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  • Oltre i confini dell’orticello: il tempo dell’ascolto e della cura tra le generazioni

    C’è un silenzio di fondo, nelle nostre città attraversate dai cortei di questi giorni, che rischia di essere coperto dal rumore della cronaca. Non è il rumore dello scontro istituzionale, ma quello più sottile di una distanza che si allarga: la fatica tutta italiana di capirsi tra padri e figli, di riconoscere nelle piazze non un problema di ordine pubblico da archiviare in fretta, ma una domanda di senso e di futuro che attende una risposta vera.

    Se guardiamo oltre le Alpi, in Francia, la protesta riesce quasi sempre a farsi linguaggio comune: le piazze uniscono generazioni e categorie diverse attorno a obiettivi chiari, costringendo la politica a una sintesi e a un ascolto concreto. In Italia, invece, cadiamo spesso nella tentazione del frazionamento. Anche davanti al disagio più autentico, finiamo per dividerci, lasciando che sigle sindacali e apparati corrano a mettere il cappello su movimenti nati spontaneamente, quasi a voler recintare e addomesticare quell’energia. Ma finché ciascuno si limiterà a curare il proprio orticello e a difendere il proprio spazio, non andremo lontano.

    È in questa frammentazione che nasce il cortocircuito generazionale a cui assistiamo. Non abbiamo visto arrivare il malessere dei più giovani, o forse abbiamo preferito non vederlo, e oggi cadiamo nell’errore più facile: giudicarli senza ascoltarli. Etichettarli come sprovveduti significa lasciarli soli, consegnando il loro idealismo nelle mani dei cattivi maestri e di quella minoranza di violenti e saccheggiatori che, da sempre, si infila nelle manifestazioni solo per innescare il caos. Eppure i ragazzi hanno dimostrato una maturità che li precede: hanno saputo distinguersi e isolare chi cercava solo il pretesto per la devastazione, difendendo la limpidezza delle proprie ragioni.

    A volte viene da pensare che serva anche un pizzico di fortuna per attraversare indenni la propria gioventù, con tutto il carico di slancio e fragilità che comporta; ma è proprio in quegli anni che si possiede la forza pura per agire e immaginare il nuovo, prima di venire assorbiti dalle abitudini di un sistema stanco. Fanno bene a far sentire la loro voce. Anzi, forse dovremmo avere noi adulti il coraggio di fare un passo verso di loro: scendere in strada al loro fianco, creare uno spazio di incontro capace di proteggere il loro entusiasmo, disarmando con la presenza e con il dialogo chi vorrebbe strumentalizzarli.

    Condannare o liquidare le piazze è molto più semplice che dare risposte qui e ora. Non bastano più i “tavoli di confronto”, formule che troppo spesso servono solo a diluire i problemi nel tempo senza affrontarli. Come ci ricorda con lucidità il professor Mauro Magatti, il vecchio modello si è inceppato: il sistema su cui abbiamo poggiato per decenni non regge più e chiede di essere ripensato dalle fondamenta. Cos’altro deve accadere per prenderne atto e quindi prenderne cura?

    È il momento che ciascuno faccia la propria parte in un nuovo patto tra generazioni. L’Italia ha bisogno di uscire dalla miopia di un’economia della sopravvivenza, fatta di rendite e difese corporative, per aprirsi finalmente a un’economia dell’investimento e della fiducia. A partire dalle grandi ricchezze private, che possono e devono rimettersi in circolo per generare opportunità, lavoro e dignità. Ascoltare i giovani oggi, incontrarli senza pregiudizi e prendersi cura del loro domani che è già presente non è una concessione: è l’unico modo che abbiamo per rimettere in moto l’Italia, congelata dalla natalità a zero e da una popolazione condannata ad essere sempre più anziana. E quindi, debole.

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