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Il Ponte sullo Stretto ha quasi 60 anni. Come idea

La prima legge che ipotizzò il Ponte sullo Stretto fu approvata il 27 marzo 1968 e prevedeva uno stanziamento di 700 milioni di lire per un concorso internazionale di idee da tenersi entro marzo 1969 che registrò 143 partecipanti (e 6 vincitori ex aequo). Il 17 dicembre 1971 fu approvata per legge la creazione di una società pubblica per realizzare un «attraversamento stabile» del braccio di mare fra Scilla e Cariddi. La società arrivò soltanto nel 1981, con una quota del 51% in mano all’Iri e poi all’Italstat. Il presidente dell’Iri Romano Prodi, il 7 settembre 1985, annunciò a Panorama: «I lavori del ponte cominceranno al più presto», ma Prodi farà in tempo a divenire premier nel 1996 e a lasciare Palazzo Chigi al rivale già sconfitto, Silvio Berlusconi, prima che il ministro delle Infrastrutture di quest’ultimo, Pietro Lunardi, dica che i cantieri saranno aperti «nel primo semestre 2004». Dopo quasi cinque anni, quanto occorre per appaltare i lavori a un consorzio guidato da Impregilo, la firma del contratto per la realizzazione del collegamento arriva, il 27 marzo 2006, due settimane prima che Prodi vinca di nuovo le elezioni politiche e blocchi, come promesso in campagna elettorale, i lavori. Nel balletto tra Prodi e Berlusconi al governo e tra sì e no al ponte, tocca al nuovo ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, governo Berlusconi, dire che i lavori inizieranno nel 2009 e che «il ponte non ci costa una lira perché si fa tutto in project financing. Come previsto», preciserà ancora Matteoli nel 2011, «dal piano finanziario allegato al progetto definitivo». Il progetto definitivo arriva però al tramonto dell’ultimo governo Berlusconi ed il subentrato governo d Mario Monti revoca il contratto con il general contractor. Il successivo governo, guidato da Enrico Letta mette poi in liquidazione la società Stretto di Messina entro il termine tassativo di solo anno. Vincenzo Fortunato, abilissimo ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti e Antonio Di Pietro, impiega però dieci a portare a termine la liquidazione, e nel settembre 2022 il governo Meloni non deve far altro che riattivare la società concessionaria per rimettere in moto il progetto del ponte. A quel punto la Corte dei conti obietta però che non si possa considerare valido un contratto aggiudicato vent’anni prima all’equivalente di 5,6 miliardi e salito nel frattempo (delibera Cipess) a 10,5 miliardi, con un aumento reale dell’87,5%, visto che le regole Ue recepite dall’Italia impongono una nuova gara in caso di incrementi superiori al 50%.

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