravi perdite produttive. Secondo la National Oil Corporation (Noc), nei soli quattro giorni successivi al blocco del 21 settembre sono andati perduti oltre 720 mila barili, per un danno economico superiore a 75 milioni di dollari. La valvola è stata riaperta il 26 settembre, consentendo il progressivo ripristino dei flussi. Nel complesso, la produzione libica si è attestata a settembre su una media di 1,341 milioni di barili al giorno, in calo del 4 per cento rispetto ad agosto. Nonostante la flessione, le entrate petrolifere trasferite sul conto sovrano presso la Libyan Foreign Bank sono aumentate del 12,1 per cento, raggiungendo 2,863 miliardi di dollari, contro i 2,555 miliardi del mese precedente. Dati che confermano la rilevanza economica del settore, ma anche la sua vulnerabilità alle tensioni interne. Per l’Italia, primo acquirente del greggio libico e Paese di riferimento per gli investimenti di Eni, la stabilità dell’industria petrolifera della Libia rappresenta dunque un interesse strategico diretto, tanto più in una fase di crescente incertezza sui mercati energetici internazionali.

  • Convoglio militare russo raggiunge Tobruk in Libia

    Il secondo dei due convogli russi entrati nel Mediterraneo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre ha raggiunto Tobruk, nella Libia orientale, trasportando con ogni probabilità veicoli corazzati e mezzi logistici. Un’immagine satellitare Sentinel-2 acquisita il 13 settembre alle 10:55 ora italiana (8:55 UTC) e analizzata dai gruppi di intelligence da fonti aperte (Osint) “Sonarrow” e “GeoInsider” mostra il cargo “Anastasiia” all’interno dello specchio portuale, il “Yuriy Arshenevskiy” poco fuori dall’imboccatura e la nave da sbarco “Aleksandr Shabalin”, classe Ropucha, più al largo. L’immagine chiarisce così la destinazione del gruppo, rimasta incerta durante la traversata del Mediterraneo centrale. La natura del carico emerge da precedenti immagini ad alta risoluzione della costellazione di satelliti Pleiades Neo, acquisite il 13 agosto nella base navale russa di Baltiysk, nell’exclave di Kaliningrad. Le fotografie mostrano gruppi di camion logistici Ural sul ponte della “Anastasiia” e diversi mezzi corazzati sul molo accanto al “Yuriy Arshenevskiy”. Gli analisti li hanno identificati come Apc, acronimo inglese di “Armoured Personnel Carrier”, veicoli corazzati per il trasporto delle truppe, e Mrap, “Mine-Resistant Ambush Protected”, mezzi progettati per resistere alle mine e proteggere gli occupanti dalle imboscate. Non sono emerse comunicazioni ufficiali russe o libiche sul contenuto delle navi e sul destinatario finale degli equipaggiamenti.

    Il convoglio navale era stato monitorato il 10 settembre nel Mediterraneo centrale da un velivolo da pattugliamento marittimo P-72A dell’Aeronautica militare italiana, secondo la ricostruzione del sito specializzato “Itamilradar”. In quella fase tutte e tre le unità avevano cessato di trasmettere dati pubblicamente visibili attraverso il sistema di identificazione automatica Ais, dall’inglese “Automatic Identification System”. Si tratta del sistema con cui le navi comunicano identità, posizione, velocità e direzione di navigazione alle altre unità e alle stazioni costiere. La rotta verso la Cirenaica ha trovato conferma tre giorni più tardi nelle immagini satellitari di Tobruk. Il porto si trova nell’area controllata dall’Esercito nazionale libico (Enl) del feldmaresciallo Khalifa Haftar. L’arrivo è stato seguito da un altro movimento significativo nei cieli della regione. Il 14 settembre un aereo statunitense da intelligence, sorveglianza e ricognizione, un Bombardier Challenger 650 Artemis II, ha effettuato una serie prolungata di circuiti al largo di Tobruk. Il velivolo, identificato dal nominativo radio “BRIO66” e dalla registrazione N159L, era decollato dalla Romania ed è successivamente rientrato verso Costanza. Si tratta di un jet d’affari modificato, sviluppato e gestito dalla società statunitense Leidos per sostenere le attività dell’esercito degli Stati Uniti e dotato di apparati per la raccolta di informazioni elettroniche a grande distanza. La traccia di volo pubblicamente visibile documenta una missione di sorveglianza nel settore marittimo davanti alla Cirenaica.

    L’arrivo a Tobruk riguarda per ora esclusivamente il secondo dei due gruppi navali seguiti nelle ultime settimane. Il primo, composto dal cargo Ro-Ro “Sparta”, dalla nave antisommergibile “Admiral Levchenko”, dalla petroliera “General Skobelev” e dalla rifornitrice “Akademik Pashin”, aveva raggiunto Tartus, in Siria. Un’immagine dei satelliti Pleiades acquisita l’8 settembre aveva mostrato “Sparta” e “Akademik Pashin” ormeggiate nello scalo siriano, con il cargo apparentemente già scarico. Non è tuttavia escluso che il primo gruppo possa successivamente proseguire verso la Libia dopo avere imbarcato a Tartus mezzi o altri assetti russi provenienti dalle installazioni siriane. La “Sparta” è infatti una nave Ro-Ro progettata per caricare e scaricare veicoli attraverso rampe e il completamento di una prima operazione di scarico non permette di ricostruire le fasi successive della missione. Dopo la caduta del regime di Bashar al Assad, unità appartenenti alla stessa rete logistica sono state indicate come coinvolte nel trasferimento di equipaggiamenti russi dalla Siria alla Libia orientale. L’indicazione circolata sui social secondo cui anche questo convoglio sarebbe atteso a Tobruk appare quindi operativamente plausibile, ma non è ancora sostenuta da nuove immagini satellitari o da dati di tracciamento indipendenti.

    Tobruk non costituisce un approdo nuovo per la logistica militare di Mosca. Nell’aprile del 2024 navi russe avevano già scaricato nel porto artiglieria trainata, veicoli corazzati, camion e sistemi lanciarazzi, per un carico stimato dalla stampa internazionale fino a 6 mila tonnellate. Nel gennaio scorso immagini satellitari avevano inoltre documentato la presenza nello scalo del cargo russo sanzionato “Mys Zhelaniya”, ritenuto impegnato in una nuova consegna di materiale militare. Secondo uno studio pubblicato a giugno da “Tearline”, iniziativa di analisi da fonti aperte promossa dalla National Geospatial-Intelligence Agency statunitense, nel febbraio del 2025 Haftar avrebbe raggiunto con Russia e Bielorussia un’intesa per l’utilizzo congiunto delle infrastrutture logistiche di Tobruk. L’accordo concederebbe a Mosca e Minsk l’accesso a circa 11,7 chilometri quadrati di acque portuali e alle strutture adiacenti, oltre che alla base aerea Gamal Abdel Nasser, situata circa 32 chilometri a sud della città. Gli autori dello studio non avevano tuttavia rilevato, nelle immagini disponibili fino all’aprile del 2026, lavori infrastrutturali direttamente riconducibili alla Russia nella base aerea o nel porto.

    La presenza militare russa in Libia è più ampia e si concentra in almeno sei basi aeree già esistenti. Non si tratta di installazioni formalmente russe, ma di strutture libiche situate prevalentemente nei territori controllati dall’Enl, nelle quali l’Africa Corps – struttura sottoposta a un controllo diretto del ministero della Difesa e dell’intelligence militare russi – dispone di personale, mezzi e accesso operativo. La rete comprende al-Khadim, nei pressi di Marj e Bengasi; al-Jufra, nel centro del Paese; al-Qardabiya, nei pressi di Sirte; Tamanhint, vicino a Sabha; Brak al-Shati, nel Fezzan; e Maaten al-Sarra, nell’estremo sud-est, vicino alle frontiere con Ciad e Sudan. Tobruk rappresenterebbe un ulteriore progetto di espansione e non era compresa tra le sei basi nelle quali lo studio di “Tearline” aveva già associato i lavori osservati alla presenza dell’Africa Corps. Le immagini satellitari analizzate mostrano dal 2024 la costruzione o il ripristino di hangar, alloggiamenti, piazzali, collegamenti stradali e tratti delle piste. A Maaten al-Sarra sono comparsi cinque nuovi hangar, decine di strutture utilizzabili per il personale e una pista nuovamente asfaltata. A Tamanhint sono stati rilevati lavori sulle vie di rullaggio e sulle aree destinate agli aeromobili, mentre ad al Khadim, al Jufra, al Qardabiya e Brak al Shati sono stati ricostruiti hangar e realizzate nuove strutture di supporto. Nel maggio scorso, secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, le attività russe nelle basi dell’est, del centro e del sud della Libia figuravano anche tra i dossier discussi durante la visita a Mosca di Saddam Haftar, vice comandante dell’Enl.

    La trasformazione della rete dei mercenari Wagner nell’Africa Corps ha rafforzato il ruolo della Libia come retrovia della proiezione di Mosca nel continente. Un rapporto aggiornato ad aprile dal Congressional Research Service statunitense indica Repubblica Centrafricana, Libia e Mali come i Paesi che ospitano i maggiori contingenti russi in Africa, per un totale di diverse migliaia di uomini. Presenze più contenute sono state dispiegate anche in Burkina Faso, Niger ed Equatorial Guinea. In Mali l’Africa Corps ha assunto il controllo delle attività precedentemente affidate al gruppo Wagner, mentre in Niger personale e sistemi militari russi sono arrivati dopo il ritiro delle forze statunitensi. La rete libica consente di collegare il Mediterraneo ai Paesi del Sahel attraverso una combinazione di rotte navali, ponti aerei e collegamenti terrestri. Al Jufra funziona da snodo centrale, Tamanhint e Brak al Shati permettono di raggiungere il Fezzan e le frontiere occidentali, mentre Maaten al Sarra si trova in posizione utile per sostenere movimenti verso Ciad, Sudan e, più a ovest, Niger, Mali e Burkina Faso. Nel gennaio del 2025 “Agenzia Nova” aveva riferito del trasferimento di uomini ed equipaggiamenti russi a Maaten al Sarra, riattivata con l’impiego anche di militari siriani fedeli al precedente regime di Damasco e destinata a sostenere le attività di Mosca nel Sahel.

    Il collegamento con il Sudan è il più delicato. Le aree di Kufra e Maaten al Sarra e il triangolo di frontiera tra Libia, Egitto e Sudan costituiscono uno dei principali corridoi per il passaggio di uomini, carburante e armamenti verso il Darfur. Nell’ottobre del 2025 “Agenzia Nova” aveva ricostruito una rete di almeno 56 voli cargo provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e da Bosaso, in Somalia, diretti verso al Khadim, Kufra e Maaten al Sarra, con carichi successivamente inoltrati alle Forze di supporto rapido (Rsf) sudanesi. Nel marzo scorso “Le Monde”, citando dati raccolti da “Radio France Internationale”, ha riferito che circa 600 voli avevano collegato Abu Dhabi a Kufra nel corso del 2025. Un successivo rapporto delle Nazioni Unite ha indicato nel battaglione libico Subul al Salam, legato alle forze dell’est, uno degli attori coinvolti nel trasferimento verso le Rsf di carburante, armi e combattenti stranieri. Le reti dirette verso le Rsf sono associate soprattutto al sostegno degli Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca ha progressivamente rafforzato i rapporti con le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al Burhan. Dopo gli iniziali legami del gruppo Wagner con le Rsf e con il settore aurifero sudanese, la diplomazia russa ha offerto sostegno alle autorità militari di Port Sudan in cambio della possibilità di realizzare una struttura logistica navale sul Mar Rosso. Il progetto, basato su un accordo che consentirebbe la presenza contemporanea di quattro unità navali russe, era stato rilanciato nel febbraio del 2025, ma alla fine dello stesso anno l’ambasciatore russo in Sudan ne aveva confermato la sospensione a causa della guerra.

    L’approdo del convoglio consolida dunque il ruolo della Libia orientale come testa di ponte della presenza militare russa in Africa. Una funzione che precede la caduta di Assad a Damasco, ma che ha acquistato ulteriore importanza da quando Mosca ha dovuto ridefinire la propria presenza in Siria e diversificare le rotte logistiche dipendenti da Tartus. Attraverso Tobruk e la rete di basi controllate dalle forze di Haftar, uomini ed equipaggiamenti possono essere trasferiti verso il Fezzan e, da qui, verso il Sahel e il Sudan. Sul versante opposto della frattura libica si moltiplicano intanto le segnalazioni di una possibile presenza ucraina nella parte occidentale del Paese. Nei giorni scorsi la “Cnn”, citando una fonte dell’intelligence militare ucraina e un operatore di droni navali, ha riferito che unità specializzate sarebbero presenti dalla fine dello scorso anno nella Libia nordoccidentale e utilizzerebbero la base militare di Misurata per operazioni contro la flotta ombra russa, fornendo in cambio addestramento alle forze locali. Ad alimentare questa ricostruzione sono anche gli attacchi attribuiti a Kiev contro naviglio russo o sanzionato nel Mediterraneo, dal danneggiamento della metaniera “Arctic Metagaz” a marzo al più recente raid contro il cargo “Lady Mariia”. Il 12 settembre il ministero della Difesa del Governo di unità nazionale ha smentito l’esistenza di qualsiasi accordo e negato che Misurata o altre installazioni libiche siano state messe a disposizione di soggetti stranieri per colpire navi russe. Se confermato, il dispiegamento ucraino aggiungerebbe comunque un nuovo livello alla divisione del Paese: la Russia saldamente radicata a est e una possibile presenza operativa di Kiev a ovest.

  • La Libia intensifica l’impegno contro l’immigrazione irregolare

    Le autorità libiche stanno intensificando le operazioni di espulsione e trasferimento dei migranti irregolari tra Tripolitania e Libia orientale, in un contesto segnato da crescente pressione migratoria, problemi sanitari e nuove campagne di sicurezza nelle principali città costiere del Paese. L’Autorità per il contrasto all’immigrazione illegale della regione orientale di Tripoli ha annunciato il rimpatrio di 175 cittadini pakistani attraverso l’aeroporto internazionale di Mitiga, lo scalo situato nella periferia orientale della capitale libica e controllato dalle forze di sicurezza affiliate al Governo di unità nazionale. Secondo il comunicato diffuso dall’agenzia su Facebook, i migranti erano ospitati in uno dei centri di detenzione per migranti irregolari dell’area di Tripoli e sono stati espulsi dopo il completamento delle procedure amministrative e legali. L’organismo ha precisato che le operazioni di rimpatrio “continuano regolarmente”.

    Parallelamente, l’Autorità ha annunciato il rimpatrio attraverso il valico terrestre di Amsaad, al confine tra Libia ed Egitto nella Cirenaica orientale, di un gruppo di cittadini egiziani in situazione irregolare, alcuni dei quali affetti da malattie infettive tra cui epatite virale e Hiv/Aids. Secondo le autorità, alcuni dei migranti erano inoltre destinatari di ordini di espulsione emessi dalla Procura generale libica. Negli ultimi giorni il ramo dell’Autorità attivo nella regione di Tobruk-Al Butnan aveva già annunciato il trasferimento o il rimpatrio di altri 228 migranti irregolari, parte dei quali inviati al centro di detenzione e rimpatrio di Qanfouda, nell’area occidentale di Bengasi.

    Nel frattempo, nella città costiera di Sabratha, a circa 70 chilometri a ovest di Tripoli e storicamente uno dei principali hub della migrazione clandestina verso l’Europa, le forze di sicurezza locali hanno avviato una campagna mirata contro migranti donne presenti irregolarmente sul territorio, in particolare madri con neonati. Secondo la Direzione di sicurezza di Sabratha, i controlli hanno preso di mira appartamenti utilizzati come alloggi informali da donne migranti “prive di tutore legale”. Diverse migranti sono state fermate e trasferite in centri di detenzione nella capitale Tripoli in vista del rimpatrio nei rispettivi Paesi d’origine.

    La questione dei minori migranti rappresenta uno degli aspetti più sensibili del fenomeno migratorio in Libia. Secondo stime diffuse da media locali e organizzazioni umanitarie, migliaia di bambini migranti vivrebbero nel Paese senza documenti o protezione legale, spesso in insediamenti informali nelle periferie delle grandi città libiche. La Libia non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e le agenzie delle Nazioni Unite presenti nel Paese operano con margini d’azione limitati, soprattutto nei centri di detenzione e nelle aree controllate dalle diverse milizie. Negli ultimi anni sono stati tuttavia compiuti alcuni passi sul piano normativo, anche attraverso il rafforzamento della cooperazione con l’Unione europea e le organizzazioni internazionali per la tutela dei minori e delle categorie vulnerabili. In questo quadro, le autorità libiche hanno avviato la creazione di strutture controllate dedicate a donne e bambini migranti, con l’obiettivo di effettuare una prima identificazione sanitaria e amministrativa e separare i casi più vulnerabili dai circuiti ordinari della detenzione per migranti irregolari.

  • Traffici di migranti in Italia diretti da gruppi armati nel sud della Libia

    Le reti di traffico di carburante e le attività dei gruppi armati nel sud della Libia contribuiscono ad alimentare i flussi migratori irregolari diretti verso l’Italia. È quanto emerge dal rapporto del Panel degli esperti delle Nazioni Unite, che individua nel Fezzan, in particolare nelle aree di Sebha e Kufra, uno snodo chiave di un sistema integrato di traffici illeciti che collega Africa subsahariana e Mediterraneo. Secondo gli esperti Onu, il controllo di porzioni di territorio e infrastrutture nel sud, lungo i confini con Niger, Ciad e Sudan, consente a reti criminali e gruppi armati di gestire contemporaneamente traffici di carburante, armi e migranti. Il rapporto evidenzia che “le stesse rotte utilizzate per il contrabbando vengono sfruttate per il trasferimento di persone”, in un sistema in cui le diverse economie illegali risultano interconnesse.

    In particolare, l’area di Kufra, nel sud-est del Paese e a ridosso del confine sudanese, viene indicata come un hub logistico per i movimenti provenienti dall’Africa orientale, mentre Sebha, principale centro urbano del Fezzan, rappresenta un punto di smistamento verso la costa nord-occidentale, in direzione di Tripoli, Zawiya e Sabrata, da cui partono le imbarcazioni dirette verso le coste italiane. Gli esperti sottolineano che il controllo armato di queste rotte consente ai gruppi locali di imporre tariffe, gestire i flussi e proteggere le attività di traffico, creando “un ecosistema criminale integrato” che rende difficile distinguere tra contrabbando di merci e traffico di esseri umani. Il rapporto evidenzia inoltre che la fragilità delle istituzioni e la frammentazione del controllo territoriale favoriscono la continuità di questi flussi, con ripercussioni dirette sulla sicurezza del Mediterraneo centrale. In questo contesto, la Libia continua a rappresentare il principale Paese di transito per i migranti diretti verso l’Italia, in un quadro in cui le dinamiche locali nel sud del Paese incidono direttamente sulla pressione migratoria lungo la rotta libica.

    Lo stesso documento accusa figure chiave dell’est libico, tra cui Saddam Haftar, di esercitare un controllo diretto e indiretto sul settore energetico, coinvolgendo reti di contrabbando di carburante, riciclaggio e finanziamento di gruppi armati. Secondo il report, le infrastrutture petrolifere e le istituzioni ufficiali sarebbero state progressivamente piegate a interessi personali e militari, con effetti diretti sulla governance del Paese. Gli esperti delle Nazioni Unite affermano che Saddam Haftar, vice comandante generale dell’Esercito nazionale libico (Enl), la forza armata guidata da Khalifa Haftar e dominante nella Cirenaica (est), con una presenza significativa anche nel Fezzan (sud-ovest), avrebbe svolto “molteplici ruoli nel settore energetico e nei conflitti regionali”, utilizzando la propria influenza per garantire protezione a reti di traffico illecito. In particolare, il rapporto sottolinea che “individui influenti hanno stabilito meccanismi paralleli di controllo all’interno delle istituzioni ufficiali”, con riferimento alla National Oil Corporation (Noc), l’ente petrolifero statale con sede a Tripoli.

    Il documento indica che, attraverso intermediari come Rifaat al Abbar (ex sottosegretario al ministero del Petrolio e del gas del governo libico con sede a Tripoli), sarebbe stata creata una struttura parallela in grado di “aggirare i meccanismi di supervisione e indirizzare decisioni e contratti verso interessi specifici”. Questo sistema avrebbe inciso direttamente sulla gestione dei principali asset energetici distribuiti tra la Mezzaluna petrolifera (Sidra, Ras Lanuf, Brega), lungo la costa centro-orientale, e i terminali dell’est libico. Sempre secondo il Panel, il controllo di basi militari e infrastrutture strategiche nel sud del Paese, in particolare nell’area di Kufra, al confine con Sudan e Ciad, avrebbe consentito la gestione diretta di reti di traffico di carburante, armi e stupefacenti.

    Gli esperti affermano che tali strutture sarebbero state utilizzate anche per trasformare la Libia in “una piattaforma logistica a supporto delle operazioni delle Forze di supporto rapido sudanesi”, attraverso l’aeroporto di Kufra e installazioni militari di frontiera. Sul piano marittimo, il porto di Tobruk, nella Cirenaica orientale, viene indicato come uno dei principali hub di quella che il rapporto definisce una “zona grigia per esportazioni illecite”, mentre le attività di contrabbando di carburante si sarebbero estese anche ai terminali di Bengasi e Ras Lanuf. Il documento descrive inoltre un sistema integrato di evasione dei controlli legali gestito da una rete criminale guidata da Muin Sharaf al Din, evidenziando come “il controllo armato delle infrastrutture consenta di manipolare flussi di petrolio e accordi economici”. Il rapporto dedica ampio spazio anche alla gestione della Noc, accusando l’ex presidente Farhat Bengdara di aver facilitato operazioni finanziarie opache e di aver utilizzato la propria posizione per indirizzare contratti verso entità legate a Saddam Haftar e ad ambienti vicini al Governo di unità nazionale (di Tripoli).

    Gli esperti sostengono inoltre che Bengdara avrebbe esercitato pressioni su società controllate dalla Noc per aprire conti presso un istituto da lui gestito, utilizzando il bilancio dell’ente come copertura per trasferimenti verso reti collegate a gruppi armati. Nel rapporto si afferma infine che “la crescente interferenza di gruppi armati nel settore petrolifero ha compromesso l’indipendenza della Noc”, trasformandola in uno strumento esposto all’influenza di attori armati e centri di potere rivali. Il sistema di interferenze e condizionamenti, secondo gli esperti, non riguarda tuttavia esclusivamente l’est del Paese, ma coinvolge anche attori e reti operanti nell’ovest, in particolare nell’area di Tripoli. Il rapporto afferma che “attori statali e non statali hanno esercitato influenza sui processi decisionali e sui flussi finanziari”, indirizzando contratti e risorse verso entità riconducibili a diversi centri di potere. Tra questi, gli esperti citano anche ambienti vicini al governo guidato da Abdulhamid Dabaiba, con base a Tripoli, evidenziando come la competizione per il controllo delle rendite petrolifere attraversi tanto l’est quanto l’ovest del Paese.

    Il documento sottolinea che il controllo delle infrastrutture energetiche, inclusi i terminali occidentali collegati ai flussi verso Zawiya e Mellitah, consente ai gruppi armati di influenzare direttamente produzione, esportazioni e accordi economici. Questo sistema, secondo il Panel, crea “spazi per attività illecite e per la redistribuzione informale delle entrate petrolifere”. Gli esperti evidenziano infine che “la frammentazione istituzionale e la presenza di catene di comando parallele” continuano a ostacolare il rafforzamento dello Stato e la gestione trasparente delle risorse, alimentando una competizione che attraversa l’intero Paese, dalla Tripolitania alla Cirenaica fino al Fezzan.

  • L’Egitto contesta davanti all’Onu gli accordi marittimi tra Libia e Turchia

    L’Egitto ha presentato un memorandum ufficiale alle Nazioni Unite per rigettare una serie di misure e accordi marittimi adottati dalla Libia, incluso l’ultimo memorandum d’intesa con la Turchia. Come riferiscono media greci, Il Cairo definisce queste intese una “violazione della sovranità egiziana” e una lesione dei propri diritti nel Mediterraneo orientale. Il documento, datato 8 settembre, rifiuta espressamente l’accordo firmato il 25 giugno tra la compagnia libica Noc e la Turkish Petroleum Corporation (Tpao) per studi sismici in quattro aree offshore. Una di esse, la cosiddetta “Area 4”, ricadrebbe – secondo le autorità egiziane – entro i limiti della zona economica esclusiva (Zee) e della piattaforma continentale egiziana. Di conseguenza, Il Cairo respinge “qualsiasi misura, condotta o conseguenza giuridica derivante da questo accordo”.

    La posizione egiziana non riguarda solo l’intesa energetica, ma anche la definizione unilaterale da parte libica dei limiti della propria piattaforma continentale. Il Cairo richiama la propria legislazione nazionale, in particolare il decreto presidenziale 595/2022, e afferma che le rivendicazioni di Tripoli sono “incompatibili con la Convenzione Onu sul diritto del mare e con il diritto internazionale”. La disputa si inserisce in un contesto già segnato dal rafforzamento della cooperazione tra Tripoli e Ankara. Come già riportato da “Agenzia Nova”, il 27 giugno scorso il ministro del Petrolio del governo libico di unità nazionale, Khalifa Abdul Sadiq, ha incontrato a Tripoli l’omologo turco Alparslan Bayraktar per consolidare il partenariato energetico, con particolare attenzione all’esplorazione congiunta di giacimenti offshore. Un’intesa che ha subito inasprito le tensioni con la Grecia, impegnata in nuove gare internazionali per l’esplorazione di idrocarburi al largo di Creta. Atene ha risposto inviando due fregate e una nave militare nelle acque internazionali davanti alla Libia, ufficialmente per controllare i flussi migratori, una mossa percepita da Tripoli come “provocazione militare”.

    La Grecia, insieme a Cipro e all’Unione europea, si richiama alla Convenzione Unclos del 1982, che riconosce alle isole la capacità di generare zone economiche esclusive. Libia e Turchia, invece, si basano sulla Convenzione di Ginevra del 1958 e considerano sproporzionato che piccoli lembi di terra – come l’isola greca di Kastellorizo, a soli due chilometri dalla costa turca – possano estendere ampie Zee. Per Atene, le mosse di Tripoli e Ankara rappresentano un affronto giuridico e geopolitico. Per Il Cairo, un rischio diretto ai propri interessi energetici nel Mediterraneo levantino. Secondo osservatori, un’ulteriore destabilizzazione dell’EastMed metterebbe in pericolo rotte commerciali vitali per l’Italia e l’Europa, aprendo scenari di tensione anche con l’Unione europea, che in base all’articolo 42 del Trattato di Lisbona sarebbe tenuta a fornire assistenza a un Paese membro aggredito.

    Alcuni giorni prima dell’iniziativa egiziana il gruppo di lavoro congiunto libico-turco ha tenuto una riunione ad Ankara per affrontare la regolamentazione dei contratti firmati prima del 2011, la revisione degli accordi del 2024 e del 2025, e l’elaborazione di un piano operativo per riattivare i progetti di sviluppo rimasti bloccati. Secondo quanto riferito dal sito di informazione libico “Al Wasat”, l’obiettivo è stato quello di rafforzare la stabilità e la continuità delle iniziative comuni tra i due Paesi.  Durante l’incontro, le parti hanno evidenziato la crescita del 31% degli scambi commerciali tra Libia e Turchia nei primi otto mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Entrambe hanno ribadito la necessità di consolidare questo slancio per rafforzare la cooperazione economica, sostenere nuovi progetti di investimento e sviluppare un partenariato strategico più solido, con particolare attenzione ai settori prioritari di infrastrutture, costruzioni, commercio e industria. La delegazione libica era guidata dal ministro dei Trasporti e consigliere finanziario del primo ministro, Mohamed al Shehaby, affiancato dal capo del Team per l’attuazione delle iniziative presidenziali e dei progetti strategici, Mustafa al Manie, dal sottosegretario del ministero dell’Economia e del Commercio, Suheil Abu Shaiha, dall’ambasciatore libico in Turchia, Mustafa al Qleib, oltre a rappresentanti di diverse agenzie governative. La delegazione turca, invece, era guidata dal ministro del Commercio, Omer Bolat, con il suo vice Ozgur Volkan Agar, il presidente dell’Associazione degli imprenditori turchi e direttori di vari ministeri e istituzioni.

  • Blitz in Libia per bloccare migranti irregolari diretti verso l’Europa

    La Direzione della sicurezza di Sabrata ha annunciato di aver condotto all’alba del 28 settembre una vasta operazione contro la presenza di manodopera straniera irregolare, con il fermo di centinaia di persone. In un comunicato, la polizia locale ha precisato che la campagna, condotta dal comitato operativo della sala di sicurezza congiunta, ha interessato numerosi siti nel centro cittadino dove i migranti risultavano essersi stabiliti. Secondo le autorità, l’iniziativa rientra nel piano predisposto per contrastare la diffusione della presenza di cittadini africani entrati illegalmente in Libia e che hanno fatto di Sabrata uno dei principali punti di insediamento. La nota segnala inoltre che sono in corso procedimenti contro i proprietari di immobili che avrebbero affittato le proprie abitazioni ai migranti, in violazione delle norme vigenti. La Direzione di sicurezza ha assicurato che le ispezioni continueranno fino alla completa individuazione dei trasgressori delle regole che disciplinano la presenza di cittadini stranieri sul territorio libico.

    L’operazione arriva in un clima di crescente tensione sul dossier migratorio. Nella “città-Stato” di Misurata, sede delle milizie considerati più forti del Paese, il sindaco Mahmoud al Suqutri ha condannato le violenze contro lavoratori stranieri e migranti irregolari, definite “atti che non hanno giustificazione né logica né religiosa e che violano la legge, danneggiando l’immagine della città”. In un suo videomessaggio, il primo cittadino ha messo in guardia anche contro il rischio di colpire la comunità palestinese residente: “Misurata è stata e resta tra le città che più hanno sostenuto Gaza e non permetteremo mai insulti o attacchi contro i palestinesi”, ha detto Suqutri, riferendosi alle proteste per un presunto piano per lo sfollamento dei palestinesi di Gaza in Libia.

    Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), la Libia continua a essere un hub centrale per le rotte migratorie regionali, sia come destinazione temporanea che come corridoio di transito verso l’Europa. Nel secondo trimestre del 2025, oltre l’84 per cento dei nuovi arrivi nel Paese proveniva dai sei Stati confinanti, con nigeriani (31%), egiziani (26%) e sudanesi (17%) tra le nazionalità più rappresentate. L’Oim rileva che la maggior parte dei migranti sudanesi entra attraverso valichi informali pagando fino a 1.000 dollari ai trafficanti, il costo più alto tra le rotte di accesso.

    L’organizzazione sottolinea inoltre che la quasi totalità dei migranti (92%) viaggia in gruppo con l’assistenza di facilitatori, e che il 99 per cento dei nuovi ingressi è costituito da uomini sotto i 30 anni. Complessivamente, oltre l’80% dei migranti presenti in Libia ha tra i 20 e i 39 anni, prevalentemente uomini single. Le motivazioni principali restano economiche (l’83% cerca lavoro e migliori condizioni di vita), ma circa il 14% fugge da conflitti armati, in particolare dalla guerra in Sudan, che continua a generare un flusso costante verso il Paese nordafricano.

  • Libia e Nigeria discutono di un gasdotto per l’Europa, la Turchia cerca gas liquido in Italia

    Il ministro del Petrolio e del Gas della Libia, Khalifa Abdul Sadig, ha incontrato il ministro nigeriano delle Risorse petrolifere (Gas), Ekperekpe Ekpo, e l’amministratore delegato della Nigerian National Petroleum Corporation, Bayo Ojulare, per discutere il progetto di gasdotto che collegherebbe la Nigeria all’Europa attraverso il territorio libico. Secondo una nota del dicastero libico, le parti hanno esaminato “la possibilità di riattivare il progetto e hanno concordato di facilitare lo scambio di informazioni tra gli esperti dei due Paesi, in preparazione alla realizzazione degli studi dettagliati necessari”. L’obiettivo, si legge ancora, è “giungere alla firma di un memorandum d’intesa per definire il quadro operativo del progetto”. Il ministero ha aggiunto che l’infrastruttura sarebbe “un nuovo collegamento strategico che collegherà l’Africa al continente europeo, rafforzando la posizione della Libia come corridoio energetico e aprendo ampie prospettive per la Nigeria al fine di espandere le proprie esportazioni di gas”. Il percorso ipotizzato attraverso la Libia si distinguerebbe per una distanza di circa 3.300 chilometri, più breve rispetto ai 4 mila stimati per l’opzione algerina e ai 5.560 previsti per quella marocchina.

    Il dibattito sul progetto non è nuovo. Per la prima volta se ne parlò nel giugno 2023, quando l’allora portavoce del Governo di unità nazionale, Mohamed Hammouda, annunciò che l’esecutivo aveva autorizzato il ministero del Petrolio a svolgere studi tecnici ed economici sulla fattibilità di un gasdotto dalla Nigeria all’Europa, passando attraverso Niger o Ciad per giungere in Libia. Successivamente, l’allora ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, dichiarò di aver presentato al governo uno studio preliminare, che favoriva il percorso via Niger rispetto a quello attraverso il Ciad. Le discussioni hanno anche ipotizzato un collegamento tra il gasdotto nigeriano “Ajaokuta-Kaduna-Kano”, in fase di realizzazione, e il Greenstream che parte dal giacimento di Wafa, vicino al confine libico-algerino, e già collega la Libia all’Italia.

    Intanto l’Egitto si prepara a costruire un nuovo gasdotto del valore stimato di 400 milioni di dollari per convogliare maggiori volumi di gas naturale provenienti da Israele. Lo riferisce il quotidiano “Asharq”, citando fonti governative egiziane, secondo cui la realizzazione dell’opera sarà interamente all’interno dei confini nazionali. A occuparsene dovrebbe essere la Egyptian Natural Gas Company (Gasco), una volta conclusi i dettagli ingegneristici. Il costo sarà sostenuto dal governo egiziano, mentre la compagnia israeliana NewMed Energy – partner del giacimento Leviathan – avrà il compito di estendere la rete fino al confine e collegarla al nuovo impianto.

    All’inizio di agosto, Il Cairo e NewMed Energy hanno sottoscritto un emendamento al precedente accordo di fornitura di gas, che prevede l’aggiunta di 130 miliardi di metri cubi complessivi, suddivisi in due fasi. Nella prima, l’Egitto riceverà circa 20 miliardi di metri cubi subito dopo l’entrata in vigore del nuovo patto. Nella seconda, le esportazioni potranno arrivare fino a 110 miliardi di metri cubi, subordinatamente agli investimenti e all’espansione delle infrastrutture di trasporto. L’intesa estende la durata delle forniture fino al 2040 o fino all’esaurimento dei volumi supplementari concordati, con l’obiettivo di rafforzare la posizione dell’Egitto come hub regionale per il gas naturale liquefatto destinato ai mercati europei e asiatici.

    Per parte sua la Turchia ha siglato una serie di accordi con compagnie energetiche internazionali per assicurarsi circa 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nei prossimi tre anni. Lo ha riferito il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali, Alparslan Bayraktar, citato dal quotidiano “Daily Sabah”, spiegando che gli accordi sono stati firmati dalla compagnia energetica statale Botas a Milano in occasione dell’evento Gastech. In particolare, rispetto a pregressi accordi con Eni, Bp e Shell che coprivano 8,7 miliardi di metri cubi, la compagnia ha siglato altri cinque accordi per ampliare il portafoglio e includere consegne da parte di aziende con sede in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Giappone e Norvegia.

    Lo scorso anno, la Turchia ha importato circa 50 miliardi di metri cubi di gas naturale, di cui 14,3 miliardi di metri cubi sotto forma di Gnl. Come riporta “Daily Sabah”, i nuovi contratti rappresentano una quota significativa del consumo interno e dovrebbero rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento in vista della stagione invernale. Bayraktar ha sottolineato che le intese raggiunte a Milano riflettono la strategia della Turchia di “costruire una struttura energetica flessibile, versatile e sicura” per migliorare il portafoglio di gas a medio termine del Paese. In occasione di Gastech 2025, Bayraktar ha incontrato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il presidente del settore gas integrato di Shell, Cederic Cremers.

    Oltre ai contratti per la fornitura di Gnl, Botas ha firmato un accordo con la società statale cinese PetroChina, con l’obiettivo di cooperare nel commercio del gas naturale liquefatto, nella gestione dei trasporti e nell’esplorazione di joint venture in nuovi mercati. La compagnia turca ha inoltre siglato un nuovo accordo con l’Oman, da cui Ankara importa già Gnl. L’accordo riguarda la cooperazione per l’espansione della capacità di produzione di gas naturale liquefatto dell’Oman, l’uso di unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione, la collaborazione tra vettori di Gnl e l’esplorazione di ulteriori opzioni di fornitura del gas, ha spiegato Bayraktar.

    La sussidiaria offshore Tp-Otc della compagnia energetica statale turca Turkish Petroleum Corporation (Tpao) ha invece firmato un accordo con Baker Hughes in merito ai lavori sulla terza fase del progetto di sviluppo del più grande giacimento di gas naturale della Turchia nel Mar Nero. L’intesa riguarda la fornitura di sistemi di produzione sottomarina e attrezzature per il completamento dei pozzi. Separatamente, Tp-Otc ha assegnato al gruppo ingegneristico italiano Saipem un contratto da 1,5 miliardi di dollari per continuare lo sviluppo del giacimento di gas di Sakarya, scoperto tra il 2020 e il 2022 e con stime di 710 miliardi di metri cubi di gas. L’accordo riguarda la costruzione di un gasdotto sottomarino principale lungo 183 chilometri per trasportare il gas di Sakarya verso un impianto sulla terraferma. Saipem era già stata coinvolta nella prima e nella seconda fase di sviluppo di Sakarya. Il nuovo contratto avrà una durata massima di tre anni, con i lavori offshore che avranno luogo nel 2027. La fase tre mira ad aumentare la produzione giornaliera da 20 a 40 milioni di metri cubi entro il 2028.

  • Oltre 100mila migranti libici sono rimpatriati volontariamente in 10 anni

    Oltre 100mila migranti sono tornati volontariamente nel loro Paese di origine dalla Libia da quando è stato lanciato nel 2015 il programma di rimpatrio volontario umanitario dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). È quanto riporta un comunicato dell’Oim, che sottolinea come “questa cifra riflette un decennio di sforzi per offrire un’ancora di salvezza ai migranti bloccati in condizioni precarie in tutto il Paese nordafricano”. “Ad oggi, decine di migliaia di migranti sono tornati in sicurezza e volontariamente in 49 paesi di origine in Africa e Asia, tra cui Nigeria, Mali, Niger, Bangladesh e Gambia. Tra coloro che hanno ricevuto assistenza, quasi 73mila erano uomini, quasi 17mila donne e oltre 10mila bambini, alcuni dei quali non accompagnati, a dimostrazione della diversità e della vulnerabilità della popolazione migrante libica”, si legge nel comunicato. Secondo la capo missione dell’Oim in Libia, Nicoletta Giordano, “in un contesto in cui i rischi per la protezione rimangono elevati e i percorsi regolari sono limitati” il programma di Rimpatrio volontario umanitario “offre un’opzione cruciale e salvavita per coloro che desiderano tornare a casa”. “Mentre continuiamo a fornire aiuti umanitari alle popolazioni vulnerabili, stiamo anche lavorando per sostenere soluzioni più sostenibili e a lungo termine”, ha aggiunto.

    Come riporta il comunicato dell’Oim, il programma ha rappresentato “un’ancora di salvezza per i migranti che desideravano tornare a casa volontariamente”. “In un contesto in cui l’instabilità prolungata, la scarsità di percorsi regolari e i rischi per la protezione lasciano molti migranti bloccati in condizioni precarie, il programma offre un’alternativa sicura, dignitosa e basata sui diritti”, prosegue la nota. Il programma di Rimpatrio volontario umanitario comprende “un pacchetto completo di assistenza pre-partenza e post-ritorno, tra cui servizi di protezione, screening sanitari, supporto psicosociale e per la salute mentale, facilitazione dei documenti di viaggio e assistenza per la reintegrazione”. L’Oim garantisce che ogni rimpatrio sia volontario e basato sul consenso informato, anche quando i migranti si trovano di fronte a opzioni limitate, in linea con la politica di rimpatrio, riammissione e reintegrazione dell’Organizzazione e con il suo processo di “dovuta diligenza”. Il programma include inoltre “solidi” meccanismi di monitoraggio e valutazione, tra cui valutazioni di rimpatrio e reintegrazione, per rafforzare la responsabilità e migliorare l’erogazione dei servizi.

    L’Oim riferisce che “solo la scorsa settimana sono stati organizzati cinque voli di ritorno, due da Bengasi, due da Sebha e uno da Misurata, a dimostrazione dell’ampia portata operativa del programma”. Tra coloro che hanno ricevuto assistenza di recente, si legge nel comunicato, ci sono John e Temnaia, una coppia nigeriana sposata che si è conosciuta in Libia. “Mentre cercavano di costruire una vita insieme, le difficoltà sono aumentate, soprattutto dopo la nascita della figlia, che non aveva accesso all’istruzione”. La loro storia rispecchia quella di molti altri che si rivolgono al programma di Rimpatrio volontario umanitario come a un percorso verso la sicurezza e l’opportunità di ricominciare in condizioni più stabili, sottolinea l’Oim. Sebbene il programma fornisca un supporto fondamentale a molti, l’Organizzazione “rimane profondamente preoccupata” per i rischi che i migranti affrontano lungo la rotta del Mediterraneo centrale. “L’Oim rimane impegnata a facilitare soluzioni sicure, dignitose e basate sui diritti per i migranti che scelgono di tornare a casa, continuando al contempo a collaborare con i partner per garantire protezione e perseguire risultati duraturi per tutti”, conclude il comunicato.

  • La Ue constata che la Russia è sempre più presente in Libia

    L’Europa rischia di perdere definitivamente terreno in Libia. A Tripoli le istituzioni si sfaldano, Bengasi espone nuove armi avanzate in aperta violazione dell’embargo Onu, mentre Mosca consolida il proprio ruolo strategico sulla sponda sud della Nato. L’indiscrezione di “Agenzia Nova” secondo cui la Russia vorrebbe installare sistemi missilistici nella base aerea di Tamanhint, a nord-est di Sebha, capitale del Fezzan sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, non è passata inosservata nelle cancellerie occidentali, suscitando nuove preoccupazioni sulla crescente proiezione strategica russa nel Mediterraneo meridionale. “Seguiamo molto da vicino gli sviluppi in Libia – ha detto un portavoce dell’Ue ad ‘Agenzia Nova’ – La questione è stata discussa all’ultimo Consiglio Affari esteri e sarà ripresa anche nella prossima riunione di giugno”. Sebbene Bruxelles eviti di commentare notizie non confermate, la Commissione continua a interfacciarsi “con tutte le parti interessate, per tutelare gli interessi dell’Unione”.

    Secondo funzionari ed esperti intervenuti in un evento riservato organizzato da Ecfr, la crisi libica rappresenta oggi il sintomo avanzato di una fragilità multilivello – politica, energetica e di sicurezza – che l’Occidente non può più permettersi di ignorare. La caduta di Bashar al Assad a Damasco ha dimostrato quanto velocemente possa crollare un equilibrio solo apparente. In Libia, gli scontri armati esplosi di recente a Tripoli non sono che l’ennesima manifestazione di un sistema istituzionale in via di disgregazione e comunque figlio di un accordo politico vecchio di dieci anni. A confermarlo è anche il caso della compagnia petrolifera privata Akrenu, che ha rotto il monopolio della National Oil Corporation (Noc), vendendo greggio libico al di fuori dei circuiti ufficiali. “Cinque anni fa sarebbe stato inimmaginabile – ha spiegato un funzionario delle Nazioni Unite – oggi è la normalità”. Il potere delle istituzioni centrali, dalla Banca centrale alla Procura generale, è ridotto ai minimi storici, mentre attori non statali si rafforzano.

    Nel frattempo, la Russia consolida la propria presenza, parte di una strategia più ampia di penetrazione nel continente africano e di pressione sul fianco sud della Nato. Mosca è ormai un attore ineludibile per qualunque soluzione diplomatica, anche solo per via del diritto di veto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, la posizione statunitense è difficilmente inquadrabile. Il pensionamento dell’inviato speciale Richard Norland, non ancora sostituito, conferma l’impressione di un disimpegno: Washington sembra oggi concentrata principalmente sulla sicurezza, lasciando scoperti gli ambiti politico ed economico.

    “La Russia ci dipinge come ex colonizzatori decadenti – ha affermato un diplomatico europeo – e questo messaggio attecchisce tra i giovani africani. Dobbiamo parlare la loro lingua, contrastare la disinformazione e formarli ai valori della verità, della trasparenza e della governance”. Ma il tempo stringe. La proposta di creare in Libia un nuovo governo di transizione con mandato limitato a 120 giorni per portare il Paese al voto appare rischiosa e paradossale: si rischierebbe di aggiungere un terzo esecutivo all’attuale frammentazione. Altrettanto ambiziosa, ma ancora priva di consenso, è l’idea di un’Assemblea costituente dotata di poteri sovrani, da cui far derivare ogni legittimità.

    Senza un’iniziativa europea coesa e credibile – avvertono gli analisti – la Libia rischia di trasformarsi definitivamente, se non lo è già, in un laboratorio geopolitico dove si confrontano potenze rivali: dalla Russia alla Cina, fino agli attori del Golfo. Se Mosca avanza militarmente e strategicamente, Pechino si muove con una logica più economica e infrastrutturale. Dopo anni di investimenti “a debito” nelle grandi opere, la Cina sta ora orientando il suo approccio verso il controllo delle filiere dei minerali critici, l’accesso ai porti e la partecipazione a progetti energetici con ricadute anche per i mercati locali. “La Cina – ha osservato un dirigente occidentale del comparto energetico – sta trasformando alcune operazioni in opportunità economiche non solo per sé, ma anche per i Paesi africani, costruendo una rete d’influenza più silenziosa ma altrettanto efficace per posizionarsi in prima fila nel mercato africano del futuro”.

    Questa penetrazione economica si salda con una narrativa anti-occidentale che, al pari di quella russa, presenta Pechino come partner “non giudicante” e rispettoso della sovranità, in contrapposizione a un’Europa spesso vista come paternalista. Anche per questo, secondo diversi interlocutori, l’Ue dovrebbe costruire una presenza più pragmatica e strutturata, capace di offrire soluzioni win-win credibili, non solo nel breve termine ma anche sul piano dello sviluppo sostenibile e dell’integrazione regionale. Il Piano Mattei promosso dall’Italia rappresenta un primo passo utile, ma non sufficiente. “Serve un blocco europeo – ha ammonito un accademico africano – o le criticità della Libia (e dell’Africa, ndr) diventeranno un problema irrisolvibile per l’Europa stessa”.

  • Faida africana a Tripoli: sterminati gli animali dello zoo

    Leoni, antilopi e specie protette sono stati uccisi a sangue freddo o trafugati nello zoo di Abu Salim, nel caos seguito ai recenti scontri armati nella capitale libica Tripoli. È quanto denunciato dal giornalista libico Amr Fathalla in una serie di post pubblicati sul social X, accompagnati da immagini che mostrano i resti di diversi animali uccisi nello zoo situato nel sobborgo meridionale di Tripoli, roccaforte dell’ex comandante dell’Autorità per il sostegno alla stabilizzazione (Ssa), Abdulghani al Kikli, noto come “Ghaniwa”, ucciso in un agguato nei giorni scorsi.

    Secondo Fathalla, “anche gli animali non sono stati risparmiati dalla violenza” scoppiata nella zona dopo la morte del leader miliziano. In un altro messaggio, il giornalista ha rivelato che esemplari di Ammotragus lervia – la pecora berbera o “oudad”, specie protetta e a rischio di estinzione – sarebbero stati rubati dallo zoo, macellati e venduti nel vicino mercato della carne del quartiere islamico. “Una barbarie inaccettabile”, scrive Fathalla, aggiungendo che si tratta di un crimine che va perseguito.

    L’ambasciata d’Austria in Libia ha rilanciato il contenuto della denuncia, accompagnandolo con la frase: “Ogni atto di crudeltà verso gli animali riduce la nostra umanità collettiva”. Al momento non è chiaro se le autorità locali abbiano avviato un’inchiesta sull’accaduto. Lo zoo di Abu Salim si trova in un’area che nei giorni scorsi è stata teatro di pesanti combattimenti tra milizie rivali e forze legate al Governo di unità nazionale (Gun) di Abdulhamid Dabaiba, contro il quale l’Est della Libia sta tentando la spallata finale. Qualche giorno dopo gli scontri nella capitale che hanno colpito anche gli animali dello zoo, il presidente della Camera dei rappresentanti di Bengasi, Aguila Saleh, vecchia volpe dell’agone politico libico e figura di spicco vicina a Khalifa Haftar, il generale che nel 2019 tentò di conquistare la capitale “manu militari”, ha dichiarato che è arrivato il momento per Dabaiba di lasciare il potere “volontariamente o con la forza”. Saleh ha definito il governo di Tripoli come “isolato e illegittimo”, già sfiduciato formalmente dal Parlamento nel 2021. La stampa della Libia orientale ha ventilato già qualche indiscrezione sui nomi per sostituire Dabaiba alla guida di un possibile nuovo governo. Emergono personalità come Salama Ibrahim al Ghweil, ex ministro degli Affari economici, Abdelbaset Mohamed, figura indipendente di Misurata, Abdelhakim Ali Ayu, già candidato alle presidenziali con posizioni vicine ad Haftar, Othman Adam al Basir, tecnocrate con esperienza internazionale in Canada, Ali Mohamed Sassi, politico emergente dalla Cirenaica, e Othman Abdeljalil, già ministro dell’Istruzione e ora della Sanità nel governo dell’est. Completano la lista Fadhel al Amin, esperto di sviluppo e già attivo nella diaspora, Mohamed al Mazoughi, figura di compromesso apprezzata trasversalmente, Mohamed Abdelatif al Muntasir, ex membro del Consiglio nazionale di transizione e imprenditore, Nasser Mohamed Weiss, tecnico poco noto ma apprezzato, e infine Issam Mohamed Bouzreiba, generale e ministro dell’Interno del governo orientale, vicino ad Haftar. Non tutti, però, sono d’accordo con la linea dura di Saleh. Un gruppo di 26 deputati della Cirenaica ha infatti espresso il proprio netto rifiuto alla formazione di un nuovo governo senza un accordo politico nazionale condiviso. In una dichiarazione congiunta, i parlamentari hanno ammonito sui rischi derivanti da “decisioni unilaterali” per la riuscita di progetti infrastrutturali e di sviluppo e per la tenuta della stabilità politica. Secondo questi deputati, ogni cambiamento governativo dovrebbe avvenire attraverso un “processo politico inclusivo e basato sul consenso nazionale”.

    La Brigata 444, vicina a Dabaiba, ha perlaltro rinvenuto una fossa comune non distante dallo zoo dve si è consumato l’eccidio di animali: ad Abu Salim, sobborgo meridionale di Tripoli sono stati trovati dieci corpi carbonizzati, tra cui quello di una giovane donna precedentemente rapita.

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