e-commerce

  • L’e-commerce si prepara a rivolgersi ad acquirenti che affidano i propri acquisti all’intelligenza artificiale

    L’e-commerce si sta predisponendo a raggiungere l’intelligenza artificiale attraverso offerte e proposte rivolte a clienti che svolgono le loro ricerche facendosi assistere dall’IA. Si chiama agentic commerce, e a osservarne l’evoluzione è Nextools, azienda tecnologica italiana le cui app e soluzioni per Shopify sono utilizzate da oltre 10.000 merchant nel mondo, tra cui alcuni dei maggiori brand dell’e-commerce internazionale. Nextools rileva un passaggio chiaro: i negozi online devono iniziare a progettare per due interlocutori, gli esseri umani e gli agenti che li rappresentano. Per i brand significa un altro modo di essere scoperti, un nuovo canale di vendita e un nuovo punto di contatto attraverso cui costruire valore.

    Il cambiamento è già in corso. Shopify rende disponibili i cataloghi dei merchant nei canali AI attraverso gli Agentic Storefronts, mentre OpenAI sviluppa esperienze di ricerca e confronto basate su informazioni di prodotto aggiornate. Le modalità di acquisto variano da una piattaforma all’altra, ma la conversazione è già una porta d’ingresso al commercio.

    E il fenomeno va oltre lo shopping. Esistono già ambienti digitali progettati intorno agli agenti come utenti attivi. Moltbook si presenta come un social network nel quale gli agenti AI pubblicano, discutono e votano i contenuti, mentre gli esseri umani sono invitati a osservare. Skills.sh, introdotto da Vercel, raccoglie invece competenze riutilizzabili: pacchetti di istruzioni e risorse che possono essere individuati e installati per ampliare le capacità operative degli assistenti.

    Sono esperienze diverse, ma mostrano un passaggio comune: il web sta accogliendo software che interagiscono con altri software e utilizzano risorse pensate per loro. Le persone continuano a crearli, configurarli e supervisionarli; gli agenti diventano destinatari diretti di contenuti, strumenti e servizi.

    Secondo Nextools, gli acquisti quotidiani, ricorrenti e di basso importo saranno uno dei terreni più favorevoli alla delega: prodotti per la casa, consumabili, ricambi e articoli già acquistati. Situazioni nelle quali il consumatore conosce il risultato che desidera e può trovare utile affidare a un assistente il lavoro necessario per ottenerlo. La delega potrà assumere forme diverse: una selezione da valutare, un carrello da approvare oppure un riordino autorizzato entro limiti di spesa e preferenze prestabilite.

    Nei test interni condotti da Nextools, il 79% degli agenti AI osservati ha raggiunto direttamente la scheda prodotto, senza passare dalla homepage. Il risultato è riferito alle condizioni dei test, ma suggerisce una conseguenza concreta: ogni scheda prodotto può diventare il primo incontro con il brand. Deve quindi saper reggere quel primo incontro. Presentare l’offerta, spiegarne il valore e fornire le informazioni necessarie per valutarla, anche senza aver visitato altre sezioni del sito.

    Un esempio: un cliente cerca una cartuccia per la propria stampante. Una descrizione come “compatibile con i principali modelli” lascia aperta una verifica decisiva. Un elenco preciso dei dispositivi supportati permette all’assistente di valutare l’idoneità del prodotto. Lo stesso vale per una consegna entro una certa data o per un materiale richiesto espressamente dal consumatore. Anche il branding si estende. Design, immagini e tono di voce continuano a costruire riconoscibilità e desiderio. Allo stesso tempo, qualità, provenienza, specializzazione, assistenza e servizi devono poter essere interpretati e rappresentati correttamente dagli strumenti che accompagnano la scelta. La promessa del brand deve trovare riscontro nelle informazioni sul prodotto e nell’esperienza d’acquisto. Resta poi una condizione essenziale: ciò che viene promesso durante la ricerca deve trovare riscontro nell’acquisto. Prezzi, promozioni, disponibilità, pagamenti e spedizioni devono essere coerenti lungo tutto il percorso. Se un prodotto viene proposto perché può arrivare entro venerdì, il checkout deve confermare quella possibilità.

  • Acquisti online attesi in crescita del 6% nel 2026

    Nel 2026 il valore degli acquisti online da parte degli italiani crescerà del +6% superando i 66,6 miliardi di euro. Secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano sia il settore dei servizi, che raggiunge i 24 miliardi di euro, sia l’eCommerce di prodotto, che raggiunge i 42,6 miliardi di euro, registrano una crescita del +6%. La penetrazione dell’online sul totale Retail (online+offline) nei prodotti è pari all’11,5%, quasi mezzo punto percentuale in più rispetto al 2025.
    In questo contesto, sono 35 milioni i consumatori digitali in Italia secondo le evidenze della ricerca Netcomm Netretail 2026, un dato stabile rispetto al 2025 ma che racconta la maturazione di un fenomeno diventato trasversale per età, geografie e stili di vita. In undici anni, dal 2014 al 2026, gli acquirenti online sono più che raddoppiati (+119%), e oggi l’età media di chi compra online si allinea a quella della popolazione generale (48 anni).

    Questi i principali dati presentati in occasione della plenaria di apertura della XXI edizione di Netcomm Forum – “Value Commerce: The New Era of Digital & Omnichannel Experience” – il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “Il commercio digitale italiano ha smesso di crescere per accumulazione e ha iniziato a crescere per qualità. È un mercato che si polarizza e seleziona. In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale è già una leva concreta sul lato del consumatore, dove viene utilizzata per confrontare prodotti, sintetizzare informazioni e ricevere suggerimenti personalizzati”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Sul lato delle imprese, però, il livello di adozione è ancora disomogeneo e spesso limitato a sperimentazioni, più che a integrazioni strutturali nei processi. Si parla molto di Agentic Commerce, una direzione evolutiva rilevante già in sviluppo a livello internazionale, ma non ancora pienamente operativa nel mercato italiano. Il punto oggi non è inseguire l’hype, ma prepararsi: qualità dei dati, integrazione dei sistemi e capacità di orchestrazione saranno i veri fattori abilitanti. I dati mostrano con chiarezza il tema della selezione: le imprese con e-commerce sono passate da 91.000 a 87.000 in un anno (-4,4%), segno che non basta entrare nel digitale per restarci. Più del 90% sono micro e piccole imprese, spesso con risorse limitate per sostenere investimenti continui in tecnologia, dati e competenze. Questo conferma un nodo strutturale: non è un problema di accesso al digitale, ma di capacità industriale di farlo funzionare e crescere nel tempo. Su questo terreno servono regole. L’Europa sta lavorando verso un quadro più armonizzato e Netcomm da tempo chiede condizioni competitive più eque per le nostre Pmi rispetto ai grandi player globali. Il messaggio è chiaro: il nostro mercato non è in crisi, è in selezione. Chi resta è più solido. Ma per crescere deve investire in modo consapevole su dati, AI, integrazione e relazione. È questa la direzione del Value Commerce”.
    “Nel 2026 l’eCommerce B2c consolida il proprio percorso di crescita: il valore degli acquisti online supererà i 66,6 miliardi di euro, con un incremento del +6% rispetto al 2025, seppur trattandosi di una crescita in linea con quella del biennio precedente, che conferma l’ingresso del mercato in una fase di maggiore maturità. Alcuni comparti mostrano dinamiche particolarmente vivaci, come le Assicurazioni (+11%) e, tra i prodotti, il Beauty&Pharma (+8%), con tassi superiori alla media. Altri comparti – dal Turismo all’Elettronica, dall’Abbigliamento al Food&Grocery – crescono invece in linea con il mercato”, dichiara Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – Politecnico di Milano. “In uno scenario caratterizzato da instabilità geopolitica, tensioni internazionali e criticità logistiche come il blocco dello Stretto di Hormuz, oltre che da un’evoluzione delle abitudini di consumo segnata dal calo del potere d’acquisto, la sfida per i retailer italiani non è più solo intercettare la domanda online. Diventa infatti prioritario agire su due aspetti strategici: l’efficienza dei processi — per proteggere la marginalità anche in contesti complessi — e la personalizzazione dell’esperienza cliente. Investire in integrazione omnicanale, analisi dei dati, sperimentazione tecnologica e valorizzazione dell’esperienza aiuterà a creare un Retail fatto di relazioni rilevanti e sostenibili nel tempo”. L’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenzia che nel 2026, il mercato eCommerce B2c di prodotto continuerà a crescere (circa +2,4 miliardi di euro rispetto al 2025). Nell’ambito degli acquisti di prodotto, il comparto beauty&pharma registra un incremento superiore alla media (con un tasso di crescita pari al +8%) mentre informatica ed elettronica di consumo, abbigliamento, editoria, arredamento e home living e food&grocery presentano una crescita in linea con quella del settore (con tassi compresi tra +5% e +6%). Frena la progressione del settore auto e ricambi. Per i servizi il comparto assicurazioni registra una crescita significativa e superiore alla media con un tasso di crescita dell’11%, mentre turismo e trasporti presenta un incremento in linea con quello complessivo dei servizi (+7%).

    La ricerca Netcomm NetRetail 2026 fotografa un mercato maturo e trasformato, con un numero di acquirenti online italiani stabile rispetto all’anno precedente ma cambiati nella composizione: la quota di utenti nei grandi centri urbani è in costante diminuzione, a testimonianza di come il commercio digitale si sia diffuso capillarmente anche nei centri medi e piccoli. L’ecosistema degli acquirenti si articola in cinque profili distinti: gli Abitudinari rappresentano il gruppo più numeroso (13,1 milioni, 37,4%), seguiti dai Convenience seeker (8,1 milioni, 23,1%), in crescita i Consapevoli (5,4 milioni, 15,3%) che privilegiano personalizzazione e sostenibilità, gli Informati e attivi (4,4 milioni, 12,5%) e i Digital power buyer (4,1 milioni, 11,8%).
    Il percorso d’acquisto è sempre più multi-touchpoint e guidato dall’Intelligenza Artificiale: AI e chatbot sono già un’esperienza comune in categorie come viaggi, arredamento ed elettronica, con utilizzi prevalenti nella comparazione di prezzi e prodotti (67%), nei suggerimenti personalizzati (66,8%) e nella sintesi di recensioni (61,2%). Cresce anche il peso del Retail Media: circa il 25% degli acquisti online nel triennio 2024-2026 risulta influenzato dalla pubblicità sui siti e app di vendita, con particolare efficacia nei settori servizi, salute e alimentari.
    Sul fronte dei pagamenti, il Digital Wallet si conferma lo strumento più utilizzato (33,9%), seguito dalla carta di credito (28,6%), in crescita rispetto agli anni precedenti. In raddoppio l’utilizzo dei sistemi di rateazione, mentre i pagamenti in contanti alla consegna continuano la loro discesa verso livelli marginali. La fase del pagamento risulta quella con il punteggio di soddisfazione più elevato tra tutti gli step del customer journey (8,9 su 10). Sul fronte logistico, le consegne out-of-home – ritiro in negozio, punti terzi, depositi e locker – hanno raggiunto il 21,9% del totale acquisti, più che triplicando rispetto al 7,3% del 2014, con una crescita particolarmente marcata nei centri sopra i 30.000 abitanti e nell’area metropolitana di Milano.

    L’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva. Secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm in collaborazione con Cribis, nel 2026 sono entrate nel panorama digitale quasi 22.000 nuove aziende, ma nello stesso periodo oltre 23.000 realtà attive nel 2025 non sono più online: il totale si attesta a 87.000 aziende (-4,4%), di cui oltre il 90% micro e piccole imprese. Le società di capitale sono 47.000 (54% del totale) e generano il 96,1% del fatturato complessivo; il 77,7% di esse ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media nazionale, con una rischiosità commerciale quasi dimezzata (17,2% contro 30,1%). I settori con la maggiore incidenza di e-commerce sul totale del comparto sono Cosmetica (35,3%), Giocattoli (33,5%) ed Editoria (24,7%); con una crescita dei settori Arredamento (+6,5%) e Cosmetica (+5,9%), e cali marcati dei settori Turismo (-29,7%) e Ticketing (-21,2%), che raccontano un consolidamento dei grandi player verticali a discapito delle piccole realtà.  Sul fronte della comunicazione, l’83,4% delle aziende è presente sui social media, con Instagram in forte crescita (73,8%), ma una tendenza generale a gestire due o tre social in parallelo per intercettare pubblici ampi attraverso linguaggi differenziati.

    Durante la prima giornata di Netcomm Forum è stato inoltre analizzato il settore del commercio digitale nella sua rapida transizione verso l’adozione strutturata dell’AI. Uno dei trend più significativi è l’Agentic Commerce: agenti AI che, su delega dell’utente, scoprono, negoziano e acquistano autonomamente, con alcuni player già al lavoro sulla definizione del protocollo AP2, uno standard progettato per consentire agli agenti di AI di effettuare pagamenti in modo sicuro per conto degli utenti. L’impatto sulle vendite è già misurabile: la personalizzazione 1to1 nel Grocery ha triplicato le performance rispetto agli approcci tradizionali, mentre l’AI riduce del 20-30% i costi di sviluppo prodotto in settori come Cosmetica e Chimica. Sul versante logistico, il Demand Planning basato su AI genera riduzioni degli inventari a doppia cifra mentre il packaging si trasforma con impianti 3D che costruiscono colli su misura (-32% di materiali).

  • Ampio turnover tra le aziende di e-commerce italiane

    In Italia l’e-commerce si conferma un comparto vitale ma sempre più selettivo: nel 2026 sono entrate nel panorama digitale 21.717 nuove aziende (di cui quasi 12.000 società di capitale le nuove società di capitale), ma nello stesso periodo 23.211 realtà attive nel 2025 non sono più presenti. L’analisi fotografa un totale di 87.000 aziende italiane attive nell’e-commerce, registrando un calo del 4,4% rispetto al 2025, secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, in collaborazione con Cribis – società del Gruppo CRIF che fornisce informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese. Di queste, oltre il 90% sono micro e piccole imprese. I settori più inclini alla digitalizzazione, ovvero con la maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono la Cosmetica (35,3%), l’Industria dei Giocattoli (33,5%) e l’Editoria (24,7%).

    Queste alcune delle evidenze presentate nel corso della XXI edizione di Netcomm Forum, l’evento di riferimento dell’e-commerce e Digital Retail, intitolato “Value Commerce – The New Era of Digital & Omnichannel Experience”, e realizzato con il supporto tecnico di TIG – The Innovation Group, il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “I dati dell’Osservatorio Netcomm in collaborazione con Cribis evidenziano un passaggio chiave: l’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva, in cui non conta più solo la crescita del numero di operatori, ma la sostenibilità dei modelli di business”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il saldo negativo di circa 4.000 società di capitale e la contrazione nei numeri registrata rispetto al 2025 mostrano chiaramente che il mercato sta evolvendo verso modelli di business più complessi e paradigmi differenti.  Oggi non basta essere online: è necessario sviluppare competenze, efficienza operativa e capacità di investimento per competere in un contesto sempre più complesso, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazione, fiducia e integrazione tra canali.”

    Marco Preti, amministratore delegato di Cribis riceve che “i dati dell’Osservatorio evidenziano la straordinaria vitalità delle micro e piccole imprese italiane che, in uno scenario in costante evoluzione, rappresentano il 90% del totale di aziende che sono oggi dotate di un e-commerce. A livello settoriale, è il manifatturiero a mostrare i trend di crescita più interessanti e, nello specifico, i comparti dell’arredamento, della cosmetica e dei giocattoli. Ma i dati mostrano anche un mercato sempre più competitivo e polarizzato, con un calo nel numero complessivo di quelle che hanno un canale di vendita online rispetto allo scorso anno. Per restare sul mercato, e cogliere le opportunità offerte dagli spazi virtuali, è dunque necessario rafforzare ulteriormente gli investimenti in persone e tecnologie ed ottimizzare l’attività di tutta la rete di vendita. Sia quella digitale che, dove presente, quella fisica.

    Il forte turnover del mercato – 21.717 nuovi ingressi a fronte di 23.211 uscite – è un segnale di evoluzione. Le società di capitale con e-commerce sono 47.000, pari al 54% del totale, ma generano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati e capaci di sostenere modelli di business digitali nel lungo periodo.

    Sul piano dimensionale, il riassestamento è significativo: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. L’e-commerce italiano si conferma così un ecosistema capillare e frammentato, con il 68,4% del tessuto composto da micro imprese e il 23% da piccole.

    A livello settoriale, il mercato mostra dinamiche opposte. Crescono i comparti dell’Arredamento (+6,5%), della Cosmetica (+5,9%) e dei Giocattoli (+4,5%), mentre registrano cali marcati il Turismo (-29,7%), il Ticketing (-21,2%) e l’Editoria (-11,9%). Fashion e Food & Beverage restano i settori più rappresentati in valore assoluto, rispettivamente con 5.728 e 4.712 Società di Capitale attive nell’e-commerce.

    In un confronto europeo, in Italia il numero di aziende con e-commerce e la percentuale sul totale aziende (1,3%, che sale a 2,6% per le società di capitali) è simile alla Germania – che conta 89.000 aziende con e-commerce – ma inferiori ai paesi best player (2,1% in Svizzera).

    La riduzione del numero di imprese è sintomatica di uno spostamento del mercato verso paradigmi più sostenibili e competitivi. Le aziende attive mostrano infatti una solidità finanziaria superiore: nel 2024, il 77,7% delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media delle società di capitale. L’analisi evidenzia inoltre una rischiosità commerciale inferiore: solo il 17,2% delle società di capitale con e-commerce presenta una rischiosità elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale italiane che non vendono online.

    Dall’Osservatorio emerge inoltre una progressiva crescita della Digital Attitude tra le imprese italiane: nel 2026, il 24,5% delle aziende registra un livello medio-alto di maturità digitale, in aumento rispetto al 22,7% del 2025.

    Il dato più eclatante emerge però dal confronto tra modelli di business: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello di Digital Attitude elevato, contro appena il 7% delle società di capitale che non operano online: un divario che conferma come la presenza nel commercio digitale sia ormai un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale.

    Anche sul fronte dell’innovazione, il livello si attesta su standard medio-alti, con un picco nel settore dell’elettronica, dove il 47,8% delle imprese mostra una spiccata propensione tecnologica. Tuttavia, la sfida resta aperta sul fronte dell’internazionalizzazione: il 55% del campione totale presenta ancora un livello di proiezione estera basso o Medio-Basso. In questo scenario, l’Elettronica si conferma ancora una volta il comparto più dinamico e orientato ai mercati globali, vantando un tasso di internazionalizzazione alto nel 55,3% dei casi.

    In Italia, il 2,6% del totale delle società di capitali ha implementato un canale e-commerce, con una distribuzione geografica che vede in testa il Sud (31,5%), seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale, i principali hub del commercio digitale si confermano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). Sotto il profilo dimensionale, il tessuto è composto prevalentemente da Micro imprese (68,4%) e Piccole (23%). L’anzianità aziendale si attesta tra i 6 e i 25 anni: rispetto al 2025 si osserva un innalzamento dell’età media, segnale di una consolidata maturità del comparto e di una stabilizzazione delle imprese che operano nel digitale.

    Sul fronte della comunicazione, i social media sono ormai un elemento imprescindibile: l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma, in crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Sebbene Facebook resti tra i più utilizzati (pur perdendo circa 2 punti percentuali), si registra il boom di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%. L’Osservatorio evidenzia infine una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’Elettronica, Pinterest domina nell’Arredamento e X si conferma il punto di riferimento per l’Editoria.

    L’analisi delle Società di Capitale con e-commerce rivela un mercato ancora fortemente focalizzato sull’ambito nazionale: il 76,6% delle aziende offre infatti un sito in un’unica lingua, mentre solo il 16% prevede la possibilità di scelta tra due lingue.

    Emerge dai dati una progressiva diversificazione degli strumenti di pagamento, segnale di una crescente attenzione verso la customer experience. La maggioranza delle imprese (79,1%) offre oggi più di un metodo di pagamento, mentre solo il 20,8% del campione rimane ancorato a un’unica opzione. PayPal si conferma lo strumento più diffuso sia per le aziende con metodo unico sia per quelle con opzioni multiple, seguito da Un dato di rilievo riguarda l’ascesa delle soluzioni Buy Now Pay Later: nelle configurazioni con oltre 4 metodi di pagamento si segnala la forte crescita di Klarna. Analizzando la dimensione aziendale, PayPal domina tra le Micro e Piccole imprese, mentre le Grandi aziende puntano maggiormente su Carta di credito/debito e Pagamento alla consegna. Klarna trova la sua maggiore diffusione proprio tra le Micro imprese, a conferma di una forte spinta all’innovazione anche nei piccoli operatori.

    Su un totale di 87.000 realtà che hanno integrato il commercio elettronico nel proprio modello di business in Italia, ad oggi sono circa 40.000 le imprese individuali e società di persone. Anche in questo caso risentono di differenze regionali: a prevalere è il sud e le isole con il 31,2% di aziende con un e-commerce, a seguire il nord ovest con 26,3% trainato dalla Lombardia e il nord est con 21,8%. Le tre province più popolose di aziende con e-commerce sono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%). Sotto il profilo della longevità aziendale, la fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra gli 11 e i 25 anni di attività. Ciò indica una crescente maturità del settore e una stabilizzazione delle imprese che, nate in contesti tradizionali, hanno saputo consolidare la propria presenza nel digitale nel lungo periodo. Per quanto riguarda le categorie merceologiche, il mercato è dominato dal Fashion, seguito dal Food & Beverage, che si confermano i comparti trainanti per la piccola impresa italiana online.

  • Le piattaforme di e-commerce cinesi puntano sul Belpaese

    I dazi commerciali da parte degli Stati Uniti, annunciati, rimandati e alla fine imposti dal presidente Donald Trump, rappresentano un problema per l’Unione europea ma anche un’opportunità. Lo hanno ribadito in questi mesi capi di Stato e massimi rappresentanti delle istituzioni comunitarie, convinti che la chiusura dei mercati americani possa favorire nuove possibilità di sviluppo ed espansione verso altri continenti. Un discorso analogo, però, devono averlo fatto anche i manager delle più importanti compagnie cinesi di e-commerce, che vedono ora l’Europa come una nuova frontiera di sviluppo anche a causa della decisione del presidente americano di introdurre una tassa sui pacchi postali provenienti dall’estero per i prodotti di valore inferiore agli 800 euro. Tassa che al momento, sotto i 150 euro, in Europa non c’è. Per questo, giganti dell’e-commerce come Temu e Shein hanno deciso di puntare, ed investire miliardi, sul vecchio continente. Bastano pochi dati per comprendere quanto queste multinazionali possano influenzare il nostro mercato.

    Shein, fra le società leader nella commercializzazione di abbigliamento, è stata fondata a Nanchino nel 2008 ed oggi opera in oltre 100 Paesi per un fatturato che si aggirerebbe intorno ai 9 miliardi di euro nel 2023, con oltre 10 mila dipendenti. A tirare questi risultati anche le campagne pubblicitarie dirette ai più giovani, specialmente attraverso altre piattaforme come Tik Tok, sempre cinese. Fatturato ancora superiore per Temu, società che mettendo in connessione clienti e produttori offre sul proprio sito una svariata selezione di oggetti. Il gruppo fatturerebbe oltre 15 miliardi nel 2024 (anche se alcuni analisti parlano di addirittura 50 miliardi), con una crescita ingente (+24%) rispetto all’anno precedente. Questo grazie sopratutto al mercato europeo, perchè i dati mostrano come gli utenti attivi negli Stati Uniti, per entrambe le piattaforme, siano drasticamente calati tra marzo e giugno di quest’anno (-50% per Temu e -12% per Shein). “Colpa” dei dazi americani.

    Tendenza completamente opposta a quella registrata in Europa. Secondo Sensor tower, uno dei maggiori siti di analisi sui dati dei portali web, il numero di persone che hanno utilizzato l’app di Temu a giugno è aumentato del 76% in Francia, del 71% in Spagna e del 64% in Germania. Più contenuta la crescita di Shein, che nei diversi Paesi europei fa registrare una crescita fra il 13 ed il 20 per cento. Un segnale di come le due grani padrone del mercato online, insieme ad altre, molte delle quali sempre cinesi, abbiano deciso di “invadere” l’Europa. Basti pensare che Shein produce il 17,5% delle vendite nette online effettuate nel nostro Paese. Percentuale che sale addirittura 30,5% in Portogallo. Numeri che hanno portato la società a surclassare in termini di fatturato colossi europei come Zara. Non da meno Temu che in Italia, nel 2024, ha raggiunto oltre 14 milioni di utenti, quarta piattaforma di e-commerce nel Paese. Sempre nel 2024, stando a Sensor Tower, Temu sarebbe l’applicazione di shopping più scaricata al mondo.

    Un’espansione a livello globale che, nel tempo, ha fatto sorgere non pochi dubbi in merito ai profili di sicurezza di queste applicazioni per lo shopping “da casa”. Shein, dopo un ingente furto di dati nel 2018, ha subito critiche per quel che riguarda l’accessibilità e la protezione dei dati. Dubbi sui livelli di sicurezza sono arrivati anche per Shein da parte di istituzioni nazionali ed enti terzi di valutazione. Per tutte queste ragioni, e per la capillare diffusione delle piattaforme di e-commerce, l’Unione europea sta valutando misure per correre ai ripari ed evitare una vera e propria invasione di merci cinesi. Innanzitutto, come prima contromisura, la Commissione ipotizza di eliminare l’esenzione dai dazi doganali per i pacchi di valore inferiore a 150 euro, sulla strada tracciata dall’amministrazione Trump. Soprattutto perchè, sottolinea l’Ue in una recente relazione in materia, nel solo 2024 sono stati importati oltre 4,6 miliardi di articoli a basso costo. Circa 12 milioni di pacchi al giorno.

  • TrustMeUp apre agli e-commerce che scendono in campo per le donazioni “a costo zero”

    Raddoppiare il valore delle donazioni ed essere una nuova fonte di acquisizione e fidelizzazione clienti per e-commerce, creando una nuova CSR (Corporate Social Responsibility o responsabilità sociale d’impresa) condivisa che permette ai consumatori di donare-comprando “a costo zero”. È questa la proposta di TrustMeUp, l’unica piattaforma web internazionale che trasforma ogni acquisto in donazione e ricompensa ogni donazione al 100% in sconti per acquisti digitali.

    La piattaforma rappresenta una nuova frontiera dello shopping digitale dove gli e-commerce e i loro clienti vengono premiati per aver sostenuto le organizzazioni e gli enti benefici che con la loro attività fanno la differenza. I consumi, fatti in modo differente e consapevole, possono impattare positivamente sulla società e aiutare il mondo del Non Profit in maniera semplice, sostenibile e senza costi aggiuntivi.

    Tramite la piattaforma i consumatori possono donare mediamente il 15% dell’importo speso in uno dei negozi online aderenti, direttamente al momento dell’acquisto e senza costi aggiuntivi (DonaComprando). Alternativamente possono effettuare una donazione, di qualsiasi importo, a favore di un Ente Non Profit presente all’interno di TrustMeUp e trasformare lo stesso valore in uno sconto digitale, da utilizzare in seguito in uno degli e-commerce presenti (Dona-Ricevi-Compra). Il tutto sempre sicuro e trasparente grazie alla blockchain.

    Infine, TrustMeUp emetterà per conto dell’Associazione Non Profit cui è stata fatta la donazione una ricevuta valida ai fini delle detrazioni fiscali.

    Tra le 44 realtà non profit che hanno già aderito al suo modello innovativo di raccolta fondi per il Terzo Settore, la piattaforma conta associazioni come Fondazione Telethon, SOS Villaggi dei Bambini, Fondazione Albero della Vita Onlus e City Angels.

  • E-commerce e Non Profit: TrustMeUp lancia un nuovo modello di sostenibilità

    Acquisti online che si trasformano in beneficenza “a costo zero” e con la trasparenza e sicurezza della blockchain: il modello presentato da TrustMeUp è tutto questo e molto di più.

    La presentazione avverrà al Palazzo delle Stelline di Milano lunedì 8 novembre, alle ore 11, nel corso dell’evento “E-commerce e Non Profit: un nuovo modello di sostenibilità”.

    Ad aprire i lavori Carlo Carmine e Angelo Fasola, rispettivamente Presidente e CEO di TrustMeUp ed ideatori del progetto. Al loro fianco anche l’Assessore Regionale Lombardia alla Famiglia, alla Solidarietà Sociale, alla Disabilità e alle Pari Opportunità Alessandra Locatelli e il Consigliere Regionale Lombardia Max Bastoni. A moderare l’incontro il responsabile di Ansa Lombardia Vincenzo di Vincenzo che guiderà anche la tavola rotonda per approfondire come questo innovativo strumento possa essere d’aiuto sia a merchant che a enti benefici. Si parlerà inoltre dell’evoluzione del mondo dei consumi, dell’innovazione dei modelli di donazione e di CSR condivisa.

    Il dibattito sarà presieduto da Luca Gatti, Vicepresidente di SOS Villaggi dei Bambini Italia, Pietro Cau, Responsabile Corporate Fundraising di Fondazione Telethon, Nicola Ciano, Fundraising Director di Emergency e Anna De Bona, Responsabile Raccolta Fondi da Individui di Fondazione Operation Smile, in rappresentanza degli Enti Non Profit e da Mario Bagliani, Senior Partner di Netcomm Services e dall’imprenditrice Alina Quintana, fondatrice e creatrice del metodo Danza Classica No Under 40.

    Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming sul sito Ansa.it o partecipare in presenza prenotando il proprio posto qui.

  • L’editore Jeff Bezos centra il record: è il primo uomo al mondo a valere 200 miliardi

    Jeff Bezos record. Il patron di Amazon nonché editore del Washington Post è sempre più saldamente alla guida dei paperoni mondiali: ormai vale più di 200 miliardi di dollari ed è il primo al mondo a superare tale soglia. Bill Gates resta al secondo posto con i suoi 124,3 miliardi, ovvero 78 in meno rispetto a Bezos. Completa il podio – secondo il Bloomberg Billionaires Index – Mark Zuckerberg, seguito da Elon Musk, il miliardario-visionario di Tesla che vale più di 101 miliardi.

    I tesoretti stellari confermano come la Silicon Valley e i tecnologici non solo hanno navigato la pandemia da coronavirus agilmente, ma ne sono usciti rafforzati. I lockdown che hanno costretto in casa miliardi di persone nel mondo li hanno infatti favoriti, spingendoli a Wall Street dove ormai sono i protagonisti incontrastati, una sorta di ‘beni rifugio’ per sfuggire al rallentamento dell’economia travolta dal virus. E Amazon è stata una delle aziende che più ha beneficiato dell’emergenza sanitaria: gli acquisti online sono infatti schizzati facendo volare i titoli a Wall Street. Dall’inizio dell’anno hanno guadagnato l’80%, consentendo a Bezos – che controllo l’11% di Amazon – di accumulare una ricchezza senza pari e proiettandolo nell’olimpo dei paperoni, in quel circolo ristrettissimo di chi vale oltre 200 miliardi di dollari. Un club talmente esclusivo di cui al momento è l’unico membro. Un traguardo che il patron di Amazon ha raggiunto nonostante un divorzio da record, il più costoso della storia. All’ex moglie MacKenzie Scott, Bezos ha infatti dato il 25% della sua quota di Amazon: una partecipazione che ora vale 63 miliardi di dollari e con la quale Scott è divenuta da un giorno all’altro la seconda donna più ricca al mondo, dietro all’ereditiera Francoise Bettencourt Meyers, e la tredicesima in generale precedendo il patron di Zara Amancio Ortega e Jack Ma di Alibaba.

    Bezos non è comunque l’unico ad aver approfittato della pandemia. I risultati sopra le attese del secondo trimestre di Facebook hanno spinto anche Zuckerberg. Ma è Musk l’altro miliardario che più ha tratto benefici dal coronavirus: sfidando il virus, la recessione e gli analisti, Tesla ha chiuso quattro trimestri consecutivi in utile e visto la sua capitalizzazione di mercato schizzare fino a superare anche Toyota e diventare regina del mondo. Un balzo che ha arricchito Musk, in corsa per un compenso record da 2,1 miliardi di dollari.

  • Fatturato in crescita per la Casaleggio Associati: prima di coronavirus e lockdown incassati 48,5 miliardi

    Le vendite online nel 2019 in Italia hanno registrato una crescita del fatturato del 17% per un totale di 48,5 miliardi di euro. Lo riferisce il report ‘E-commerce in Italia 2020 – Vendere online ai tempi del Coronavirus’ della Casaleggio Associati, pubblicato il 19 maggio e nel quale emerge che la pandemia colpisce e modifica anche il mercato dell’e-commerce.

    Agli italiani acquistare online piace. Il 76% dei consumatori acquista da mobile, il 98% ha acquistato almeno una volta sui marketplace e oltre 31,6 milioni di persone nel 2019 hanno acquistato online da siti esteri, in particolare da Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Germania.

    Le aziende e-commerce italiane che vendono all’estero sono state il  61% (+5% dallo scorso anno), mentre il 39% vende solo in Italia. La  carta di credito è il mezzo di pagamento più diffuso (28%), seguita dai digital wallet (23%), dal bonifico (19%), dal pagamento alla  consegna (17%), pagamento via mobile (7%) e altri per il 6%.

    Nel 2019 il Tempo libero è stato il settore più importante per l’e-commerce (rappresenta il 42,7% del fatturato totale), seguito dal Turismo (25,6%). Il primo cresce del 21% rispetto all’anno precedente, mentre il turismo che è un settore maturo in termini di e-commerce del 7%. I centri commerciali rappresentano il 15,5% con una crescita del 25%.

    Gli altri settori rappresentano tutti dati più bassi del 5% dello share e raggiungono complessivamente il 16,2% del totale del  fatturato. Le Assicurazioni, che crescono del 4% in fatturato, rappresentano il 4,6% dello share. Salute e bellezza cresce del 27%, seguendo il trend dello scorso anno ma rappresenta ancora solo lo 0,4% sul totale. Casa e arredamento cresce del 25% e arriva a rappresentare lo 0,9% del totale. Alimentare cresce del 19%, grazie sia al food delivery che al largo consumo, e rappresenta il 3,1% del totale.

    Elettronica di consumo cresce del 17% (3,3% del totale), Moda cresce del 16% (2,1% del totale), Editoria dell’11% (1,8% del totale) dove più di un libro su quattro oggi viene venduto online. Ma con l’avvento del coronavirus tutto è cambiato e l’alimentare, con il suo 3,1 per cento del totale del fatturato dell’e-commerce in Italia diventato il settore merceologico con più transazioni.

     

  • Il coronavirus innova le modalità di consumo e l’e-commerce fa il botto

    L’e-commerce è esploso durante il lockdown ma il settore dei corrieri è in affanno e si prepara a un anno difficile. Per alcune aziende, specialmente le più piccole, specializzate nel B2B (business to business), ovvero nelle consegne a imprese e negozi, la perdita di fatturato è arrivata al 70% solo nel primo mese di lockdown, secondo le stime di Confetra, la confederazione dei trasporti e della logistica. La consegna a domicilio al consumatore finale, l’e-commerce B2C (business to consumer), il vero ‘vincitore’ nella pandemia, ha corretto in minima parte un mercato che le associazioni di categoria come la Fedit definiscono “in grande crisi” e che in Italia vale circa 6,6 miliardi con poco più di 700 imprese attive, secondo i dati dell’ultimo censimento (2017) dell’Osservatorio Contract logistics del Politecnico di Milano.

    Il balzo dell’e-commerce è stato importante – e inevitabile – nei due mesi di picco dell’emergenza sanitaria. L’Istat ne ha rilevato una crescita del 20,7% nel mese di marzo; nel trimestre, Poste ha consegnato il 15% in più di pacchi e secondo Nielsen, per la Gdo e i prodotti di largo consumo il trend è stato +144% da inizio emergenza.

    L’eCommerce Netcomm Forum parla di due milioni di nuovi consumatori online in Italia da inizio anno. I volumi, spiega all’Adnkronos Ivano Russo, dg di Confetra, sono stati “prenatalizi”, ma il grosso di questo business è in mano alle multinazionali che consegnano a domicilio, come Tnt, Ups o Dhl. I piccoli corrieri italiani, che lavorano per lo più per il commercio al dettaglio, sono rimasti a secco.

    Il boom degli acquisti online, in realtà, ha fatto fare grandi affari a poche realtà iper-specializzate. “Oggi aziende che facciano esclusivamente B2B o B2C non esistono, almeno per quanto riguarda le grandi. Fanno entrambe le cose. E il comparto dei corrieri ha perso valore, mediamente in entrambi i casi”, spiega Enzo Solaro, segretario generale di Fedit. “C’è stato un aumento dei pacchi da consegnare, certo, ma questo non sempre ha corrisposto a un andamento positivo del conto economico”. Le consegne business, argomenta, “sono un mercato pregiato, più profittevole, perché la merce ha un volume e un peso diverso, e da questo dipende la tariffa di spedizione”.

    Il problema del distanziamento, poi, ha comportato che l’organizzazione del lavoro diventasse “più complessa e decisamente meno performante, con meno persone nei magazzini”. Le caratteristiche dell’e-commerce di consumo, “piccoli pacchi da consegnare in luoghi diversi con valore aggiunto molto basso, non sempre fanno corrispondere a molto lavoro una marginalità elevata, anzi è stato esattamente il contrario”. Senza contare che in molte regioni i prodotti ritenuti non essenziali sono rimasti in magazzino. Per la filiera, quindi, “sono stati due mesi complicati da gestire perché alla quantità di lavoro cresciuta ha fatto da contraltare un fatturato non corrispondente in modo proporzionale”. I corrieri che lavorano prevalentemente con le aziende “hanno perso parecchio, chi consegna principalmente ai privati forse è riuscito a galleggiare”. L’aspetto più positivo della faccenda è che con la Fase 2 e poche riaperture graduali, l’e-commerce potrebbe fare nel 2020 i passi avanti attesi da almeno un decennio. La sua quota di mercato rispetto al volume delle vendite totali in Italia è ancora molto bassa. Secondo l’ultimo report dell’Eurostat sull’argomento, nel 2019 si attesta al 12%, in aumento rispetto agli anni passati ma ancora tra le più basse dell’Unione europea. Peggio di noi fanno solo Bulgaria, Cipro, Grecia e Romania.

    “Per capire la quota di mercato aumenterà significativamente – sottolinea Solaro – bisognerà aspettare maggio e giugno, con la riapertura dei negozi, vedere quanto si tornerà nei luoghi fisici o meno. Se dovessi fare una previsione sull’anno, penso che nel 2020 quel 12% sarà superato”. Lo scorso anno, c’erano già stati dei passi avanti: gli acquisti di prodotti, secondo i dati del Politecnico, erano aumentati del 21% nell’eCommerce di consumo rispetto al 2018, l’acquisto di servizi, invece, era cresciuto del 9%.

  • Allarme di Confagricoltura: Italia troppo indietro in Europa nell’impiego di Internet

    L’attuale situazione di emergenza causata dal coronavirus rende ancor più necessario l’uso di internet e di servizi informatici: dai rapporti con la Pubblica Amministrazione allo smart working, dall’attività didattica all’home banking, all’e-commerce, molte attività in questo periodo si stanno trasferendo sul web, con nuove modalità. L’Italia, da quanto emerge da un’analisi condotta dal Centro Studi di Confagricoltura su dati Eurostat 2019, risulta più indietro rispetto agli altri Paesi europei per l’utilizzo di internet e dei servizi informatici in generale.

    Il nostro Paese si colloca al 20° posto per l’accesso a internet: solo l’85% delle famiglie italiane ha questa possibilità, contro una media europea del 90%. Dalle cifre relative alla banda larga (almeno 30 Mbits/secondo) risulta, inoltre, che l’Italia è al 18° posto in Europa, con l’84% delle famiglie (rispetto alla media europea dell’89%) che può disporre di una tale velocità di connessione. Se si guarda poi alla banda ultralarga (100Mbits/secondo) scendiamo addirittura al 25° posto, seguiti solo da Croazia, Cipro e Grecia (elaborazione Corte dei Conti UE su dati Commissione UE 2017). Anche sul fronte dei servizi on line per l’espletamento di adempimenti vari, il Centro Studi di Confagricoltura rileva dati poco confortanti: sebbene ci sia stato un aumento (fra il 2015 e il 2019 dal 28% al 36% della popolazione) nell’utilizzo dell’internet banking, ovvero nella gestione dei conti correnti bancari on line, siamo comunque al 23° posto in Europa (media UE 58%).

    Nei rapporti con la Pubblica Amministrazione (per informazioni, pagamenti e gestione pratiche) la situazione non è certo migliore: in Italia i cittadini che si avvalgono di internet sono solo il 23%, rispetto a una media UE del 55%, collocandoci al 27° posto in Europa, precedendo sola la Romania. Quanto all’e-commerce, nel nostro Paese solo l’8% della popolazione effettua acquisti di beni e servizi on line, rispetto al 20% della media europea: una percentuale che ci relega al 24° posto in Europa. “Nonostante gli impegni fissati a livello nazionale ed europeo e l’approvazione del progetto ‘Strategia Digitale Italiana’ nel 2015 (per gli obiettivi di crescita UE 2020), che prevedeva che entro il 2020 almeno il 50% delle abitazioni fosse dotato di connessione a banda ultra larga, il nostro Paese – commenta il presidente di Confagricoltura Alessandria, Luca Brondelli di Brondello – continua a scontare un pesante ritardo, anche culturale, su questo fronte. L’emergenza Coronavirus, che sta costringendo la popolazione a ricorrere necessariamente ai servizi telematici per diversi adempimenti, fa affiorare in maniera ancora più evidente l’inadeguatezza del sistema infrastrutturale digitale italiano”.

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