La crisi nel Golfo Persico colpisce l’industria chimica europea
La guerra nel Golfo Persico sta aggravando la crisi dell’industria chimica europea, già colpita da alti costi energetici, domanda debole e concorrenza dei produttori cinesi a basso costo, riferisce il “Financial Times”, citando il caso del porto di Rotterdam, uno dei principali cluster chimici al mondo, dove due delle dieci aziende presenti hanno chiuso impianti nell’ultimo anno. Il conflitto in Medio Oriente ha offerto una temporanea tregua ad alcuni produttori europei, interrompendo l’attività di impianti cinesi dipendenti da materie prime provenienti dal Golfo, ma ha anche spinto al rialzo i costi dell’energia e aumentato la volatilità di input critici come la nafta. “Gli sviluppi in Medio Oriente stanno spingendo ancora più in alto i costi energetici, rafforzando quanto Regno Unito ed Europa restino esposti agli shock esterni”, ha dichiarato Peter Huntsman, amministratore delegato di Huntsman Corporation. Secondo Cefic, l’associazione europea dell’industria chimica, le chiusure di impianti in Europa sono aumentate di sei volte negli ultimi 4 anni, causando la perdita di quasi un decimo della capacità produttiva del continente e colpendo direttamente circa 20mila posti di lavoro.
Gli investimenti nel settore chimico europeo sono calati di oltre l’80 per cento lo scorso anno. I dirigenti del settore indicano tra le cause principali gli alti costi dell’energia, già prima della guerra mediamente almeno doppi rispetto a Stati Uniti e Cina, ma anche lentezze autorizzative, infrastrutture obsolete e sovraccarico burocratico legato alla legislazione climatica dell’Ue. Le chiusure minacciano la capacità europea di produrre materiali essenziali, dal cloro per la potabilizzazione dell’acqua ai fenoli usati nei circuiti stampati. Il problema è particolarmente grave perché gli impianti chimici europei operano spesso in cluster integrati, nei quali il sottoprodotto di un’azienda diventa materia prima per un’altra. A Rotterdam, la chiusura degli impianti di Tronox e Westlake ha ridotto la domanda di cloro prodotto da Nobian: un eventuale stop anche di questo impianto costringerebbe altre aziende locali a importare input essenziali, aumentando ulteriormente i costi. Secondo il “Financial Times”, il rischio riguarda l’intero sistema industriale europeo, dato che Rotterdam è collegata ad Anversa e ai poli tedeschi del Reno e della Ruhr, centrali per l’industria pesante e automobilistica.
Prima della crisi nel Golfo, i produttori europei erano già sotto pressione per l’eccesso di offerta cinese, alimentato dal rallentamento dell’economia cinese e dai dazi statunitensi, che hanno spinto maggiori volumi verso il mercato Ue. Molti impianti cinesi hanno dichiarato forza maggiore a causa della guerra, ma il sollievo per l’Europa potrebbe essere temporaneo. Un rapporto di Atradius prevede che la produzione chimica in Ue e Regno Unito calerà del 2,2 per cento nel 2026, 1,8 punti percentuali in più rispetto alle stime precedenti alla guerra. Secondo LyondellBasell, i costi energetici del suo impianto di Rotterdam sono oggi tre volte superiori a quelli dei siti statunitensi e potrebbero raddoppiare se l’Ue procederà con l’inasprimento del sistema Ets.




