Attualità

Oltre i confini dell’orticello: il tempo dell’ascolto e della cura tra le generazioni

Benedetta Borsani

C’è un silenzio di fondo, nelle nostre città attraversate dai cortei di questi giorni, che rischia di essere coperto dal rumore della cronaca. Non è il rumore dello scontro istituzionale, ma quello più sottile di una distanza che si allarga: la fatica tutta italiana di capirsi tra padri e figli, di riconoscere nelle piazze non un problema di ordine pubblico da archiviare in fretta, ma una domanda di senso e di futuro che attende una risposta vera.

Se guardiamo oltre le Alpi, in Francia, la protesta riesce quasi sempre a farsi linguaggio comune: le piazze uniscono generazioni e categorie diverse attorno a obiettivi chiari, costringendo la politica a una sintesi e a un ascolto concreto. In Italia, invece, cadiamo spesso nella tentazione del frazionamento. Anche davanti al disagio più autentico, finiamo per dividerci, lasciando che sigle sindacali e apparati corrano a mettere il cappello su movimenti nati spontaneamente, quasi a voler recintare e addomesticare quell’energia. Ma finché ciascuno si limiterà a curare il proprio orticello e a difendere il proprio spazio, non andremo lontano.

È in questa frammentazione che nasce il cortocircuito generazionale a cui assistiamo. Non abbiamo visto arrivare il malessere dei più giovani, o forse abbiamo preferito non vederlo, e oggi cadiamo nell’errore più facile: giudicarli senza ascoltarli. Etichettarli come sprovveduti significa lasciarli soli, consegnando il loro idealismo nelle mani dei cattivi maestri e di quella minoranza di violenti e saccheggiatori che, da sempre, si infila nelle manifestazioni solo per innescare il caos. Eppure i ragazzi hanno dimostrato una maturità che li precede: hanno saputo distinguersi e isolare chi cercava solo il pretesto per la devastazione, difendendo la limpidezza delle proprie ragioni.

A volte viene da pensare che serva anche un pizzico di fortuna per attraversare indenni la propria gioventù, con tutto il carico di slancio e fragilità che comporta; ma è proprio in quegli anni che si possiede la forza pura per agire e immaginare il nuovo, prima di venire assorbiti dalle abitudini di un sistema stanco. Fanno bene a far sentire la loro voce. Anzi, forse dovremmo avere noi adulti il coraggio di fare un passo verso di loro: scendere in strada al loro fianco, creare uno spazio di incontro capace di proteggere il loro entusiasmo, disarmando con la presenza e con il dialogo chi vorrebbe strumentalizzarli.

Condannare o liquidare le piazze è molto più semplice che dare risposte qui e ora. Non bastano più i “tavoli di confronto”, formule che troppo spesso servono solo a diluire i problemi nel tempo senza affrontarli. Come ci ricorda con lucidità il professor Mauro Magatti, il vecchio modello si è inceppato: il sistema su cui abbiamo poggiato per decenni non regge più e chiede di essere ripensato dalle fondamenta. Cos’altro deve accadere per prenderne atto e quindi prenderne cura?

È il momento che ciascuno faccia la propria parte in un nuovo patto tra generazioni. L’Italia ha bisogno di uscire dalla miopia di un’economia della sopravvivenza, fatta di rendite e difese corporative, per aprirsi finalmente a un’economia dell’investimento e della fiducia. A partire dalle grandi ricchezze private, che possono e devono rimettersi in circolo per generare opportunità, lavoro e dignità. Ascoltare i giovani oggi, incontrarli senza pregiudizi e prendersi cura del loro domani che è già presente non è una concessione: è l’unico modo che abbiamo per rimettere in moto l’Italia, congelata dalla natalità a zero e da una popolazione condannata ad essere sempre più anziana. E quindi, debole.

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