vaccino

  • Appello dei Veterinari di tutta Europa: vaccinateci!

    Riceviamo e pubblichiamo il comunicato diramato dall’Associazione Nazionale dei Medici Veterinari Italiani 

    ANMVI: I Medici Veterinari sono una barriera sanitaria. Vaccinarli è una priorità di sanità pubblica che nessun piano può trascurare

    (Cremona 1 febbraio 2021) – I Veterinari di tutta Europa stanno sollecitando le autorità nazionali ed europee ad includerli fra le categorie prioritarie da vaccinare contro il virus SARS CoV-2. ANMVI aderisce all’appello internazionale lanciato oggi dalla Federazione dei Veterinari Europei (FVE).

    Perché vaccinare i veterinari – Vanno protette le attività essenziali esercitate dalla Veterinaria, ovvero:

    – supporto diretto alle aziende zootecniche e alimentari;

    – continuità di approvvigionamento alimentare sicuro e sufficiente;

    – attività nei macelli e degli stabilimenti di trasformazione, riconosciuti come “hotspot” COVID, cioè particolarmente vulnerabili;

    – garanzia di salute e il benessere degli animali da compagnia che svolgono un ruolo importante nel sostenere il benessere fisico e mentale dei loro proprietari durante la pandemia.

    Esposizione critica- La FVE evidenzia che la professione veterinaria ha messo in atto importanti misure di gestione del rischio durante la pandemia (distanza fisica dai clienti, protezione dello staff, ecc.) ma anche la difficoltà che l’adozione di queste precauzioni può comportare nello svolgimento di attività pratiche (come maneggiare animali ed eseguire procedure mediche) e l’esposizione potenziale a persone infette, “nonché ad alcune specie animali che sappiamo possono essere infettate da COVID”- avverte la FVE.

    Vaccini e ricerca grazie a Veterinari– I laboratori veterinari eseguono i test COVID, i veterinari fanno parte dei comitati consultivi COVID dell’UE e di alcuni Paesi, fanno anche parte della missione dell’OMS in Cina per investigare sull’origine della pandemia.  I veterinari sono fondamentali per la ricerca, lo sviluppo e la fornitura di medicinali e vaccini, compresi i vaccini contro COVID-19- fa notare la FVE. Molte delle principali aziende che hanno un vaccino COVID sul mercato sono guidate da veterinari.

    Condividendo l’iniziativa, l’ANMVI torna a sollecitare le autorità nazionali, il Ministro della Salute Roberto Speranza, il Presidente delle Regioni Stefano Bonaccini e il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, che nei giorni scorsi aveva promesso il proprio interessamento, in risposta ad una lettera del Presidente ANMVI Marco Melosi. I Medici Veterinari, non va dimenticato, sono una barriera sanitaria tra Animali e Persone che impedisce la trasmissione di malattie.

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

  • Piano vaccinale: il “miracolo italiano”

    Ricapitolando: nel periodo intercorso tra le ipotesi delle prime risposte vaccinali alla pandemia proposte dalle case farmaceutiche internazionali alla disponibilità effettiva dei vaccini il governo attuale non ha ancora allestito un piano vaccinale.

    Attualmente vengono vaccinati 15.222 persone al giorno: con questo ritmo saranno necessari dieci (10) anni per vaccinare tutti gli italiani. Viceversa, l’obiettivo di vaccinare 458.000 persone alla settimana definito dal governo Conte porta a tre (3) gli anni necessari per la vaccinazione dell’intera popolazione.

    Ora questi numeri potranno sembrare assolutamente indicativi e probabilmente lo sono anche.

    Da un governo, tuttavia, qualsiasi sia  l’orientamento politico si dovrebbe pretendere che tra la fine di ottobre e dicembre si adoperasse per l’allestimento di un piano vaccinale puntuale e già reso operativo in attesa dei vaccini. Si è pensato, invece, al cashback che verrà finanziato per di più con il recovery fund, esattamente come il bonus casa (mentre il recovery fund nasce con l’obiettivo di finanziare investimenti strutturali che si trasformino in fattori economici competitivi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-liberta-europea-ed-il-sovranismo-del-governo-conte/).

    Ancora oggi non risultano individuate le strutture idonee per una vaccinazione massiccia e veloce. Si è preferito riporre tutta l’attenzione nell’allestimento narcisistico di 1500 “Primule” all’interno delle piazze italiane esaltandole come la risposta “creativa italiana” ad una domanda potenziale di logistica straordinaria (https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-1-500-primule-il-fiore-del-delirio-italico/) mentre in  Germania, già  da novembre, venivano allestiti interi padiglioni di strutture fieristiche che permettessero in modo pragmatico l’accesso al vaccino al maggior numero di persone all’interno di strutture coperte.

    Questo nuovo disastro organizzativo, l’assenza di un piano vaccinale, rappresenta l’ennesima conferma di una incapacità di una qualsiasi visione prospettica espressione di scelte e di priorità molto lontane da una elementare tutela della  salute pubblica.

    Il “miracolo italiano” assume i connotati di questo governo che esce dalla semplice manieristica divisione tra strategie politiche di sinistra o di destra, entra, invece, con pieno merito nel novero delle espressioni più cristalline della assoluta incapacità propria e della maggioranza parlamentare che lo sostiene.

  • Le 1.500 primule: il fiore del delirio italico

    Ormai sembra imminente l’avvio della campagna di vaccinazione tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. I vaccini a disposizione cominciano ad essere più di uno ma, in attesa delle autorizzazioni della statunitense FDA e della Europea Ema, i singoli paesi si attivano al fine di individuare i luoghi ed allestire le strutture all’interno delle quali questa complessa operazione di vaccinazione di massa risulterà gestibile.

    In questo senso giova ricordare come le prime categorie che verranno vaccinate saranno sicuramente le persone anziane per tutelare le quali in questa operazione viene richiesta un’alta attenzione sotto il profilo dei tempi di attesa e della accessibilità alle strutture.

    In questo senso, allora, ad Amburgo, in Germania, si stanno allestendo già da un mese, all’interno della struttura fieristica, dei padiglioni nei quali vengono allestite le strutture idonee per la vaccinazione anti covid.

    Una scelta intelligente perché permette a tutte le numerose persone in attesa della vaccinazione di restare all’interno di una struttura coperta, magari fornite di posti a sedere, in considerazione anche delle categorie che per prime riceveranno questo vaccino, cioè le più esposte e più anziane.

    Un esempio, quindi, di polo vaccinale funzionale anche perché è raggiungibile con estrema facilità utilizzando la metro o con auto private usufruendo dei grandi parcheggi disponibili.

    Il governo tedesco ha già raggiunto un accordo con gli istituti federali da oltre un mese per la realizzazione di circa sessantasei (66) strutture simili a questa di Amburgo le quali possono assicurare singolarmente fino a 7.000 vaccinazioni giornaliere.

    Anche il nostro Paese, con estremo ritardo unito ad una insopportabile lentezza, sta ponendo le basi per la realizzazione di una “lucida” strategia sanitaria, espressione della vision logistica ed operativa del commissario Arcuri e dall’architetto Boeri. Ai padiglioni fieristici germanici già strutturati, corretta e valida conferma del pragmatismo tedesco, il nostro governo per mano di Arcuri e Boeri propone millecinquecento (1.500) “creative” tensostrutture a forma di primula da realizzare nelle città italiane. Non sazi della manifestazione della italica sintesi di creatività ed innovazione questi centri vaccinali verranno realizzati all’interno delle piazze cittadine, magari all’interno delle Ztl e forse anche in isole pedonali. Nei nostri centri storici quindi, che risultano piuttosto impermeabili alle persone che rappresentano le categorie per prime interessate dalla vaccinazione non esistendo servizi pubblici adeguati e neppure parcheggi per i familiari che li volessero accompagnare.

    E questa rappresenta la prima grande differenza con la scelta del governo di Angela Merkel. All’interno di queste strutture a Primula, poi, verranno organizzate le vaccinazioni. Questo determina la necessità di allestire 1500 catene del freddo per mantenere alla temperatura indicata il vaccino. Sotto il profilo della strategia logistica un suicidio annunciato che prevede una gestione estremamente complessa. Viceversa in Germania queste catene del freddo al massimo saranno sessantasei come i centri vaccinali. Ecco individuata la seconda grande differenza operata dal governo italiano rispetto alle scelte della Repubblica federale tedesca.

    Senza dimenticare come all’interno di un padiglione fieristico le migliaia di persone che giornalmente si recheranno all’appuntamento con il vaccino potranno usufruire di posti a sedere all’interno della struttura fieristica. Una possibilità assolutamente esclusa con la ridicola superficie offerta dalle “primule” ideata al netto delle esigenze delle persone e del loro complicato accesso.

    Solo in Italia una situazione emergenziale viene sfruttata per offrire una visibilità creativa a danno dell’aspetto funzionale e nello specifico dei cittadini. Solo in Italia.

  • Quanto dura l’efficacia del vaccino?

    In questi giorni si sono scatenate incomprensibili reazioni e polemiche dopo le dichiarazioni del Prof. Andrea Crisanti che aveva affermato, dopo le tante e diverse notizie sui vari vaccini, che si sarebbe vaccinato solo a fronte di dati certi. Lo stesso professore, in una lettera al Corriere del 23 novembre, rimarcava che le aziende produttrici dei vaccini al momento non hanno ancora fornito una adeguata informazione alla comunità scientifica. Dei vaccini, per quanto ne possiamo sapere dagli articoli e dalle dichiarazioni, conosciamo solo che avranno più o meno una efficacia uguale o superiore al 95% e che, presumibilmente, secondo le dichiarazioni del governo italiano, ne arriveranno, a gennaio, dosi sufficienti almeno per il personale sanitario, il resto della popolazione a seguire nel tempo.

    Ci è stato detto che gli effetti collaterali sono poco rilevanti ma senza dirci quali essi possano essere. Sappiamo invece, con certezza, che vi è stata una forte speculazione di borsa, non solo da parte delle case farmaceutiche che hanno individuato i vaccini. Quello che nessuno ci ha detto è se questi vaccini, come è presumibile, rientrano nella fascia dei vaccini che devono essere ripetuti, come accade per quelli dell’influenza. Per ovvie ragioni di tempo, il tempo necessario a vedere i risultati almeno a media distanza, nessuno ha potuto e può dirci quale sarà la validità temporale di questi vaccini. Tenuto conto che chi ha fatto il covid ha anticorpi di protezione efficaci solo per pochi mesi (non si è ancora potuto scientificamente provare quanti mesi e sembrerebbe che anticorpi ed eventuale temporanea immunità variano da persona a persona) è forse previsto di fare e rifare il vaccino in continuazione?

    Mentre continua il martellamento, politico e mediatico sui vaccini promettendo dosi che, comunque, saranno per molti mesi assolutamente insufficienti, vorremmo sapere a che punto è lo studio per un vaccino che immunizzi per sempre, come accade per quello della poliomielite ed altri vaccini obbligatori nell’infanzia.

    Che a problemi urgenti si debba cercare di dare risposte rapide è ovvio, capiamo che non tutto si può fare ma continuiamo a non capire perché si vuole dare tanta risonanza a qualcosa che, in pratica, non è ancora assolutamente certa e, in ogni caso, non risolutiva per tutti e neppure per sempre. Si ha la netta sensazione che tutti gli annunci ed i dibattiti sull’arrivo imminente dei vaccini abbiano come prima utilità quella di tenere sedata, distratta la popolazione rispetto ai gravi errori commessi, a quelli che si continuano a commettere ed alla realtà che alcuni scienziati hanno avuto il coraggio di dire, e che cioè dovremo ancora per lungo tempo abituarci a convivere con il covid. Di conseguenza dovrebbe essere definitivamente arrivato il momento di abbandonare chiacchiere ed annunci: la comunità scientifica si assuma l’onere della ricerca e della giusta e corretta informazione e la politica il compito di ragionare, seriamente e collettivamente, sul nuovo modello di società e di sviluppo che la nuova realtà ci costringe a realizzare.

  • Gli annunci di Pfizer e Moderna spostano i trend delle Borse

    L’annuncio a pochi giorni di distanza prima di Pfizer e poi di Moderna in merito alla predisposizione di due vaccini efficaci almeno al 90% contro il coronavirus ha ridato entusiasmo ai mercati. La possibilità concreta a breve termine di contrastare la pandemia significa infatti che l’ondata in corso può essere contenuta ed eventuali ondate successive potranno essere ancor più circoscritte se non prevenute. In soldoni, i mercati si attendono meno lockdown e un ritorno alla normalità per quanto riguarda lo svolgimento delle ordinarie attività, anche economiche. E questo non può che innescare un trend rialzista dei listini.

    Il 9 novembre l’annuncio di Pfizer ha entusiasmato soprattutto l’Europa (+4,6% contro il +1,13% dell’indice americano S&P 500). Analogamente, l’annuncio di Moderna il 16 novembre è valso un +1,98% per la Borsa di Milano, +1,70% per quella di Parigi, +1,64% per quella di Londra e + 0,52% per quella di Francoforte (dove il titolo Moderna ha chiuso in rialzo del 7,9% a 82 euro), mentre negli States l’indice Standard & Poor’s ha guadagnato l’1,04% e il Nasdaq lo 0,69% (qui il titolo Moderna ha registrato un incremento intorno all’8%, a quota 96 dollari).

    Sostanzialmente, i mercati sono tornati ai livelli di ottobre, quando ci si attendeva ancora la seconda ondata pandemica, poi effettivamente giunta con conseguente rallentamento anche delle attività economiche. Osservando più analiticamente i mercati stessi, si nota che la speranza di vincere la battaglia contro Covid-19 appare in grado di ridare fiato ai titoli ciclici, a discapito del comparto tecnologico, che maggiormente aveva beneficiato del lockdown. Si tratta di un elemento molto importante in chiave prospettica, guardando cioè al 2021. Per tutto l’anno corrente, caratterizzato dal blocco dovuto alla pandemia, i titoli tecnologici Usa sono stati il motore della ripresa, ma ora la prospettiva di un vaccino sta spingendo i flussi verso altri settori, come quelli ciclici, che hanno ancora strada da fare per recuperare le valutazioni pre-Covid.

    Finché il mondo appariva sotto lo scacco del virus le attività economiche tradizionali, diversamente dalle imprese digitali, pativano prospettive di recessione, crollo del settore immobiliare, calo dei prezzi petroliferi, ridotti margini di profitto dovuti a bassi tassi di interesse. E infatti dall’inizio del 2020 il comparto growth è cresciuto di oltre il 25% mentre quello value si è contratto di oltre il 7%. Nel momento in cui appare possibile ‘armarsi’ per respingere l’offensiva di Covid-19, si torna a intravedere la possibilità di produrre e consumare come un tempo. In questo quadro, le aziende digitali appaiono costose e sopravvalutate quanto a prospettive di crescita. E infatti all’affiorare di una speranza non irrealistica di poter tornare a incontrarsi dal vivo e non solo online chiusi in casa propria, i titoli petroliferi sono stati tra i più performanti in Borsa (lunedì l’annuncio di Moderna ha fatto crescere Eni del 5% a Piazza Affari), mentre Zoom il 9 novembre (all’annuncio di Pfizer) ha perso il 17%.

    “I guadagni di oggi sono dei titoli non tecnologici, ovvero di quelli che erano stati penalizzati dal Covid. Da inizio anno i titoli tecnologici hanno guadagnato circa il 40%, mentre il resto dei mercati era morto, inclusa la Borsa Usa se si esclude la tecnologia. Se guardiamo a ciò che è accaduto dopo la notizia dell’arrivo di un vaccino notiamo che a festeggiare è l’economia tradizionale, e non quella tech” ha osservato lunedì 16 Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, rimarcando anche che “l’economia del Vecchio continente ha molti meno titoli tecnologici di quella statunitense, è un’economia di composizione più tradizionale”.

  • La Commissione europea indica i principali passi per garantire l’efficacia delle strategie di vaccinazione e della diffusione dei vaccini

    La Commissione europea si sta adoperando per garantire l’accesso a vaccini sicuri in tutta Europa incoraggiando un approccio coordinato per definirne le strategie di diffusione. In occasione della discussione dei leader dell’UE propone i possibili gruppi prioritari ai quali somministrare il vaccino in un primo tempo e presenta gli elementi chiave che gli Stati membri dovrebbero prendere in considerazione per le loro strategie di vaccinazione contro la COVID-19, così da preparare l’Unione europea e i suoi cittadini al momento in cui sarà disponibile un vaccino sicuro ed efficace.

    Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Un vaccino sicuro ed efficace è la nostra arma migliore per sconfiggere il coronavirus e tornare alla vita normale. Ci siamo fortemente impegnati per concludere accordi con le aziende farmaceutiche e garantire un determinato numero di dosi in futuro. Ora dobbiamo assicurarci che l’arrivo di un vaccino ci trovi pienamente preparati a diffonderlo. La nostra strategia di vaccinazione aiuta i paesi dell’UE a predisporre le loro campagne di vaccinazione, ossia a stabilire quali siano i gruppi prioritari, come garantire una distribuzione equa e come proteggere i più vulnerabili. Se vogliamo che la vaccinazione sia efficace dobbiamo prepararci adesso.”

    In linea con la strategia dell’UE sui vaccini del 17 giugno, la Commissione europea e gli Stati membri stanno garantendo la produzione di vaccini contro il COVID-19 attraverso accordi preliminari di acquisto con i produttori di vaccini in Europa. Qualsiasi vaccino dovrà essere autorizzato dall’Agenzia europea per i medicinali secondo standard di sicurezza ed efficacia verificati regolarmente. Gli Stati membri dovrebbero ora iniziare a elaborare una strategia di vaccinazione comune per la diffusione dei vaccini.

    Gli Stati membri dovrebbero garantire tra l’altro: la capacità dei servizi di vaccinazione di somministrare i vaccini per la COVID-19, anche in termini di forza lavoro qualificata e di dispositivi medici e di protezione; un accesso ai vaccini agevole e dal costo contenuto per le popolazioni destinatarie; la diffusione di vaccini con caratteristiche ed esigenze di stoccaggio e trasporto diverse, in particolare in termini di catena del freddo, capacità di trasporto refrigerato e capacità di stoccaggio; una comunicazione chiara sui benefici, i rischi e l’importanza dei vaccini contro la COVID-19 per rafforzare la fiducia del pubblico.

    Tutti gli Stati membri avranno contemporaneamente accesso ai vaccini contro il COVID-19 in base al numero di abitanti. Durante le fasi iniziali di diffusione e prima che la produzione possa essere incrementata, il numero complessivo di dosi di vaccino sarà limitato. La comunicazione fornisce pertanto esempi di gruppi prioritari (non elencati in ordine di priorità) che i paesi dovrebbero prendere in considerazione quando i vaccini contro la COVID-19 saranno disponibili, tra cui: operatori sanitari e delle strutture di assistenza a lungo termine; persone di età superiore a 60 anni; persone particolarmente a rischio a causa delle loro condizioni di salute; lavoratori essenziali; persone impossibilitate a osservare il distanziamento sociale; gruppi socioeconomici più svantaggiati.

    In attesa dell’arrivo di vaccini approvati contro il COVID-19, salvaguardando nel contempo la continuità di altri tipi di servizi e programmi essenziali di assistenza sanitaria e di sanità pubblica, l’UE deve continuare a contenere la trasmissione del virus. Tale obiettivo può essere conseguito tramite la protezione dei gruppi vulnerabili e assicurandosi che i cittadini aderiscano alle misure di sanità pubblica. Fino a quel momento, e molto probabilmente anche durante le prime fasi di introduzione della vaccinazione, le misure di mitigazione, quali il distanziamento fisico, la chiusura dei luoghi pubblici e l’adattamento dell’ambiente di lavoro, continueranno a essere il principale strumento di sanità pubblica per il controllo e la gestione dei focolai di COVID-19.

     

  • L’ANMVI chiede che i Veterinari rientrino fra le categorie ad accesso garantito: esercitano una professione sanitaria, essenziale, esposta al pubblico.

    (Cremona 4 settembre 2020) – Il Presidente dell’ANMVI, Marco Melosi, chiede l’accesso al vaccino contro il virus Sars Cov-2 per i Medici Veterinari. Dopo l’intervento in Senato del Ministro Roberto Speranza, l’Associazione ha manifestato “vivo apprezzamento per l’importante svolta nella lotta alla pandemia in corso”. “In fase di distribuzione – ultimate le fasi di sviluppo dei vaccini e accertate le prerogative di sicurezza e di efficacia- ci preme raccomandare i Medici Veterinari nel novero delle categorie a cui garantire l’accesso alla vaccinazione”- scrive il Presidente dell’ANMVI al Ministro.
    La lettera ricorda che in quanto professionisti sanitari, i Medici Veterinari – e in particolare i liberi professionisti (Codice Ateco 75)- rientrano fra le categorie essenziali, continuativamente in esercizio, e sono esposti al contatto con il pubblico.
    Anche in virtù della consistente quota di popolazione con animali da compagnia (oltre il 40% delle famiglie italiane convive con un cane e/o un gatto), “riteniamo strategica per il Paese una protezione vaccinale anti-COVID-19 per i Medici Veterinari”- scrive Melosi. Le modalità suggerite dall’ANMVI sono le stesse già previste per la vaccinazione influenzale (cfr circolare ministeriale “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021”) che viene stagionalmente “raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente”.

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

     

  • In Europa allo studio oltre 20 vaccini per il coronavirus

    Sono oltre venti i candidati europei alla realizzazione del vaccino contro il Sars-Cov2, e tre di questi già nella fase di sperimentazione sugli esseri umani. Il più avanzato al mondo finora in questa fase di test continua ad essere il vaccino di Oxford, realizzato in tandem con l’azienda Advent-Irbm di Pomezia. A breve saranno diffusi i risultati della fase 1 della sperimentazione, arrivata già alla fase 3 su 10 mila persone. Intanto il gruppo di Tubinga CureVac ha ottenuto l’ok per iniziare i test clinici su candidati volontari, dopo che il ministero dell’Economia ha reso noto che lo Stato ha fatto il suo ingresso nell’azienda con una partecipazione di 300 milioni di euro. E sempre questa settimana partiranno i test clinici sul prototipo di vaccino sviluppato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra, il secondo trial più avanzato fra quelli in via di sperimentazione nel Regno Unito. Che in totale coinvolgerà per il momento 300 volontari, tra i 18 e i 70 anni, per valutare gli eventuali effetti collaterali, le possibili controindicazioni, la risposta immunitaria. Al lavoro sul vaccino anche gli italiani, oltre all’azienda di Pomezia, con la presenza di ReiThera, l’Università di Trento con BiOMViS, e Takis. In fase di sperimentazione avanzata (fase1/2) sugli esseri umani anche la tedesca BioNTech/Fosun Pharma/Pfizer.

    La corsa al vaccino contro Covid-19 vede impegnato tutto il mondo scientifico, dalla Cina, agli Stati Uniti, al Canada, alla Corea. Ma il fronte europeo è ben rappresentato anche quantitativamente e i laboratori sono al lavoro notte e giorno, pure dove la sperimentazione è ancora in fase pre-clinica. Come alla Adapt Vac nei Paesi Bassi, la Sanofi in Francia, la AJ danese, la Janssen belga, il Karolinska Institute con Cobra Biologics in Svezia. Grande impegno anche in Spagna, uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia, dove stanno testano il vaccino alla IDIBAPS-Hospital Clinic e al Centro Nacional Biotecnologia.

    All’imponente attività di ricerca concorrono praticamente tutti i giganti della farmaceutica, proprio quelli che potranno poi garantire le strutture industriali per la produzione del vaccino che tutto il mondo chiede. Le vie scientifiche seguite dai ricercatori non sono naturalmente tutte uguali: alcuni utilizzano il codice genetico necessario dalle cellule umane per la sintesi di un antigene virale, mentre altri, come nel caso del vaccino Oxford, usano l’adenovirus, che causa il raffreddore, ed è capace di trasportare nelle cellule un gene sintetico.

  • L’Oms testa in tre Paesi africani un vaccino contro la malaria

    Questo mese in Malawi è stata avviata una vaccinazione su larga scala per proteggere centinaia di migliaia di bimbi, nell’ambito di un progetto pilota dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) partito nelle scorse settimane, anche in Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno. La malaria colpisce circa 219 milioni di persone ogni anno, soprattutto in Africa, e ne uccide 435.000, tra cui ben 250.000 bimbi sotto i 5 anni, ovvero uno ogni due minuti.

    Il lancio del primo e, finora, unico vaccino dimostratosi in grado di offrire una protezione parziale contro la malaria, è “un momento storico nella lotta a uno dei principali killer dei bimbi africani”, secondo le parole di Pedro Alonso, direttore del Programma Globale dell’Oms per la Malaria. Un momento frutto di un percorso iniziato oltre trenta anni fa, nel 1987. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo, tra il 2009 e il 2014, il vaccino RTS,S è stato testato in uno studio di fase 3 su migliaia di bimbi, dimostrandosi in grado di prevenire 4 casi su 10 di malaria e un terzo dei casi più gravi, con riduzioni significative di ricoveri e trasfusioni di sangue.

    Nel 2015 l’Agenzia europea per i farmaci (Ema) ha emesso parere scientifico positivo e nei test clinici su larga scala che hanno coinvolto migliaia di bambini africani il vaccino è stato generalmente ben tollerato. Ora l’avvio di un programma pilota permetterà di evidenziare dati in grado di influenzare le raccomandazioni politiche a un uso più ampio. Coordinato dall’Oms, vede la collaborazione di numerosi partner internazionali, tra cui GSK (lo sviluppatore e produttore di vaccini) che donerà a 10 milioni di dosi. A finanziare il progetto, una collaborazione tra GAVI Alliance (Alleanza globale per i vaccini), Unitaid e il Fondo globale per la lotta a Aids, tubercolosi e malaria. I Paesi pilota coinvolti, Ghana, Kenya e Malawi sono stati selezionati sulla base di criteri chiave come la presenza di sistemi di vaccinazione ben funzionanti.

    Il programma riguarderà aree con trasmissione della malaria moderata-alta, in cui il vaccino può avere il maggiore impatto.   Qui sarà somministrato ai bimbi in 4 dosi: 3 dosi tra 5 e 9 mesi di età e la quarta a 2 anni. Tuttavia, ricorda l’Oms in vista del World Day, l’immunizzazione andrà ad aggiungersi, e non potrà sostituirsi, alle armi oggi in uso e che hanno permesso di fare ampi progressi: ovvero zanzariere imbevute di insetticidi, spray repellenti, disinfestazioni, diagnosi tempestiva e trattamento con antimalarici.

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